Reds n. 05 - 2017

Un furto di democrazia - di Riccardo Chiari

La Cgil aveva raccolto tre milioni di firme per promuovere un referendum abrogativo dei voucher. Per paura della consultazione il governo li ha cancellati – facendo venir meno il referendum – per poi reinserire nell’ultima manovra economica una specie di contratto precario in bianco. Qualcosa di perfino peggiore dei voucher. E la legge è stata approvata il giorno stesso in cui ci sarebbe dovuta essere la consultazione popolare.
Il giuslavorista Piergiovanni Alleva ha tirato le somme: “I voucher sono usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, anche se con una strumentazione giuridica diversa: per i rapporti che interessano le piccole imprese viene utilizzato un nuovo sottotipo di contratto di lavoro, detto ‘di prestazione occasionale’, che è in realtà una sorta di mini contratto di lavoro intermittente o a chiamata, ossia una delle peggiori forme di precariato mai concepite. Infatti accoppia all’incertezza della prestazione futura una sorta di carica ricattatoria, perché, eseguita la prima prestazione, se per qualche motivo non vai bene, non sarai più chiamato. Probabilmente la nuova soluzione è peggiore della vecchia”.

I partiti che hanno votato il contratto precario in bianco – Pd, Forza Italia e Lega – sostengono che questa soluzione è diversa dai voucher, “perché si hanno tutte le garanzie previdenziali e assicurative”. Nel dettaglio si alza il compenso per chi svolge attività presso le imprese, da 7,50 euro netti a 9 euro l’ora. Sale anche la quota contributiva a carico del datore (al 33%). Vengono poi stabiliti dei limiti: non sono ammesse le aziende con più di cinque dipendenti, quelle del settore dell’edilizia e prestazioni inferiori alle quattro ore. Inoltre non si potrà fare il pieno di voucher dal tabaccaio. Infine un portale dell’Inps avrebbe il compito di gestire tutte le operazioni legate al nuovo contratto precario in bianco.

Nel concreto, la prestazione occasionale deve essere registrata telematicamente all’Inps entro un’ora prima dell’inizio. Ma il datore di lavoro può annullarla entro tre giorni, tutelandosi dai controlli e poi pagare in nero il lavoratore. Insomma si torna al punto di partenza, ad una occupazione precaria e segnata dalla ricattabilità dei lavoratori, così come successo con i voucher.

In risposta a quanto successo in Parlamento, per il prossimo 17 giugno la Cgil ha promosso una manifestazione nazionale a Roma. “Facciamo appello a tutti i cittadini, ai lavoratori, ai pensionati ed a tutte le associazioni democratiche, affinché partecipino alla manifestazione per il rispetto dell’articolo 75 della Costituzione (che definisce il diritto al ricorso all’istituto referendario, ndr), per difendere la democrazia e il diritto dei cittadini a decidere, per contrastare la precarietà, per un lavoro dignitoso tutelato e col pieno riconoscimento dei diritti”. Esserci sarà un dovere.

17 giugno: tutti a Roma per il lavoro e la democrazia! - di Giacinto Botti

Un governo cinico e baro ha trovato il modo di riproporre una versione peggiorativa dei voucher. Un’azione vigliacca che toglie diritti, reintroduce altra precarietà nelle aziende sotto i cinque dipendenti, sostituisce il contratto di lavoro con un’intesa commerciale. Il tutto giustificato da una parte della politica che, in violazione dell’articolo 75 della Costituzione, ha dato prova di assenza di cultura istituzionale, di supponenza e di ignoranza sul diritto del lavoro. È uno strappo senza precedenti, uno scippo, un abuso istituzionale pericoloso da parte di una maggioranza di governo che accentra poteri e scardina le regole della democrazia rappresentativa.

La Cgil non si arrende. Torneremo il 17 giugno a Roma per una grande manifestazione di popolo nella piazza storica della sinistra e del movimento sindacale, piazza San Giovanni. E saremo in tanti, donne e uomini che vogliono far sentire la propria civile protesta contro la violazione della nostra Carta costituzionale, per difenderla ancora come il 4 dicembre.

Saremo in piazza, consapevoli delle difficoltà ma determinati contro una preoccupante involuzione democratica che può aprire scenari inediti. Sarà una lotta, sindacale ma anche politica, né facile né breve. In discussione non c’è solo l’attacco al sindacato, l’aggressione alla Cgil, ma il fatto che se saltano le regole democratiche salta il patto, l’equilibrio sociale su cui si regge la nostra repubblica e si rompe il rapporto democratico tra cittadini e istituzioni già così logorato.

Il voto di fiducia sulla “manovrina” ha sancito l’inciucio Pd-Fi su modello elettorale e fine anticipata della legislatura: un vergognoso imbroglio ai danni di milioni di lavoratori, corresponsabile un presidente del consiglio alla mercé del suo capo di partito che ha come unico scopo di tornare a governare. Si sta toccando il fondo. Per questo la Cgil torna in piazza, consapevole del suo ruolo di rappresentanza e dei tanti fronti aperti, dai contratti, a fisco, pensioni e lavoro, ma determinata a non subire questa deriva antidemocratica. E a Roma saremo in tanti.

Russia 1917: la rivoluzione è anche dei camerieri - di Guido Carpi

Liberando la Russia dal dispotismo zarista e promettendo pace e democrazia, la rivoluzione russa del febbraio 1917 genera nelle masse lavoratrici speranze tanto grandi quanto effimere.

Già in primavera, il governo ha perso la capacità di esercitare una mediazione fra datori di lavoro e salariati, e per il paese si susseguono ondate di scioperi: naturalmente, a condurre il gioco sono le sterminate masse operaie delle grandi fabbriche di Pietrogrado, degli Urali e del Donbass (in particolare i metalmeccanici, i metallurgici e i minatori), ma anche i lavoratori dei servizi – tradizionalmente molto meno organizzati – sfruttano l’occasione per intraprendere le proprie lotte.

In maggio scioperano le lavandaie della capitale, sottoposte a uno sfruttamento feroce, che chiedono la municipalizzazione del loro lavoro, un salario minimo fissato per legge e l’arresto di una parte delle padrone, molte delle quali non esitavano a spianare la pistola contro le proprie dipendenti. Per settimane, i signori di Pietrogrado si devono lavare da soli la biancheria.

A fine giugno lo sciopero dei camerieri di Pietrogrado coinvolge circa 22.500 lavoratori e getta nel caos ristoranti, mense e caffè della capitale, tanto più che molti esercizi refrattari a scendere a patti con gli scioperanti vengono requisiti dai consigli di quartiere a maggioranza socialista e trasformati in cooperative. Ecco come il giornalone liberale “Russkaja volja” (“Libertà russa”, 17 luglio, ed. serale) descrive le due settimane di lotta: «Dei 1.100 ristoranti, mense, sale da tè, caffetterie e trattorie, in cui era stata dichiarato lo sciopero, solo un centinaio di esercizi sono tornati in attività». Da notare che l’agitazione sindacale non riguardava un aumento salariale, ma… l’abolizione del “prezzo d’ingaggio” a carico dei lavoratori stessi e l’introduzione di una pur minima paga! Fino ad allora, infatti, i camerieri, infatti, non percepivano alcun salario dai proprietari dei ristoranti, caffè, etc, ma erano loro, al contrario, a pagare per poter lavorare, ottenendo il proprio guadagno dalle sole mance: nei caffè più eleganti, «i camerieri per poter lavorare pagavano ai proprietari somme molto alte, dai 6 ai 20 mila rubli all’anno». Molto pesanti erano stati gli effetti dello sciopero per quella parte di popolazione (non necessariamente abbiente) che era solita sfamarsi nei locali pubblici sparsi un po’ per tutta la capitale: «Ieri ai buffet della stazione si sono formate code fino a 500 persone e più. Molti ristoranti hanno smesso di offrire pasti. Malgrado il sindacato, durante le contrattazioni, abbia richiesto che non ci fossero rincari, ovunque i prezzi sono saliti in un solo giorno dal 25 al 55%». A preoccupare maggiormente il giornale perbene, peraltro, non sono solo le conseguenze immediate dello sciopero, ma quelle – molto più durature – della conquista da parte dei camerieri del diritto ad avere una paga fissa: «L’abolizione delle mance e la trasformazione del “servo” in un cittadino-cameriere» avrebbe infatti rincarato i servizi di almeno una volta e mezzo…

Ma tant’è: ora che sulla testa dei lavoratori non gravano più lo scudiscio del cosacco e lo sfollagente del gendarme zarista, le lotte salariali si diffondono a macchia d’olio. Scioperano facchini, portuali, minatori, e a lungo pende sul Paese la spada di Damocle dello sciopero dei ferrovieri. Costantemente presenti fa le categorie in agitazione, i bolscevichi aiutano gli scioperanti a organizzarsi e acquistano velocemente un credito massiccio: le lotte del lavoro femminile, ad esempio, vengono coordinate dal battagliero settimanale “Rabotnica” (La lavoratrice), guidato dalla combattiva bolscevica Aleksandra Kollontaj e guardato un po’ storto da altri compagni per le «tendenze femministe»; alle iniziative organizzate dalla rivista accorrono folle che a volte sfiorano le 10.000 lavoratrici.

Carrefour, un passo in avanti - di Carlo Morciano

Bloccati i piani di chiusura, accordo sugli esuberi, conferma della contrattazione di secondo livello, ristabilite le relazioni sindacali


Abbiamo già parlato [“Fatturato contro diritti” e “La condizione precaria e quotidiana del lavoro” su Reds n. 2, febbraio 2017] della nuova vita all’interno dei mercati a marchio Carrefour, del giorno che è notte e della notte che è giorno. Abbiamo già esaminato l’estensione del nastro orario, di questo nuovo ciclo produttivo che non conosce confini. Dal “Tramonto all’alba”, e non è il film sceneggiato da Quentin Tarantino, si avvicendano zombie consapevoli con camici di vari colori e dai volti sempre più smunti al servizio in cassa, rifornimento, assistenza al cliente. Perché anche alle tre del mattino i dipendenti devono dare utili consigli ad una insonne clientela.

In questo contesto si è districata la complessa vicenda del rinnovo del contratto integrativo aziendale.

In uno dei tanti incontri tra azienda ed Organizzazioni Sindacali viene infatti espressa la volontà/necessità da parte aziendale di procedere alla gestione di un importante esubero (licenziamenti) nel canale Iper (circa 700 dipendenti). Contestualmente, viene inviata la famosa raccomandata che notifica la disdetta del Contratto integrativo aziendale (CIA).

A questo punto il clima si fa rovente e le piazze cominciano ad essere inquiete. Questa volta il problema è trasversale dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. Sì perché il malcontento e la rabbia stavolta uniscono tutti dai lavoratori degli Iper, a quelli dei Super, dei negozi di Prossimità, della cosiddetta “Attrazione”, dal Nord al Sud del Paese.

I lavoratori Carrefour si ritrovano, come tutti i lavoratori delle aziende aderenti a Federdistribuzione senza contrato nazionale, ma anche con il CIA disdettato, circa 700 esuberi e la denuncia di un clima di alta tensione dovuta a strategie non proprio ortodosse adottate all’interno dei punti vendita. Ci sono tutte le condizioni per una azione su tutto il territorio nazionale perché la misura è colma.

La Cgil, si sa, non abbandona mai il tavolo della trattativa, altrettanto Cisl e Uil. Il confronto è serrato ma non si molla di un passo. La vertenza richiama l’attenzione di stampa e televisione, che mettono in evidenza le precarie condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici del gruppo, accrescendo l’effetto mediatico già provocato dalle aperture h24. Ne risulta una pubblicità negativa per l’azienda. Il marchio è il marchio e la pubblicità è l’anima del commercio. Il combinato disposto della reazione dei lavoratori e della compattezza delle Organizzazioni sindacali che procedono unitariamente e l’effetto mediatico della attenzione dei mass media produce effetti sulle volontà aziendali.

Si arriva finalmente ad una bozza su cui discutere seriamente. Si scongiura la chiusura di due Iper del Nord. Viene proposto di ridurne la superficie di vendita mantenendo comunque aperti gli impianti. Viene accettata la proposta di un’uscita su base volontaria su tutto il territorio. Spiragli di luce. Si arriva anche alla ridiscussione sul rinnovo del CIA il cui contenuto rimane invariato. Si rimanda al confronto territoriale su problematiche inerenti le singole unità (la crisi è reale e non si può far finta di non vederne la problematicità). L’azienda si impegna inoltre a rispettare gli accordi sottoscritti negli anni precedenti in termini di organizzazione del lavoro. Per le altre problematiche di carattere generale rimangono aperti i tavoli nazionali.
Una vittoria, tutto sommato, o comunque un bel sospiro di sollievo.

Rimane aperta la questione contrattuale con Federdistribuzione: un contratto che non si firma, troppe le distanze tra OO.SS. e associazione padronale. Carrefour è per Federdistribuzione una garanzia, come per la multinazionale francese Federdistribuzione è un punto di forza.
La nostra bella Italia ormai parla francese: A2 Electricitè de France controlla interamente la Edison; la Suez Environnement ha acquistato un’ulteriore quota di Acea passando dal 12,5 al 23% del capitale mediante l’acquisto di azioni dell’impresa romana Caltagirone; la Vivendi è il primo azionista in Telecom… Molte aziende italiane parlano francese. Un’Opa sulla nostra economia che si accompagna ad una cultura che nega la contrattazione nazionale e tende a sperimentare in Italia una legislazione del lavoro in chiave aziendale e di mortificazione dei diritti.

Elezioni anticipate, il patto dei tre re - di Frida Nacinovich

L’ultima frontiera della politica italiana è anticipare le elezioni di quattro mesi, e venderlo come il salvataggio della patria in pericolo. Se è stato creato il mondo in sette giorni, figuriamoci quante cose si possono fare in quattro mesi. Ma non sarà il governo Gentiloni a realizzarle, tutt’al più potrebbe metterle in cantiere per un futuro al momento remoto.

C’è chi dice che Matteo Renzi non voglia lasciare l’amico Paolo a palazzo Chigi, perché ogni giorno che passa la sua popolarità - almeno fra i padroni del vapore - aumenta. Anche lo specchio di casa Renzi (‘specchio, specchio delle mie brame...’) ha dato una risposta che non è piaciuta all’ex ragazzo di Rignano sull’Arno. Ma come? Io ho trionfato alle primarie, e il più amato del reame è diventato Gentiloni? Non sia mai. Nervoso come la regina Grimilde quando viene a sapere dell’esistenza di Biancaneve, il re del Nazareno è subito corso ai ripari e si è accordato con il vecchio re di Arcore, e poi con l’ex comico genovese diventato a sua volta re (del web). Il patto dei tre re - sembra un romanzo di Tolkien - ha risvegliato il drago che incendierà la legislatura.

Un soffio infuocato e bye bye Gentiloni, Alfano, Minniti. Squadra che vince non si cambia, aveva pensato Renzi subito dopo la sua personale Caporetto referendaria. E pazienza se il governo Renzi non è certo passato alla storia per essere stato popolare. Fra voucher, job act e buona scuola era quasi riuscito nell’impresa di fare rimpiangere la Fornero, la sua riforma delle pensioni.

Del resto il Parlamento 2013-2017 sarà ricordato come uno di quelli meno votati dai cittadini elettori, nemmeno Vasco Rossi con ‘Vado al massimo’ (Sanremo ‘82) aveva preso così poche preferenze. Quasi tutti nominati gli onorevoli nel Grande fratello della politica italiana, potrebbero finire in nomination, come nell’Isola dei famosi. Ma la scialuppa di salvataggio è già pronta, nascosta nelle pieghe della nuova legge elettorale, sotto forma di mini-liste bloccate. Non è facile combattere contro la forza dei numeri: se le tre principali realtà politiche del paese (quattro con la Lega) si trovano d’accordo su un sistema di voto, non si può certo gridare allo scandalo perché la democrazia è stata ferita. D’altronde le frittate si fanno con le uova che ci sono in frigorifero. Lo chiameremo ‘pastrocchium’ - un pezzo di sistema tedesco con una robusta aggiustatina all’italiana per spingere i cittadini elettori a non disperdere il voto. Voti utili a chi ne ha già tanti.

Si dice in giro che questo particolare meccanismo sia stato imposto da Renzi in persona. Orfano del maggioritario, il segretario piddino si potrebbe consolare raccogliendo i ‘like’ di tanti italiani che - come ebbe a dire Indro Montanelli - devono turarsi il naso e votare per il ‘rinnovamento nella continuità’, cioè per il partitone tricolore. Per arginare i pericoli verdi: quelli del Berlusconi neo-animalista, e dei cinque stelle con un solo Grillo per la testa. Dunque tapparsi il naso e votare Dc, cioè Pd. Renzi tratteggia il suo futuro, già si vede vicino al francese Macron. Il centro, come il banco, vince sempre. In Italia come in Europa, tutto il mondo è paese. L’ex premier aspetta il suono della campanella della fine della legislatura. E pazienza se il suo padre putativo Veltroni si è risentito. Il sogno di Walter l’americano l’ha rovinato Grillo, era il bipartitismo ma in Italia è arrivato il Movimento Cinque stelle. Sarà per un’altra volta.

I tre re hanno deciso che si voterà con il ‘pastrocchium’. A proposito, a Montecitorio la discussione generale sulla legge elettorale si è aperta nel deserto dei Tartari di buzzatiana memoria. Presenti sette parlamentari su seicentotrenta, poco più dell’1%, Nanni Moretti commenterebbe che si notavano di più quelli che non c’erano. Una figuraccia immortalata in impietose immagini, ad uso e consumo delle barzellette sui parlamentari italiani che passerebbero la loro vita a far tutto fuorché il proprio lavoro. Ma nonostante il caldo già estivo, questa volta i grilli della politica non possono frinire, perché non c’erano nemmeno loro alla Camera. Hanno ‘bucato’ l’appuntamento tutti insieme appassionatamente, da destra, dal centro, da sinistra. Più visitatori sulle tribune che parlamentari in Aula, nel Transatlantico si sentiva l’eco.

Ma la legge non scritta della Camera dei deputati racconta ‘no voto, no party’, come George Clooney nella pubblicità del Martini. Gli attivisti accorsi al presidio in piazza di Montecitorio, per protestare contro un testo di legge che con il voto congiunto favorisce il voto utile per i maggiori partiti, erano molti, molti di più, degli onorevoli.

La ‘noblesse’ è stata quella di animo, dei contestatori tetragoni nel chiedere di poter votare liberamente il partito e il candidato preferito.