Reds n. 9 - 2019

Leghisti su marte, Conte fa il bis - di Frida Nacinovich

“Perché lo fai, disperato ragazzo?”. Un giovane Marco Masini scioccava la platea di Sanremo raccontando una drammatica storia di dipendenza. Dopo quasi trent’anni, la dipendenza dal potere ha giocato un brutto scherzo a Matteo Salvini.

Si discuterà a lungo sul perché il leader leghista, ben saldo al governo e all’apice della popolarità, abbia deciso di chiedere la crisi facendo harakiri. Chi gli vuol bene dirà che aveva bevuto troppi mojito al Papeete beach di Milano Marittima, chi gliene vuole un po’ meno continuerà a sostenere che il Capitano si è fidato del mefistofelico Nicola Zingaretti, segretario Pd, che gli aveva assicurato il nulla osta del partito tricolore alle elezioni ad ottobre.

Nell’uno o nell’altro caso, si è trattato di un azzardo politico degno di un giocatore incallito, di un ludopatico, non di un leader politico. Dalle stelle alle stalle. A tal punto da dover subire perfino la vendetta di Silvio Berlusconi, che lo ha trattato come un Dudù qualsiasi.

La stentorea dichiarazione del Cavaliere di alabastro merita di essere ricordata: “Ora Forza Italia torna ad essere perno di un centrodestra liberale ed europeista, lontano dalle ingenuità sovraniste e populiste”. Perché tanto odio? Tant’è.

Di sicuro Matteo Salvini è riuscito nell’impresa di rianimare non uno, ma ben quattro avversari politici in un sol colpo. Per primi i Cinque stelle che a inizio agosto, dopo l’approvazione del decreto ‘sicurezza bis’, erano ridotti ai minimi termini, anche se restavano forti di un reggimento di parlamentari.

A seguire il Pd, lacerato al suo interno, e sopravvissuto allo scoglio delle europee solo grazie ad uno strategico silenzio durato l’intera campagna elettorale. Che dire poi di Leu, realtà ectoplasmatica, che ora si ritrova non solo al governo, ma anche con un ministro di peso (la Salute). Quanto a Barlusconi, viste le ultime vicende di Forza Italia, con Toti e Carfagna coordinatori licenziati all’improvviso in favore di un caminetto da operetta, per gratitudine dovrebbe almeno appuntarsi al doppio petto la spilla di Alberto da Giussano.

A questo punto la domanda viene spontanea: ma davvero Salvini pensava che tutti questi spaventati, anche comici, guerrieri della politica (Di Maio, Zingaretti&Renzi, Grasso, Berlusconi) avrebbero buttato alle ortiche i loro gruppi parlamentari, eletti appena diciotto mesi fa, per lasciare spazio a un governo Salvini-Meloni? Ma cosa hai messo nel moijto, barista del Papeete beach? È andata a finire che l’Italia ha un nuovo governo, concepito a ferragosto e nato pochi giorni dopo.

Affidato, guarda un po’, di nuovo a Giuseppe Conte. Altro che visconte dimezzato, il professore di diritto privato dell’ateneo fiorentino non ha lasciato, ha raddoppiato. Con la benedizione del Vaticano, dell’Unione europea, perfino delle persone normali, donne e uomini di un’Italia che non è certo diventata buonista ma che aveva pensato che quando era troppo, era troppo.

Si alza il sipario del nuovo governo, il pubblico sembra addirittura ben disposto. L’avreste mai detto a inizio agosto? 

Una nuova sinistra sindacale - di Federico Antonelli

A fine ottobre ci troveremo a Rimini per il seminario nazionale. Una riunione di strategica importanza. Dall’ultimo congresso, in CGIL si sono aperte nuove prospettive e necessità. Nel dibattito congressuale abbiamo maturato la convinzione che è necessario rinnovarsi per continuare a giocare il nostro ruolo nella confederazione. Il rinnovamento deve partire da una nuova apertura a tutte quelle forze che nella nostra organizzazione considerano il risultato del congresso una base su cui continuare a operare per rafforzare una linea di sinistra e di rappresentanza reale del mondo del lavoro.

Gli elementi cardine della nostra idea di sindacato, sburocratizzazione delle strutture, centralità della classe lavoratrice nel dibattito politico, idea di sindacato generale, di classe, che si ponga l’obiettivo della trasformazione della società, è oggi più attuale che mai. Innestare queste nostre idee nel dibattito interno alla CGIL è un obiettivo che potremo perseguire se sapremo nuovamente coagulare le forze in una realtà, forte e organizzata.

Oggi non vogliamo più continuare nella stessa maniera: una storia che tanto ha dato a tutti noi, in termini di crescita politica e militanza, può continuare con una forma e una sostanza nuove.

Il rinnovamento non può essere una operazione a freddo che dalle burocrazie scende a cascata su delegati e lavoratori: non saremmo coerenti. Il seminario è quindi momento di confronto per comprendere come e su quali basi avviare e consolidare questo percorso.

La scelta di incentrare su temi specifici (contrattazione, comunicazione, salute e sicurezza, democrazia e rappresentanza) i tre giorni di lavoro, e la modalità di coinvolgimento di ogni delegato nella loro elaborazione, sono funzionali a offrire un contributo politico e di partecipazione al futuro della sinistra nella confederazione e nella categoria.

La lunga marcia verso rifiuti zero - di Riccardo Chiari

La conferma di Sergio Costa al ministero dell’ambiente, su esplicita richiesta del fondatore del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, non sembra essere stata gradita dalla sempre potente lobby inceneritorista. All’indomani dell’investitura del generale dei carabinieri forestali nel secondo governo di Giuseppe Conte, Costa ha avuto modo di ribadire il suo pensiero sulla gestione dei rifiuti urbani: “Attenzione, io ho un approccio laico su questo, non estremista: non penso che tutti gli inceneritori d’Italia vadano chiusi all’istante. Penso che quelli che ci sono bastino ad accompagnare il percorso verso economia circolare e rifiuti zero”. Parole in meritoria controtendenza rispetto al passato, con una importante puntualizzazione: “Le idee di M5S e Pd su questo si sono già riavvicinate. Nel piano regionale fatto nel Lazio da Nicola Zingaretti non ci sono nuovi inceneritori e c’è la chiusura di Colleferro. L’ho ringraziato per questo. Adesso bisogna velocizzare il resto del percorso, senza zigzag”.

I numeri dell’impiantistica del settore dicono che dal nord al sud della penisola sono in funzione 285 impianti di compostaggio, mentre i centri del grande consorzio del riciclo Conai sono in tutto 588, e sul fronte degli inceneritori ne sono attivi 49. I fautori dell’incenerimento puntano naturalmente l’indice sulle discariche, che nel complesso restano 123, di cui 51 nel nord d’Italia, 27 al centro e 45 al sud, e che nei piani dell’Unione europea dovrebbero ridursi considerevolmente. In risposta, viene puntualizzato che l’economia circolare consiste nel recupero e nella conservazione di materia, non nella sua combustione e distruzione. Con la materia che deve essere conservata, continuando a circolare entro il sistema, mentre l’energia che alimenta i cicli deve essere esterna, grazie all’energia solare e alle altre rinnovabili.

Per certo l’obiettivo del governo - e del ministero dell’ambiente – è quello di investire sulla necessaria realizzazione di impianti per il riciclo e per la selezione accurata dei rifiuti solidi urbani, in modo da arrivare almeno ad una percentuale del 70% di recupero. Così facendo l’attuale dotazione di impianti di incenerimento sarebbe sufficiente a completare il ciclo. Non può che far piacere poi la dichiarazione programmatica del nuovo esecutivo, secondo cui “tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, e la protezione della biodiversità e dei mari”.

Va da sé che questo impegno dovrà essere mantenuto, nel segno di un contrasto finalmente efficace agli stravolgimenti climatici che ormai sono sotto gli occhi di tutti. Anche contando su una tecnologia sempre più avanzata, e in grado di coadiuvare una transizione ecologica che deve orientare non soltanto il ciclo dei rifiuti ma anche l’intero sistema produttivo, riducendo al massimo gli sprechi e riutilizzando i materiali in cicli successivi.


Terra dei fuochi anche in Lombardia

La Lombardia ha una dotazione di impianti di compostaggio all’avanguardia, sono ben 65 sui complessivi 285 censiti nella penisola. In parallelo, la ricca regione lombarda, forte di circa 10 milioni di residenti, ha anche una dotazione “inceneritoristica” di tutto rispetto, contando ben 13 impianti solo per quanto riguarda i rifiuti solidi urbani. In questo contesto teoricamente felice, almeno agli occhi dei fan dell’incenerimento, fanno impressione i numeri degli incendi – quasi sempre dolosi – che hanno interessato negli ultimi anni gli impianti di stoccaggio e i centri di trasferimento della raccolta differenziata. Sono notizie che raramente superano i confini delle cronache locali, ma che hanno acceso la luce rossa dell’allarme sia nella magistratura requirente che nella commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. “L’ultimo importate, vasto incendio si è sviluppato qualche settimana fa – segnala il deputato Alberto Zolezzi del M5s - nei locali di una ditta di stoccaggio a Settimo Milanese, proprio mentre stavamo facendo in quella zona delle audizioni della commissione di inchiesta”.

Forte è il sospetto che i continui roghi siano legati a doppio filo alla criminalità organizzata, a conferma c’è in corso a Milano è un processo che vede coinvolti alcuni fra i principali clan della ‘ndrangheta, come i Barbaro-Papalia e i Paparo. Per certo comunque le decine di incendi ai depositi e agli impianti di compostaggio in Lombardia fanno capire che anche una dotazione “virtuosa” dell’impiantistica, compresa quella inceneritorista, non è sufficiente a garantire una efficace transizione ecologica verso l’economia circolare, in assenza di norme certe e soprattutto di una strategia governativa ad hoc per l’intero settore.

Organizzare, contrattare per includere - di Lavoro Società FILCAMS-CGIL

Rimini, 23-24-25 ottobre 2019

Partecipano: Antonelli, Bavaro, Bettarelli, Botteghi, Botti, Brotini, Cesarano, Frattini, Gabrielli, Mandato, Montagni, Nacinovich, Nigro, Ortolani, Rossi, Straini

Alla vigilia del Congresso, nel 2017, organizzammo un seminario delle compagne e dei compagni di Lavoro Società in FILCAM-CGIL, per partecipare in modo costruttivo e organizzato al dibattito congressuale della FILCAMS e della Confederazione. Sessanta compagne e compagni si ritrovarono a Rimini per una riflessione collettiva da cui tutti e tutte uscirono più determinati e motivati.
Quest’anno l’appuntamento si rinnova, sempre a Rimini. Nei giorni 23, 24 e 25 ottobre un centinaio di compagne e compagni, questo nelle previsioni si troveranno per discutere dopo il congresso. Saranno soprattutto delegate e delegati di luogo di lavoro, per confermare una scelta che la sinistra sindacale ha fatto da sempre e che oggi la CGIL ha rafforzato con le nuove strutture a cui ha dato vita, le Assemblee generali, per mettere chi lavora al centro della vita politica, rivendicativa e organizzativa, nella consapevolezza che non si crea unità del mondo del lavoro se non si rendono i lavoratori stessi protagonisti delle politiche inclusive nei luoghi di lavoro, mettendo a confronto e in relazione le loro esperienze, i loro bisogni, le loro aspirazioni.
L’ambizione è quella di dare vita ad un confronto che non parli solo di Lavoro Società come espressione organizzata di una sinistra sindacale che viene da lontano (dalla metà degli anni ’80), ma che guardi al futuro, alle CGIL del XXI secolo, al sindacato che include, organizza, tutela e rappresenta il mondo del lavoro in tutte le sue articolazioni e che proponga una prospettiva nuova, di unità e condivisione per la sinistra sindacale della CGIL.
Questa ambizione non si può accontentare di una esposizione ragionata di temi, suggestioni, problematiche del lavoro quotidiano e di prospettiva. Non è più sufficiente – se mai lo sia stato - autodefinirsi per esistere. Far vivere il sindacalismo di classe, conflittuale e solidale che si nutre di una determinazione sulle effettive possibilità di trasformazione politica e sociale, richiede conoscenze, analisi, confronto di esperienze. Per questo il seminario non si svolgerà solo in plenaria, ma prevede una giornata con la formazione di “classi” e discussioni d’aula, sulla base dei contributi che saranno portati dai relatori e dalle relatrici del seminario stesso.
“Organizzare contrattare per includere”, questo il titolo del Seminario che si svolgerà interamente all’interno dei locali dell’Hotel Litoraneo di Rimini e che vedrà la partecipazione di esperti e di dirigenti sindacali con competenze specifiche sui temi che abbiamo deciso di approfondire nella riunione del coordinamento nazionale che ha deciso l’iniziativa.
Il seminario di quest’anno è dedicato a Sandra Cappellini, dirigente della CGIL Toscana. Una giovane donna che ha dedicato tutta se stessa alla militanza sindacale, senza mai rinunciare alla capacità di amare, di indignarsi, di discutere e confrontarsi continuando a vivere con l’entusiasmo, la vivacità e la voglia di vivere di donna giovane e combattiva delegata in fabbrica. Due anni fa dedicammo il seminario a Bruno Rastrelli, militante formatosi alla scuola del PCI e formatore egli stesso di nuove generazioni di militanti e delegati sindacali. Un passaggio simbolico di testimone generazionale, oltre che un gesto di affetto verso chi ci ha lasciato.
Il primo giorno, mercoledì 23 ottobre, dopo i saluti del Segretario generale di Rimini, Botteghi e la relazione di Montagni, si entrerà subito nel vivo con le otto comunicazioni, su “Comunicazione”, relatrici Frida Nacinovich e Ilaria Bettarelli, “Salute e sicurezza sul lavoro”, relatori Pasquale Cesarano e Giorgio Ortolani, “contrattazione inclusiva”, relatori Vincenzo Bavaro dell’Università di Bari e Claudia Nigro e sull’“organizzazione”, relatori Giancarlo Straini e Federico Antonelli. Il 24 i partecipanti, con l’aiuto del Dipartimento Formazione, coordinato da Francesca Mandato, si divideranno in aule per approfondire i tempi e tradurre l’approfondimento in un primo contributo collettivo. A fine giornata, interverrà la nostra Segretaria Generale Maria Grazia Gabrielli. Il terzo giorno, il 25 ottobre, si ritornerà in plenaria per il confronto generale e gli ultimi contributi esterni, tra i quali Maurizio Brotini e Massimo Frattini. I lavori saranno conclusi dal referente nazionale dell’area Giacinto Botti.
Per partecipare al seminario bisogna iscriversi entro e non oltre il 30 settembre 2019. Chi fosse interessato contatti i compagni della FILCAMS-CGIL nazionale Montagni e Antonelli o i referenti territoriali di categoria di Lavoro Società.

La rossa sabbia delle Dolomiti - di Andrea Montagni

Michele Carpinetti: ‘Rosso sabbia’, Padova, Cleup, 2019

“Reds” è quello che in inglese oggi si definisce un “house organ” e che una volta si sarebbe detto un foglio interno all’organizzazione. La maggioranza dei lettori, dunque, sa chi è Michele Carpinetti: parecchi lo conoscono per lo meno di vista e lo identificano al volo, quando con lento incedere elegante, perennemente in giacca, e camicia (bianca) si presenta in ufficio, ad un incontro, ad una riunione. Michele Carpinetti è dal 2013 il responsabile della bilateralità per la FILCAMS-CGIL Nazionale.

Ma Michele Carpinetti è anche un prolifico e poliedrico artista. E, cosa rara nei nostri tempi di pensiero unico e di liquidità sociale, un artista militante. Sceneggiatore, regista e scrittore. Nel poco tempo libero dal 2013 ad oggi ha scritto con altri un saggio su Adele Zara e un romanzo, Caigo, da cui sono stati ricavati un documentario e un film. A quattro anni da Caigo esce ora, per i tipi della Cleup di Padova, Rosso Sabbia. L’accattivante riassunto in quarta di copertina ci parla di tante storie mai raccontate, “tante quanto i granelli di sabbia di un deserto”, e del filo rosso che le accomuna, che lega vite e destini di persone apparentemente lontanissime.

Ho letto il libro, un mese fa. Ho deciso allora che avrei scritto questa recensione, ora, a distanza di tempo, senza rileggerlo, così da allontanarmi dalla “razionalità” e cercare di trasmettere quel che mi sarebbe rimasto nel cuore e nella testa a distanza di tempo. Non so se è corretto, ma mi andava di farlo…

Il racconto è un viaggio nel tempo e nello spazio tra l’arida terra d’Africa e la tranquilla vita quotidiana di un paese delle Dolomiti, cifra di continuità un Italia piccolo-borghese, laboriosa, perbene, ma anche con i suoi piccoli e grandi segreti, a tratti meschina. Mettendo in crisi anche un importante “mito” delle genti di montagna. E poiché il romanzo è un giallo investigativo, è d’obbligo per me di evitare per quel che posso troppe anticipazioni, omettendo per quel che posso la trama, per trasmettervi qualche impressione che tutti voi potrete confermare, approfondire o smentire dopo aver letto Rosso Sabbia.

Vie e strade di metropoli lontane, con il loro odore e i loro colori, ricostruite per un lettore contemporaneo a cui è negato dalla ricchezza di immagini di un mondo globalizzato qualsiasi esotismo e meraviglia, come i boschi e le montagne dolomitiche antropizzate da una presenza umana che le vive oltre la dimensione della cartolina turistica, con un amore straordinario quest’ultime, perché Carpinetti – se qualcuno non se fosse accorto – è veneto 100%.

Dell’ambientazione ho già detto: Africa e Veneto. L’arco narrativo va dal 1935 ai giorni nostri. Se qualcuno di voi ha visto in televisione, un poliziesco procedurale intitolato “cold case” (casi irrisolti) sappia che siamo di fronte ad una morte oscura lontana nel tempo e nello spazio, un caso che qualcuno a distanza di 80 anni dovrà risolvere. Toccherà ad un avvocato, che dovrebbe occuparsi di questioni di eredità, e al suo “gruppo d’investigatori” improvvisati riaprirlo anche nelle menti e nei cuori delle persone. E come in ogni giallo che si rispetti non mancano nuove uccisioni, depistaggi, falsi indizi per coprire la verità in una rete di complicità ed inganni.

Indispensabili e di altrettanto facile lettura le ricostruzioni storiche per permettere al lettore di collocare gli avvenimenti.

La grandezza di un narratore non sta solo nell’intreccio, ma anche nella costruzione di protagonisti, comprimari e ambienti. Carpinetti ci porta per mano prima nell’Africa orientale del passato e del presente, la laboriosa dignità di genti lontana che la storia dovrebbe averci rese vicine e che la cronaca fa sbarcare ogni giorno sulle nostre coste, poi ci trasferisce nello splendore delle “sue” Dolomiti e ci racconta la provincia veneta, il suo quieto vivere, le sue paure, ma anche il suo coraggio e le sue meschinità, le pagine oscure di un passato che aspettano solo di essere disvelate. E mette davanti agli occhi una umanità complessa, confonde ai nostri occhi buoni e cattivi, perché alle volte anche nei cattivi c’è della bontà e permette a ciascuno di noi di immaginarsi mentre legge i “propri” personaggi.

Mentre leggevo mi sono comparsi davanti agli occhi, come possibili volti e “interpreti” di ciò che leggevo: Denzel Washington, Massimo Girotti, Ilaria Occhini, Vincenzo Crocitti, Gastone Moschin. Ogni lettore troverà i suoi, corrispondenti alla propria formazione anagrafica e culturale.

Un romanzo scritto bene, dunque. Ed avvincente. Ho letto il libro (231 pagine di testo!) durante un viaggio da Roma a casa, nel tempo passato in treno e in sala d’aspetto. Più o meno: 1 ora e 35 Roma-Firenze, ¼ d’ora in sala d’aspetto e una ventina di minuti per scendere alla stazione del mio paese. Sono un lettore veloce, ma leggere un libro tutto d’un fiato e senza perdere il filo, non è cosa facile. Ma qui c’è il trucco: la trama avvince, la scrittura scorre e si è curiosi di capire come va a finire, per vedere se si è capito tutto, qualcosa, oppure se si sia toppato.

Rosso sabbia è un romanzo della contemporaneità, anche se ambientato tra passato e presente, sull’Italia di oggi con il suo passato sempre rimosso, terra di migranti senza memoria che si nega ai migranti di oggi, timorosa di mettere in discussione le proprie certezze, di chiese e di campanili, di comunità coese che tendono a chiudersi invece di aprirsi al cambiamento, ma che dovrà fare i conti con tutto, con ciò che è alle spalle, con ciò che è, per essere protagonista consapevole di ciò che sarà.

Rigo dopo rigo, questa consapevolezza emerge nel lettore. Le poche pagine dedicate a trarre la morale della vicenda sono da questo punto di vista, un di più. La costruzione del racconto ha in sé, dalla trama, alla costruzione dei personaggi, una lezione etica “obbligatoria”, unica ed ineludibile.

Una lezione rossa, non come la sabbia che si disperde, ma come la fiducia in se stessi, nei valori di umanità e nell’avvenire.