Al momento stai visualizzando Alla CGIL non serve una sinistra sindacale fatta da “guardiani della linea” – di Federico Antonelli

L’intervento di Federico Antonelli alla Assemblea nazionale di Lavoro Società CGIL del 16 settembre (parte seconda)

Per la nostra organizzazione la battaglia per la costituzione ed elezione delle RSU e delle RLS non può essere materia secondaria. E’ la base: solo con delegati eletti, maturi e responsabilizzati la storia del sindacato confederale potrà continuare. Perché la crisi della politica ci insegna che senza radicamento sociale profondo ogni organizzazione è destinata ad appassire. E la democrazia passa dalla forza dei rappresentati ancora prima che dalla potenza dei rappresentanti: perché senza una base forte, coinvolta, consapevole non esiste futuro. E’ questa idea si nutre anche dalla tutela del pluralismo nella nostra organizzazione, che resta la più bella (non solo grande, dico bella apposta, non mi sono confuso) organizzazione di massa del nostro paese proprio per la nostra capacità di coinvolgere e offrire strumenti e protagonismo ai nostri delegati. Ed è solo grazie a questa spinta democratica che la struttura burocratica, indispensabile per assicurare esperienza e conoscenza specifica all’attività sindacale, non appassisce in se stessa, nel delirio autoreferenziale che ha ucciso i grandi partiti italiani del dopoguerra.

In quel documento scrivemmo che “siamo convinti che, in un’organizzazione democratica, burocratica e di massa, occorra riconfermare una ridefinita sinistra sindacale, non fatta da guardiani della linea o da grilli parlanti. Ma parte e risorsa dell’organizzazione che, nella dimensione della maggioranza politica e di governo dell’organizzazione stessa, contribuisca con idee radicali e innovative, e soprattutto con pratiche coerenti, a innervare la CGIL del futuro e a sostenere e realizzare il Piano del Lavoro e la Carta dei Diritti, ossia la linea approvata dal congresso, le elaborazioni e le proposte contenute nel documento Dall’emergenza al nuovo modello di sviluppo”.

La sinistra sindacale ha una grande storia, noi abbiamo una grande storia. E la nostra storia è fatta di amore per la nostra organizzazione, di passione politica e sindacale e di rispetto della democrazia interna e nel rapporto con i delegati. L’ho detto prima: i nostri delegati sono la nostra forza. Noi crediamo che offrire a loro diversi ambiti di discussione sia una ricchezza ed un dovere e crediamo che essere al centro della CGIL significa che il contributo che ognuno di noi offre alla vita dell’organizzazione debba essere riconosciuto sulla base della qualità, sulla base della lealtà e della trasparenza delle posizioni, sulla base della capacità di attrarre ogni possibile articolazione di pensiero, in linea con i nostri valori, purché sia in linea con i nostri valori a cominciare dall’antifascismo. La nostra storia è lunga e articolata e affonda le proprie radici in un’epoca in cui era facile distinguerci sui grandi temi e continua oggi in cui essere parte della maggioranza che sostiene il segretario generale Maurizio Landini è una scelta convinta e ragionata. Proprio questa storia merita attenzione e impegno, continuità e lavoro. E dico questo rivolgendomi soprattutto ai giovani che sono presenti in sala che potranno dare molto a noi come aggregazione e all’organizzazione tutta ridefinendo obiettivi, linguaggio e meccanismi di analisi di un mondo che muta continuamente, ma che riproduce meccaniche di sfruttamento e di ingiustizia assoluti.

Voglio chiudere riprendendo il tema che più di ogni altro ci coinvolge. Giacinto ha già parlato della guerra, e delle conseguenze economiche su noi, classe lavoratrice. Io voglio aggiungere un’idea che credo dobbiamo sostenere con forza, anche contro il sentire comune che sembra averla voluta abbandonare: l’idea della pace. Per fare questo ho ripreso un pezzo del manifesto pacifista di Russell – Einstein del 1955: “Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?”.

Ebbene io credo che se oggi una guerra sanguinosa, dolorosa, mette in crisi ancor di più la nostra vita e le nostre abitudini di vita – ricordiamo, stimolate da un sistema che ci impone il suo modello di sviluppo – è perché quasi nessun uomo politico, nessun governo e troppi pochi uomini di cultura e di informazione hanno agito per costruire la pace e non sostenere la guerra. Non è vero che per costruire la pace bisogna prepararsi alla guerra: prepararsi alla guerra provoca solo la guerra, morte, distruzione e la scomparsa di intere generazioni. La pace non è una scelta ingenua, ma una necessità su cui tutti dobbiamo impegnarci.