Reds n. 7 - 2019

La sinistra sindacale e il futuro della CGIL - di Giacinto Botti

La centralità del lavoro ha fatto sì che la CGIL portasse avanti con determinazione la battaglia per la difesa della Costituzione. Una battaglia civile che ci ha portato a contrastare, e contribuire a sconfiggere, il referendum costituzionale “manomissivo”. Oggi dobbiamo mettere in campo un’iniziativa capace di contrastare la secessione dei ricchi camuffata da autonomia differenziata, la deriva xenofoba e razzista, le pulsioni autoritarie e reazionarie che hanno fatto breccia anche tra i lavoratori, i pensionati, i disoccupati di ogni generazione, in testa quelli più anziani.

Siamo gli unici a contrastare le politiche liberiste e monetariste della Commissione europea, del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e della Bce, in nome dell’Europa sociale. Siamo l’unica forza che chiede il superamento dei parametri imposti dal Trattato di Maastricht, nel segno di una politica di sviluppo e di espansione. Non contro qualcuno ma per qualcosa: garantire il lavoro, affermare i diritti sociali e di cittadinanza, a partire dal salario e dalle condizioni di lavoro, riconoscendone la fatica con un sistema pubblico, flessibile e volontario di pensionamento, che sia in grado di distinguere le differenze tra le diverse mansioni e la differenza di genere. E ancora, assicurare un reddito agli inoccupati e ai disoccupati, attraverso gli ammortizzatori sociali, con una politica dei redditi nella quale chi più possiede più paga. Un sistema fiscale equo e solidale ricostruisce le condizioni di uno stato sociale universalistico.

La sinistra sindacale ha una lunga storia di collettivo organizzato all’interno delle regole democratiche dell’organizzazione, con militanti che si sono formati anche in questi anni, con delegate, delegati e dirigenti che si sono sperimentati nella contrattazione, nelle vertenze, nella direzione di strutture. Siamo stati e siamo una sinistra sindacale costituita, capace di produrre contributi, documenti, riviste e periodici, di fare iniziative, assemblee pubbliche, mai settaria o chiusa nel proprio recinto. E collocata nella CGIL mai all’opposizione, sia come minoranza congressuale che come parte della maggioranza.

Siamo oggi disponibili al confronto aperto per dare vita non ad una sinistra sindacale ma alla sinistra sindacale, che vada oltre noi e che, nelle forme e nelle modalità che decideremo insieme, concorra a far navigare tutta la CGIL in mare aperto, avendo certo l’approdo comune.

Il Conte dimezzato - di Frida Nacinovich

Il presidente del Consiglio meno accreditato della storia italiana in questi giorni è a Bruxelles. Deve contribuire all’elezione degli organi europei dopo il voto del 26 maggio, a quanto raccontano i corrispondenti di giornali e tv, Giuseppe Conte non se la sta cavando affatto male. Per una volta, soprattutto, è lui a finire sotto i riflettori delle telecamere e non Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I quali, settimana dopo settimana, più che la strana coppia Jack Lemmon Walter Matthau, sembrano le sorellastre di Cenerentola, Anastasia e Genoveffa.

Litigano sempre i due vicepremier, si accapigliano, non c’è argomento che non diventi oggetto di polemica interna alla maggioranza di governo.

Visto che il gioco è bello quando dura poco, mentre le baruffe Chiozzotte fra Salvini e Di Maio vanno invece avanti da un anno, non è difficile capire perché nelle classifiche dei sondaggisti stazioni ai primi posti in popolarità proprio lui, Giuseppe Conte, professore ordinario di diritto privato nell’ateneo fiorentino.

“Conte chi? L’ex allenatore della Juve?”: era invariabilmente questa la vox populi (che è vox dei) che aveva dato il ben venuto al nuovo inquilino di palazzo Chigi.

Ora invece gli italiani hanno iniziato a conoscere meglio anche il Conte meno famoso. E lo apprezzano, sia quando cerca difficili se non impossibili mediazioni fra le due forze politiche, M5S e Lega, che hanno firmato il patto di governo, sia quando chiama alle loro doverose responsabilità istituzionali, che comportano onori ma anche oneri, i suoi due pittoreschi vicepremier impegnati, entrambi, in una quotidiana, snervante gara a chi ha più follower, più like, in definitiva più sostenitori. Se poi il premier riuscirà a tornare da Bruxelles con qualche risultato sullo scacchiere continentale, e facendo allontanare l’ipotesi della procedura di infrazione sui conti pubblici, da dimezzato diventerà un Conte intero.

Giustificando lo slogan ‘una poltrona per tre’, che parafrasando un irresistibile film di John Landis, fotograferebbe lo stato delle cose. 

Part-time ciclico e sospensione estiva - di Giorgio Ortolani

Più di 100 lavoratrici e lavoratori attendono una risposta dal governo

Il 1° luglio Pina V., addetta mensa delle scuole nella provincia di Milano, è la prima lavoratrice degli appalti scolastici in Italia che si vede riconosciute dall’INPS le settimane di sospensione estiva effettuate all’interno di un contratto part time ciclico. Pina potrà finalmente andare in pensione il 1° luglio avendo recuperato 243 settimane (pari a 4 anni e 8 mesi) utili.

Ma sono tante le lavoratrici, a Milano, Brescia e in tutt’Italia che, seguendo le indicazioni della FILCAMS, stanno promuovendo vertenze al fine di ottenere il riconoscimento dei periodi di sospensione ai fini dell’accesso alla pensione. Solo in Lombardia sono oltre 2300 le lavoratrici che si rivolte alla nostra organizzazione per promuovere vertenze.

La via giudiziaria ha però degli inconvenienti: la lunghezza dell’iter (infatti prima di poter depositare i ricorsi in tribunale occorre prima esperire ricorsi amministrativi all’INPS); la vittoria in primo grado non è subito esecutiva (in quanto l’INPS può ricorrere in appello e poi in Cassazione, anche se negli ultimi tempi sia a Milano che in altre realtà l’INPS ha rinunciato a ricorrere rendendo, come nel caso di Pina, le sentenze esecutive); anche impegnandosi al massimo la FILCAMS non è in grado di promuovere iniziative legali in tempi ragionevoli per tutte le lavoratrici che si rivolgono a noi; resta infine il problema dei minimali INPS, che consentono alle lavoratrici di vedersi considerare 52 settimane utili all’accesso alla pensione solo in presenza di un part-time consistente.

La via vertenziale, che non va abbandonata, deve essere, così come hanno fatto alcuni territori, accompagnata da un’iniziativa sindacale di pressione sul Parlamento affinché da subito si adegui la legislazione italiana alle direttive europee e si affronti sia il tema della mancanza di strumenti di welfare nei periodi di sospensione scolastica.

In Italia tutti i lavoratori, anche quelli che svolgono anche solo 13 settimane di lavoro negli ultimi 4 anni e 30 giorni di lavoro negli ultimi 12 mesi, percepiscono la Naspi o Mini Aspi.

I lavoratori a tempo indeterminato le cui aziende hanno cali produttivi possono usufruire di cassa integrazione (oggi FIS).

Le lavoratrici che operano negli appalti scolastici, che di settimane ne lavorano 40/44 all’anno, sono invece le uniche lavoratrici prive di qualsiasi sostegno al reddito (neppure gli assegni famigliari), quando involontariamente sono senza lavoro, ovvero ogni estate da giugno/luglio a settembre.

La scorsa estate Filcams-Fisascat-Uiltucs della Lombardia inviarono a tutti i deputati un videomessaggio (rintracciabile qui: https:// youtu.be /VC5h9jnhLPc) che illustrava in modo chiaro e sintetico la condizione di queste lavoratici.

Il Governo, il 2 agosto del 2018, ha fatto proprio un emendamento della Lega che lo impegnava nell’ambito della prossima legge di stabilità a “valutare l’opportunità di intervenire (…) per porre fine ad un evidente iniquità”: la legge di stabilità è stata approvata dal Parlamento, ma l’iniquità permane.

Nel marzo del 2019, nel corso della approvazione del decretone, il Governo ha accolto come raccomandazione un ordine del giorno del PD che impegnava il Governo a rendere esecutiva la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 10 giugno 2010. Sentenza che ha affermato che la disciplina italiana sul trattamento pensionistico non deve essere discriminante tra lavoratori part-time orizzontali e part-time verticali.

Purtroppo anche questa raccomandazione è rimasta lettera morta.

Concessioni balneari: interesse generale (il lavoro) e interesse particolare (le imprese) - di Mirco Botteghi

"La durata prevista del periodo di salvamento è incoerente sia rispetto al suo carattere di 'servizio essenziale', sia rispetto al lavoro degli stagionali"

Ordinanza Balneare Regione Emilia Romagna e concessioni balneari: la politica scelga se stare dalla parte degli interessi generali rappresentati dal lavoro o da quella degli interessi (molto) particolari rappresentati dalle imprese balneari.

L’ordinanza Regionale 2019 è valida dalla data di pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione fino a diversa disposizione. Questa è la prima novità di un’ordinanza che, per il resto, non è particolarmente avanzata e coraggiosa sui temi del lavoro.

I temi che la FILCAMS-CGIL ha posto in Regione alla riunione del 27 febbraio scorso sono partiti dalla durata del servizio di salvamento. Il punto d’incontro ragionevole avrebbe potuto essere (almeno) quello di legare il termine del periodo all’avvio dell’anno scolastico. Il tempo che la Regione si era presa per riflettere non ha portato novità: ci ritroveremo così a partire dal 2020 nuovamente con un servizio di salvataggio che termina prima del 15 settembre, e nuovamente nel 2022 con le torrette vuote dal 12 settembre. Visto che la durata dell’ordinanza è “a tempo indeterminato” si doveva vedere lungo, e provare a sanare questa situazione che ha del paradossale. Abbiamo poi sottolineato l’incongruenza di un controllo delle acque che viene effettuato fino al 30 settembre, perciò a garanzia di una balneazione salubre, ma di stabilimenti che (in assenza di salvataggio) devono esporre il cartello “Stabilimento aperto esclusivamente per elioterapia”. Ulteriore punto critico, sul quale la Regione non ha recepito l’osservazione della Filcams, il rispetto delle previsioni della L. 146/1990 e perciò sulle limitazioni al diritto di sciopero.

Nel nostro territorio il lavoro dei marinai di salvataggio è riconosciuto “servizio pubblico essenziale” dalla Commissione di Garanzia Sciopero. Riteniamo che un’ordinanza regionale non possa prevedere generici obblighi a garantire il servizio anche in presenza di vertenze sindacali; avremmo voluto che venisse precisato “e comunque secondo le previsioni della Commissione di Garanzia Sciopero”. Ove mutasse l’orientamento della Commissione, come potrebbe un’ordinanza regionale non tenerne conto?

L’approccio della politica rispetto all’ordinanza balneare potrebbe essere sintomatica di ciò al quale si assisterà quando, auspicabilmente, si rimetterà mano ad una Legge di recepimento della Direttiva Bolkestein. Il DDL di riordino delle concessioni demaniali (marittime, fluviali, lacunari), che si fermò alla scorsa legislatura, era totalmente orfano di temi sociali. Il mantenimento occupazionale degli stagionali, attraverso uno speciale diritto di precedenza ed il rispetto della contrattazione collettiva nazionale maggiormente rappresentativa, dovrebbe essere uno degli elementi in base ai quali assegnare le nuove concessioni. Sta nell’ordine delle cose che, anche se una norma demandasse alle Regioni o ai Comuni la possibilità di inserire apposite clausole sociali nelle ordinanze balneari, difficilmente esse verrebbero inserite per ragioni di consociativismo locale; spesso sbilanciato perché appare esercitato non nell’interesse generale (lavoro) ma particolare (imprese balneari).

Serve dunque una norma chiara inserita in una Legge, a tutela del lavoro dei marinai di salvataggio e della qualità dello stesso. La netta posizione della Filcams CGIL a favore di un sano recepimento della “Bolkestein” è giusta e da sostenere all’interno del dibattito sul Piano Strategico del Turismo.

La sinistra sindacale: un patrimonio e un investimento - di Reds

La riunione nazionale FILCAMS-CGIL del 28 maggio

Il 28 maggio si è tenuta a Roma una riunione delle compagne e dei compagni della FILCAMS-CGIL eletti negli organismi nazionali confederali e di categoria, che si sono riconosciuti durante il percorso congressuale confederale nel documento “per una CGIL unita e plurale”. Erano presenti inoltre i compagni che hanno responsabilità esecutive nei territori. La riunione è stata chiusa dal compagno Giacinto Botti, referente confederale nazionale.

La riunione si è aperta con la relazione di Andrea Montagni, che ha incentrato la propria comunicazione sui temi confederali e di categoria, organizzativi e politici.

Il congresso della FILCAMS ha determinato, ha sottolineato Montagni, una riduzione della nostra presenza negli organismi del comitato direttivo e assemblea generale, rispetto al congresso precedente, nei cui organismi la presenza di Lavoro Società era pari al 10%.

Questo dato organizzativo negativo è però equilibrato dal dato politico della sua nomina a Presidente del Comitato Direttivo e dall’ingresso nella struttura nazionale del compagno Federico Antonelli, proveniente dalla FILCAMS di Milano, che raddoppia dopo 10 anni la presenza della sinistra sindacale nell’apparato nazionale della FILCAMS-CGIL. Con le compagne e i compagni della delegazione in Assemblea generale e nel Direttivo nazionale, sia di categoria che confederale, sono un patrimonio e un investimento per ricostruire una presenza maggiormente significativa negli organismi statutari.

Dopo aver ricostruito il contributo della categoria alla elaborazione della linea confederale e al suo posizionamento nel confronto apertosi dopo la decisione della maggioranza della Segreteria confederale uscente di candidare Maurizio Landini come futuro Segretario generale, confronto nel quale la delegazione della FILCAMS-CGIL al Congresso confederale di Bari ha dato una spinta di gran peso, Montagni ha centrato i temi che hanno portato all’elezione di Maurizio Landini alla segreteria generale della CGIL: autonomia dell’organizzazione, vitalità della proposta e dell’azione non vincolata a meccanismi burocratici di autotutela degli apparati, riconferma di una linea politica e contrattuale tesa all’inclusione di tutto il mondo del lavoro, uscendo dal vincolo sindacato/azienda strutturata, non più rispondente alla modernità e all’evoluzione dell’impresa e del lavoro. La “Carta dei diritti” è il centro dell’iniziativa sul quale riconfermare la linea emersa dal congresso; la carta propone il cambio di paradigma per tutte le scelte politico-contrattuali e per il lavoro sindacale.

Il nostro collettivo - ha proseguito Andrea - è anche nelle condizioni di rivendicare la lealtà e la trasparenza delle posizioni. La scelta di appoggiare la candidatura di Landini è infatti stata fatta fin dai primi momenti del dibattito congressuale in maniera esplicita e senza infingimenti. Una parte della CGIL invece ha scelto meccanismi opachi di dibattito: senza costituirsi in area organizzata e senza visibilità agli occhi dei delegati e degli iscritti, ha operato per la candidatura alternativa del compagno Colla, coagulando tutte le resistenze maturate nel tempo contro la linea e la leadership della compagna Camusso, dal referendum sull’acqua pubblica, alla posizione sulle trivelle, al contrasto aperto del jobs act fino alla difesa della Costituzione nel referendum del 4 dicembre. Questa modalità non trasparente, basata su una concezione “proprietaria” delle strutture da parte dei segretari generali, rappresenta uno dei pericoli a cui bisognerà opporsi perché non prenda piede nella nostra organizzazione.

In attesa di definire un progetto che ripensi la nostra esperienza collettiva di sinistra sindacale, per mantenere la dialettica interna e contribuire, insieme, a rinnovare la natura plurale e democratica della Cgil, nell’interesse generale e per definire e dar vita una più rappresentativa e ampia sinistra sindacale confederale, Montagni - d’intesa con il compagno Antonelli - ha proposto di organizzare un seminario nazionale che dovrebbe tenersi nella seconda metà di ottobre 2019, con l’obiettivo di dare un contributo alla FILCAMS e alla CGIL. I temi del seminario: contrattazione inclusiva, democrazia e rappresentanza, salute e sicurezza.

Nel corso della riunione nazionale del 28 maggio, gli interventi (hanno preso la parola tutti i presenti) hanno tutti posto attenzione ad alcuni temi: contrattazione inclusiva, democrazia e modalità di vita e azione all’interno dell’organizzazione, ruolo della sinistra politica e sindacale, la comunicazione.
I delegati presenti hanno sottolineato che la nostra “diversità” sta nel non accettare una logica “burocratica” dell’organizzazione. Azione mirata nel territorio, rapporto con i lavoratori che sia di dialogo e ascolto reale, che accolga le istanze e le organizzi, ma senza i farraginosi meccanismi che a volte bloccano la volontà di agire da parte dei delegati territoriali e aziendali. La volontà di agire e intervenire, collegando i lavoratori sembra venire inibita senza un perché apparente, negando spazi e strumenti che invece devono essere sempre messi a disposizione dei delegati. La confederalità serve nella gestione dei conflitti, delle vertenze o anche dei semplici percorsi di sindacalizzazione. Oggi il vero obiettivo deve essere quello di mettere a disposizione dei lavoratori un rapporto tra categorie che rafforzino le possibilità contrattuali e rivendicative. Scollegare lavoratori che svolgono le stesse mansioni nella stessa azienda, ma con contratti, salari e diritti profondamente diversi non è più accettabile. Così come non è possibile continuare a comunicare con gli stessi meccanismi, con le stesse parole e lo stesso linguaggio. I giovani che lavorano nei negozi, i giovani precari non riconoscono il linguaggio sindacale e su questo è indispensabile ragionare. I contenuti sono fondamentali, sono il gancio con il futuro da costruire, ma anche come li si comunica è fondamentale.

La burocratizzazione dell’organizzazione blocca risorse importanti che vengono inibite e rende anche la CGIL “contendibile” – anche in realtà importanti - a pratiche che dovrebbero esserci totalmente estranee.

Infine, il risultato elettorale modestissimo ottenuto dalle liste di sinistra in Italia è fonte di grande preoccupazione. Come militare nei partiti della sinistra tradizionale e nella CGIL connettendo le due realtà? Ma soprattutto cosa potrà accadere negli equilibri interni alla nostra organizzazione?

La riunione si è chiusa con l’intervento di Giacinto Botti. In questo momento, ha detto Botti, c’è un grande bisogno di ridisegnare il perimetro della sinistra all’interno della CGIL.

Questo perimetro va ricomposto su una proposta politica chiara e trasparente che ponga al centro come si sta nell’organizzazione. Noi dobbiamo tendere a un sindacato che non muoia nelle stanze di burocrazie che si riuniscono per assumere decisioni o influenzare scelte ma fuori dai meccanismi democratici della nostra organizzazione.

Oggi si stanno coagulando dei gruppi di influenza basati su meccanismi incerti (territorio, categorie, relazioni interpersonali) che non devono avere spazio. C’è la necessità di rivendicare e confermare le linee congressuali e per questo è necessario stare nel merito. La nostra scelta di appoggiare la candidatura di Landini è oggi riconfermata con maggior enfasi, se possibile.

Dietro alla scelta di appoggiare l’attuale segretario non c’era infatti un atto di fede o una scelta opportunistica, ma la volontà di dare voce all’idea che la nostra CGIL deve essere democratica e plurale, non appiattita nelle scelte burocratiche autodifensive, una CGIL che agisce nel rispetto del dibattito a cui tutti devono poter partecipare. Collegialità delle proposte che il gruppo dirigente porta all’attenzione dell’organizzazione, come caposaldo utile a definire sempre le scelte più opportune.

C’era l’idea dell’autonomia dell’organizzazione dal quadro politico. Molta parte del gruppo dirigente pensa invece che alla politica bisogna conformarsi per poter rafforzare il sindacato. Attenzione e confronto non subalternità, questa la nostra idea. Nella CGIL c’è bisogno di una sinistra sindacale forte per riconfermare questa linea. Su questi punti nelle prossime settimane si scriverà un documento di proposta. Un documento snello ma non per questo meno significativo. Un documento su cui aggregare le forze interne alla CGIL che si riconoscono in un percorso di sinistra sindacale confederale e di classe.