Reds n. 6 - 2019

Tap: davvero un’opera strategica? - di Claudia Nigro

La Trans Adriatic Pipeline (TAP) è la parte finale del ‘Corridoio Sud’, un gasdotto lungo quasi quattromila chilometri, che parte dal giacimento azero di Shah Deniz.

TAP è la prosecuzione della South Caucasus Pipeline (SCP), il tratto dall’Azerbaigian alla Georgia, e della Trans Anatolian Pipeline (TANAP) che attraversa la Turchia fino al confine greco di Kipoi.

Da Kipoi la pipeline si snoderà lungo 878 chilometri. Toccherà la massima altitudine a 1800 metri tra i rilievi albanesi e la massima profondità a 820 metri sotto il livello del mare.

La TAP approderà in Salento, a San Foca, avrà il suo termine a Melendugno, ma il gas continuerà la sua corsa, convogliato per 55 km fino a Brindisi per confluire nella Rete Adriatica SNAM.

La Rete Adriatica, che dovrebbe raccogliere anche il metano di altri due gas dotti (il Poseidon e l’Eagle LNG Terminal & Pipeline) risalirà la penisola per 687 km fino a Minerbio (BO) e, a Sulmona, ha già previsto la costruzione di una centrale di compressione del gas.

Oltre il nodo di Minerbio, il gas verrà canalizzato verso la Svizzera attraverso Passo Gries e verso l’Austria, a Tarvisio.

L’azionariato Tap è composto da British Petroleum (20%), l’azera Socar (20%), Snam (20%), i belgi di Fluxys (19%), gli spagnoli di Enagás (16%) e Axpo (5%).

Da oltre 6 anni il progetto di gasdotto TAP è sotto i riflettori a livello locale, nazionale e internazionale. Molti l’hanno definito strategico e “Progetto di interesse Comune”, in quanto rivestirebbe un ruolo importante ai fini dell’approvvigionamento energetico, offrendo una alternativa al gas russo. Ma a lavorare sui giacimenti di gas c’è però anche il gigante russo Lukoil con il 10%.

Sindacato, classe e partito - di Andrea Montagni

Una riflessione sull’esito elettorale

Il voto, nelle elezioni europee è andato ad una destra dimentica dei valori di solidarietà, partecipazione e uguaglianza della Repubblica nata dalla Resistenza. Ormai da anni milioni di cittadini proclamano la loro estraneità dalla vita politica e sociale con l’astensione dal voto. Disillusi da una sinistra che negli ultimi 20 anni ha tradito ogni aspettativa di trasformazione e cambiamento, ha contribuito a smantellare le conquiste del movimento operaio, incapace di dare fiducia nel futuro. Xenofobia, razzismo, individualismo ed egoismo sono la cifra della quotidianità, mentre cresce l’insicurezza sociale a partire dal lavoro e dalla sua precarizzazione.

Della massa degli astenuti e dei voti alla destra autoritaria e xenofoba fanno parte la stragrande maggioranza dei lavoratori, anche buona parte degli iscritti al sindacato confederale e non solo. Le elezioni confermano che per la massa dei lavoratori la sinistra estrema appare inutile e residuale, mentre il PD resta il partito della legge Fornero e del Jobs act.

La CGIL resta l’unica forza che può - perché ha ancora l’autorità sociale e morale per farlo - contrastare a viso aperto la xenofobia, il razzismo, le pulsioni autoritarie, purché non venga confusa con una opposizione che continua a predicare la fedeltà ai diktat della Commissione europea e che continua a proporre le ricette del liberismo economico.

La CGIL manifesta contro le politiche del governo, perché questo rifiuta il dialogo e il confronto; perché non mette al centro gli investimenti politiche per creare lavoro (non perché contesta i vincoli di Maastricht); perché non intende adottare una politica fiscale basata sulla lotta all’evasione, la patrimoniale sulle grandi ricchezze e la riduzione delle tasse ai lavoratori; perché non mette mano ad una riforma delle pensioni che abolisca la Fornero e che rispetti il principio di perequazione delle pensioni (ma non perché ha introdotto la quota 100); perché non procede ad una riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche di sostegno al reddito che ripristini ed estenda la cassa integrazione e introduca un reddito di sostegno (non perché ha introdotto il reddito di cittadinanza); perché vuole una legge che estenda erga omnes i contratti collettivi di lavoro, mentre il salario minimo di legge sarebbe una misura che non tiene conto del salario indiretto, delle condizioni di lavoro e dei diritti dei lavoratori che il contratto definisce…

L’autonomia non è separatezza. Bisogna incoraggiare la partecipazione attiva e consapevole delle masse lavoratrici alla vita politica e amministrativa del Paese e, come abbiamo dimostrato sul referendum costituzionale, non siamo neutrali rispetto agli esiti politici e istituzionali.

Le nostre iscritte e iscritti devono essere spronati a partecipare attivamente e direttamente alla vita politica ed istituzionale. Siamo consapevoli che in prospettiva non c’è sindacato confederale di massa, senza un partito dei lavoratori e della trasformazione sociale, di massa e radicato nel paese, così come non ci può essere un partito dei lavoratori senza un grande sindacato confederale, in un legame dialettico fecondo.

Museo dell'Auto di Torino. Una piccola grande battaglia - di Noemi Vittone

Dopo tre anni di continue proroghe per l’aggiudicazione della gestione del servizio di biglietterie e cassa, la CoopCulture insieme alla Rear sono entrati trionfali al Museo dell’Auto di Torino.
Queste cooperative, che hanno gareggiato insieme formando un‘Associazione Temporanea d’Imprese (ATI) nel 2016, per meritarsi l’appalto hanno proposto un’offerta economica “minima” alla quale il museo “non poteva rinunciare”.

Rientriamo nel gioco del più forte, dove per una aggiudicazione di un appalto le cooperative sono libere di concorrere anche dentro la formula dell’offerta economicamente più vantaggiosa, giocando sul massimo ribasso dell’offerta economica allettando la committenza. Sembra che non esistano leggi e controlli di sorta che possano fermare l’inarrestabile movimento di una ferrea guerra fra corsari.

Ma vige una clausola, la “clausola sociale”, che, se inserita in un qualsiasi bando di gara, garantisce per lo meno il passaggio dell’organico esistente alla cooperativa o azienda subentrante.

Il Museo dell’Automobile è una Fondazione con la partecipazione maggioritaria pubblica di Regione Piemonte e Città di Torino alle quali si somma quella privata di Automobile Club Italia e FCA. Il Museo dovrebbe quindi far riferimento alla normativa sugli appalti pubblici, che ancora nell’aprile del 2016 non prevedeva l’obbligo della clausola sociale nella scrittura di un bando pubblico di gara d’appalto. Oggi invece è per fortuna prevista dall’art. 50 del d.lgs. 50/16 per quei servizi in appalto con una presenza maggioritaria del fattore lavoro nell’economia del servizio. Nessuno degli enti pubblici e dei soggetti privati che partecipano al finanziamento e alla gestione del Museo si è preoccupato allora della stabilità occupazionale di una ventina di addetti sala a contratto a tempo indeterminato formati e qualificati nella loro mansione dal 2011 presso la Cooperativa SocioCulturale.

Appena venuti a conoscenza del nuovo capitolato, ci siamo mobilitati come dipendenti. Abbiamo ottenuto in prima battuta l’attenzione preoccupata del Comune di Torino, grazie soprattutto alla risonanza di un primo sciopero partecipato indetto come Cgil, che rendeva evidente la falla in cui volontariamente o distrattamente erano caduti: la possibile prossima disoccupazione di giovani ragazzi qualificati.

A conclusione dell’incontro con la III e V commissione del Comune di Torino, il direttore del Museo dell’Automobile, Rodolfo Gaffino Rossi, si impegnava verbalmente nel richiedere alle cooperative entranti il riassorbimento del personale già operante alle dipendenze dell’operatore economico uscente.

Sorgeva un nuovo incubo: quale tipologia di contratto avrebbero inserito le cooperative entranti? Non è sufficiente inserire nel bando di gara il riferimento alla clausola sociale o l’art. 50 del d.lgs 50/161; è fondamentale aggiungere anche la volontà da parte della committenza che gli operatori vengano assorbiti con lo stesso trattamento economico e normativo che hanno in essere.

Ritorniamo alla vicenda del Museo Dell’Auto: l’Ati composta dalle cooperative CoopCulture e Rear si impegnava al riassorbimento del personale assunto dalla precedente cooperativa a tempo indeterminato. Rimaneva nello storico che per essere competitivi nella aggiudicazione dell’appalto, l’ATI non aveva tenuto conto dell’aspetto economico/normativo contrattuale dei lavoratori: nel loro ribasso economico, affinché le cooperative potessero rientrare nei costi, difficilmente poteva inserirsi lo stesso contratto che gli addetti sala avevano in uso: il CCNL Multiservizi.

Avrebbero potuto proporre una tipologia di contratto come il CCNL Servizi Fiduciari che ha come paga oraria euro 4,50 oltre a minori tutele normative rispetto ad un CCNL Multiservizi con paga oraria maturata dai dipendenti di euro 7,21.

La realtà contrattuale degli addetti sala e cassieri del Museo dell’Automobile non supera un monte ore settimanale di 24 ore, un part time. Gli operatori appartengono a quel gruppo di persone chiamate “part-time involontari”, ossia coloro che non per scelta si trovano a lavorare part-time pur di avere uno stipendio. Alcuni di questi ragazzi abitano da soli e arrivano difficilmente a fine mese anche con il CCNL Multiservizi part-time. Come potrebbero resistere o vedere un futuro con una paga oraria di euro 4,50?

Nel frattempo, nel corso dei tre anni, il Museo dell’Automobile ha cambiato direttore, dal maggio del 2018 è entrato nel direttivo Mariella Mengozzi, che, dopo un iniziale tentennamento ha abbracciato la causa invitando le cooperative CoopCulture e Rear a mantenere la retribuzione e la normativa contrattuale acquisita del CCNL Multiservizi.

Le cooperative hanno manifestato la ferma volontà di prendere in gestione il servizio sorveglianza e biglietteria, quindi, dopo aver subito pressioni dalla direzione del Museo, hanno firmato un accordo con la Cgil per garantire comunque una continuità contrattuale retributiva e soprattutto normativa degli operatori coinvolti nel passaggio e, contrariamente a quanto si aspettassero, sul ricavo economico, si sono ritrovate a “pagare” per poter affermare la propria presenza presso il Museo dell’Auto di Torino, ben conosciuto a livello internazionale, come il Museo Egizio o il Museo di Rivoli.

Oggi gli addetti sala e biglietteria hanno quello che gli è dovuto: il diritto al lavoro con una tranquillità economica e normativa, grazie ad una forte partecipazione collettiva sostenuta in questo caso dall’organizzazione sindacale, cioè la CGIL.

Per carità, questa è solo una piccola battaglia che ha salvato un gruppo compatto di persone, collocate in una singola struttura, ma fuori da questa ci sono molte persone che nel loro quotidiano lavorativo vivono prevaricazioni di ogni tipo, a cui non sanno rispondere o anche solo resistere. La nostra esperienza può servire a capire un qualcosa di tanto semplice quanto dimenticato: che quando si è uniti, quando ci si sente parte di un gruppo anche dal punto di vista umano, si è molto più forti che da singoli individui, separati, divisi, deboli, fragili, impauriti. E’ come la metafora della mano: le singole dita separate sono deboli, unite fanno un pugno...

Tav, tanti costi poche certezze - di Riccardo Chiari

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte richiama M5S e Lega ai loro doveri di governo: “Senza assunzione di responsabilità da parte di tutti, rimetterò il mandato al presidente della Repubblica”. Non vorrebbe parlare di Tav. E solo dopo che gli viene chiesto di esprimersi sulla Torino-Lione, riepiloga quanto accaduto in questo 2019.

In sintesi, Conte ricorda che nel contratto di governo sottoscritto da M5S e Lega è stato deciso che su Tav andava stabilito un metodo di lavoro. Un metodo che ha portato ad una analisi costi-benefici dal risultato chiaro: ad oggi per l’Italia sono molti più i costi, non solo ambientali, dei benefici.

E’ per questo che, nel marzo scorso, quando sarebbero dovuti scattare i primi bandi da 2,3 miliardi, il governo italiano ha congelato per sei mesi ogni decisione. La procedura è stata avviata con gli “inviti a partecipare” alle aziende interessate ai lotti in territorio francese. Ma questo solo per non perdere una tranche di 300 milioni di finanziamento Ue, in scadenza. Mentre la “clausola di dissolvenza” del diritto francese fa sì che gli inviti a partecipare possano decadere, senza oneri.

“Dato che sull’opera ci sono accordi internazionali – ha spiegato ancora Conte – sono andato a Parigi e ne ho parlato con Macron. E a breve ci sarà un altro passaggio, con l’Unione europea. All’esito di queste interlocuzioni, prenderemo una decisione. Ma al momento, se non ci sarà un’intesa con la Francia e l’Ue, il percorso è segnato”. Traduzione: la Torino-Lione costa uno sproposito all’Italia, e solo un robusto intervento finanziario di Parigi e Bruxelles, tale da far diminuire considerevolmente la spesa del governo italiano, potrebbe cambiare le carte in tavola. Con buona pace di Lega, e Pd, che continuano a insistere di fare la Tav.

Salvini come la Juve, secondo il Pd, in Europa solo cinque - di Frida Nacinovich

Come nel campionato di calcio, anche in politica a fine maggio si tirano le somme. Come l’Empoli che, pur giocando bene, è uscita dalla serie A, così la Sinistra - quella con la esse maiuscola - è uscita dall’Europa. All’opposto, la Lega ha fatto come la Juventus, andando ben oltre il 30% delle preferenze, dando dieci punti di scarto alla seconda. Che è il Pd e non sono i Cinque stelle, deludenti al pari del Milan e della Roma, rientrati in Europa per la porta di servizio, con una pattuglia non certo all’altezza della squadra che appena un anno fa aveva stravinto il campionato delle politiche. A proposito, se in Champions vanno in quattro e in Uefa altre tre, nel parlamento europeo sono entrati soltanto in cinque. Fra queste, l’Atalanta della situazione è stata Fratelli d’Italia, che nel 2014 non raggiunse il quorum del 4%, che cinque anni dopo lo ha raggiunto e superato comodamente. Certo, paragonare il mister orobico Gasperini alla pur volitiva Giorgia Meloni è un azzardo, troppo grande per chi scrive. Del resto il calcio è anche metafisica, così come la politica. Basta ricordare Matteo Salvini con la felpa di Casapound al derby meneghino, concluso con la sconfitta del ‘suo’ Milan. Mentre il Napoli è arrivato comodamente secondo in campionato, ma il suo tifoso illustre Luigi Di Maio ha penato alle europee e continua a penare nelle fibrillazioni governative che si sono subito dopo manifestate all’interno della strana coppia giallo bruna. Sui pentastellati si potrebbe scrivere un libro. Passi l’affacciarsi dal balcone di piazza Venezia, offrendo un’immagine di mussoliniana memoria dopo l’approvazione del cosiddetto decreto dignità. Ma dichiarare la “fine della povertà” grazie al reddito di cittadinanza, entrato in vigore furbescamente alla vigilia delle europee, proprio mentre interi siti produttivi chiudevano, lasciando migliaia di lavoratrici e lavoratori in braghe di tela (da Bekaert a Frama action, per finire con i recentissimi casi di Mercatone Uno e Whirlpool), ha un che di provocatorio. A Napoli agiteranno i cornetti rossi al prossimo annuncio trionfale del delfino della premiata coppia Grillo e Casaleggio, la sensazione netta è che Di Maio non si renda conto della situazione nel paese. Limitandosi, come Grimilde, a interrogare la piattaforma Rousseau come fosse lo specchio incantato del castello di Biancaneve. Uno specchio che non ha dubbi quando si tratta di dire chi sia il più amato fra i Cinque stelle, e cioè Di Maio. Ma con altrettanta certezza sentenzia che il più amato dalle italiane e dagli italiani è Matteo Salvini.

I diletti figli del dio Po hanno allargato lo sguardo ben oltre il ricco nord del paese, la calata verso il mezzogiorno d’Italia era già iniziata lo scorso anno, adesso si è trasformata in una conquista che fa venire in mente il Risiko, con i carri armati verdi scuri dilaganti sulla carta geografica della penisola. Per effetto diretto dell’annata positiva della Lega, Salvini urla ancora più forte che in passato: vuole, fortissimamente vuole, la flat-tax (15% di tassazione per tutti gli autonomi che guadagnano fino a 60-70 mila euro), vuole cancellare il codice degli appalti - tra la costernazione delle organizzazioni sindacali, e di chiunque voglia conservare un minimo di legalità nel paese - vuole chiudere l’intero settore della cannabis legale, e naturalmente continuare ad alzare muri per difendere la fortezza Italia dall’invasione di quegli straccioni di migranti, colpevoli solo di scappare da guerre e carestie provocate, va da sé, dagli uomini bianchi il cui animo predatorio non ha confini.

Dalle elezioni europee viene fuori un paese a forte trazione leghista, così come cinque anni fa era uscita un’Italia saldamente Pd oriented, visto che l’allora presidente del consiglio Renzi aveva guidato il partitone tricolore a un trionfale 41%. Cosa sia successo dopo lo abbiamo visto: politiche nitidamente liberiste, a partire dal jobs act, e un referendum su una riscrittura della Costituzione dettata dalle grandi banche di affari Usa, hanno allontanato milioni e milioni di tradizionali elettori dem dall’ovile del Nazareno, nelle più disparate direzioni. Di qui il 18,7% alle politiche del 2018, e un 22,7 attuale che però, in termini di voti assoluti, non ha portato un reale aumento di consensi. Al quartier generale di Nicola Zingaretti hanno comunque il sorriso stampato sulle labbra: l’obiettivo era quello di superare i Cinque stelle, ed è stato centrato. Se la politica fosse una manche di Bridge, avrebbero vinto. Ora il partitone tricolore, che in campagna elettorale si è fatto notare più per i suoi silenzi che per la sua combattività, vagheggia nuove alleanze contro la trimurti della destra - quella formata da Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia. Ma da un lato a sinistra c’è ben poco da trovare, visto che al momento gioca un campionato minore. Dall’altro Matteo Renzi e i suoi, che contano ancora abbastanza nel partito - vedi risultato toscani - guardano invece al centro. E i Cinque stelle? L’alleanza Pd-M5S è morta ancor prima di nascere. Anzi, il sogno piddino è quello di svuotare progressivamente il serbatoio pentastellato.

Così come il sogno, nemmeno troppo nascosto, della Lega di Salvini è quello di annettersi Forza Italia. Il campionato riprende dopo la pausa estiva, la politica va avanti anche sotto l’ombrellone.