Un'area confederale di classe - di Andrea Montagni

Si è interrotto il legame tra sinistra politica e movimento operaio organizzato che ha caratterizzato anche la storia del nostro paese per quasi due secoli. La CGIL resta, con tutti le difficoltà di iniziativa e di efficacia dell’azione sindacale e sociale, come forza organizzata del movimento operaio in Italia. Mentre la sinistra politica prosegue il processo lungo di decomposizione e frantumazione iniziato nel 1991. 

L’idea che la CGIL sia una proiezione sociale del PD, cara a Beppe Grillo e a tante mosche cocchiere della sinistra estrema, è una fantasia che non corrisponde più alla realtà. Ciò che è stato vero per il PCI e il PDS non è più vero per il PD.
Anzi, il carattere confederale della CGIL, la sua cultura politica e la sua esistenza come forza autonoma organizzata, di massa, capace di parlare a milioni e milioni di lavoratori, di pensionati, rappresenta per la “politica” attuale basata sul plebiscitarismo una minaccia e un pericolo.
La descrizione della CGIL come organizzazione di conservazione, l’esaltazione del rapporto tra leader e massa organizzata, la denigrazione della cultura democratica e partecipativa del modello sindacale, il tentativo di annullarne ruolo e funzione sul piano contrattuale e delle tutele, non appartengono al bagaglio del sindacalismo di classe.
Distruggere la confederalità della CGIL, ridurla alla sommatoria di categorie corporative, favorire la rottura definitiva tra i settori organizzati del mondo del lavoro e la massa precaria, disoccupata e marginale dei lavoratori: a tutto questo ci dobbiamo opporre con forza.
Innovare strategia e forme di organizzazione, aprirsi al territorio, dare voce e gambe alle nuove realtà del lavoro e del non lavoro: questa la sfida del Congresso. A questa sfida partecipa Lavoro Società come area organizzata che fa della confederalità e della contraddizione tra capitale e lavoro la bussola di orientamento della propria iniziativa e pratica sindacale in CGIL.


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