Pensioni sempre nel mirino - di Riccardo Chiari

Sempre sotto attacco le pensioni degli italiani. Come se non bastassero la legge Fornero e le altre strette al sistema previdenziale, fin dai tempi del governo Dini nel 1996. Questa volta il casus belli è stato il rapporto “Pensions at a Glance 2015” dell’Ocse, presentato a un convegno dell’Inps. Un documento nel quale si rileva, fra le tante: “La sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico richiede ulteriori sforzi negli anni a venire”.
Eppure lo studio racconta che, fino ad oggi, il sistema ha protetto gli anziani dalla povertà: dopo sette anni di crisi, gli over 65 italiani in povertà relativa sono il 9,3%, rispetto al 12.6% della popolazione totale. L’altra faccia della medaglia, che però non riguarda il sistema, è il fatto che oggi circa il 15% delle persone fra i 18 e i 25 anni sono oggi relativamente povere. E questo dato viene usato come trampolino di lancio dal presidente dell’Inps, Stefano Boeri, che butta sul tavolo una simulazione dell’istituto su 5mila lavoratori nati nel 1980.
Sul punto Boeri lancia l’amo: “Si lavorerà più a lungo, anche in rapporto alla speranza di vita. E le pensioni saranno del 25% più basse di oggi, tenendo conto degli anni di percezione. Poi ci saranno, a fronte di una crescita del pil all’1% e di possibili interruzioni di carriera, problemi di adeguatezza. Molti dovranno lavorare anche fino a 75 anni. E l’importo medio passerà dagli attuali 1.703 a 1.593 euro”.
Così come preparato, il piatto risulta davvero indigesto: “La stessa Ocse osserva che le riforme hanno portato l’età pensionabile al livello più alto in Europa – ribatte Vera Lamonica della Cgil - e che la spesa è calcolata con la parte assistenziale, in altri paesi non caricata sulla previdenza. Il vero problema è l’inadeguatezza delle prestazioni”. Quindi finiamola con gli allarmi: “Piuttosto occorre una riforma che dia risposte sul necessario tasso di solidarietà da restituire. E una politica per l’occupazione, soprattutto giovanile. L’unica che, anche nel lungo periodo, può rafforzare la tenuta del sistema”. Un sistema dove il 40,3% dei pensionati prende una pensione sotto i mille euro, e il 39,1% fra mille e duemila. In altre parole otto pensionati su dieci sono sotto i 2mila euro.
A scoprire le ultime carte Cesare Damiano, che osserva come le proposte ci siano. Si va dalla pensione di base, finanziata dalla fiscalità generale, di 442 euro mensili aggiuntiva a quella maturata con il sistema contributivo, alla totalizzazione dei contributi; dal riscatto favorevole della laurea, ai contributi figurativi in caso di disoccupazione o di passaggio di lavoro. “Basta che esista la volontà politica di applicarle - chiude Damiano - e per finanziarle si potrebbe anche utilizzare una parte dei risparmi del sistema pensionistico che, nel periodo 2012-2060, saranno di oltre 350 miliardi”.

Pd, tessere sotto l'albero - di Frida Nacinovich

Lo spirito natalizio scarseggia, come i soldi nelle tasche? Coraggio Italia! Mimetizzati fra i mercatini di Natale, del resto i colori sono quelli - il verde, il rosso, il bianco - fanno capolino i gazebo del Pd. Matteo Renzi e il suo gruppo dirigente cercano di arginare l’emorragia di iscritti al Partitone tricolore. Perché va bene il partito leggero, ma non esageriamo: c’è il rischio che voli via come un palloncino spinto dal vento. Così arriva l’idea regalo per chi non sa cosa mettere sotto l’albero.

Accanto al bue e all’asinello, potrebbe trovare spazio una bella tessera del Pd. Costa come il cenone di San Silvestro ma durerà per l’intero 2016. Anche se questa volta compreso del pezzo dell’iscrizione al partito non ci sarà lo sconto per visitare l’Expo, che ha chiuso i battenti il 31 ottobre. Pazienza. Il popolo dem sembra averla pesa bene.

Addirittura ad Ercolano, dove si è presentata Maria Elena Boschi, si è rischiato il dramma. Nella calca, un signore di novantaquattro anni è caduto e si è ferito alla testa. La stessa Boschi si è poi avvicinata per aiutarlo, prima che arrivasse l’ambulanza per portare l’anziano militante all’ospedale, il tutto in un trionfo di foto e filmini. Questo è lo spirito del Natale. Anche la sinistra del partito si fa vedere ai gazebo, Matteo Orfini si avventura nelle fredde periferie romane,

Gianni Cuperlo discute e regala sorrisi a militanti vecchi e nuovi, mentre Pierluigi Bersani risponde alla domanda delle cento pistole: “Il Pd è ancora di sinistra? Boh, penso di sì”. Anche se non fosse vero, si sa, a Natale siamo tutti più buoni. Renzi torna a Rignano sull’Arno per salutare il babbo Tiziano e piazzare anche lui qualche tessera. Ma chi l’ha detto che non ha a cuore le sorti del partito?

Autogrill, 72 assunzioni a tempo indeterminato - di Giorgio Ortolani

Il 13 novembre, lo stesso giorno in cui la Filcams della Lombardia iniziava la distribuzione a tutti i lavoratori di Autogrill della copia del nuovo Contratto Integrativo Aziendale, abbiamo raggiunto con l’azienda un accordo che prevede l’assunzione a tempo indeterminato di 72 lavoratrici. Il 25 novembre si sono già concluse le pratiche di assunzione per 69 di loro.
Si tratta, nella stragrande maggioranza, di donne, che hanno in questi anni prestato la loro attività lavorativa nei bar e nelle strutture di ristorazione della Fiera di Milano.
Finalmente si pone fine, per questi lavoratori, ad anni di precariato e di contratti a termine che per molte lavoratrici sono durati più di un decennio.
La stabilizzazione del rapporto di lavoro è elemento essenziale per qualsiasi persona, per poter progettare la propria vita, il proprio futuro.
Questo risultato è il risultato è attribuibile da un lato all’azione della Filcams e del Nidil di Milano che, quando i lavoratori si sono rivolti a noi, hanno predisposto le iniziative sindacali e legali finalizzate a ottenere la loro stabilizzazione. Dall’altro, al mutato atteggiamento con cui Autogrill sta affrontando le relazioni sindacali.
Speriamo che sempre più siano le aziende che comprendano che la precarietà dei rapporti di lavoro non produce qualità. Al contrario, la qualità, l’innovazione dei prodotti e dei servizi sono le uniche vere garanzia del successo delle aziende per le aziende.
Salari adeguati al costo della vita, certezza del proprio lavoro e rispetto della dignità dei lavoratori sono elementi che contribuiscono al successo delle aziende.
In attesa che tutte le imprese lo capiscano, c’è necessità di un sindacato forte che si batta con coerenza, costanza e determinazione per affermare questi principi.
G. O.

Milano, marcia indietro imposta alla Mc Donald's - di Giorgio Ortolani

Il tribunale di Milano ha ordinato il reintegro delle lavoratrici della sede di piazza San Babila precedentemente licenziate e ha rilevato il comportamento antisindacale dell’azienda


Come è noto ai lettori di questo giornale, Mc Donald’s ai primi di agosto 2015 ha formalizzato il licenziamento di quattro lavoratori, tra cui le due delegate, del ristorante milanese di piazza San Babila. Il licenziamento era motivato dall’impossibilità, secondo Mc Donald’s, di ricollocare i quattro lavoratori negli altri locali della città.
Per le OO.SS. invece tale motivazione appariva priva di ragioni, perché nella città di Milano Mc Donald’s ha continuato per tutto il 2015 ad assumere personale a tempo indeterminato e determinato, oltre che ad usufruire costantemente di “voucher”.
Le OO.SS. milanesi, da subito, hanno denunciato il comportamento antisindacale tenuto dall’azienda in quest’occasione e hanno richiesto alla stessa Mc Donald’s di tornare sui suoi passi. Si è proceduto ad organizzare iniziative sindacali, impugnando i licenziamenti e denunciando l’azienda per comportamento antisindacale, ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei lavoratori.
Dopo due udienze, il 12 novembre il giudice della sezione lavoro del Tribunale di Milano ha pronunciato la sentenza che ha accertato tutte le violazioni contestate dalle organizzazioni sindacali, condannando l’azienda al reintegro delle due delegate, accertando e dichiarando, in accoglimento del ricorso, la natura antisindacale del comportamento serbato da McDonald’s Development Italy LLC avendo tra l’altro “impedito ai rappresentanti sindacali di assistere lavoratori in occasione della consegna delle lettere di trasferimento e in generale nell’avere ostacolato l’esercizio delle loro prerogative ai rappresentanti sindacali”.
Conseguentemente, ha ordinato di reintegrare le lavoratrici, “di non ostacolare il libero esercizio dell’attività sindacale nel rispetto delle prerogative che caratterizzano il ruolo e la funzione della RSA e di non reiterare i comportamenti antisindacali serbati nella presente vicenda”.
Infine, ha condannato “la resistente al pagamento delle spese di lite sostenute dalle parti ricorrenti, liquidate in complessivi euro 3.000,00 oltre al rimborso spese generali, IVA e CPA”.
Non credo ci sia bisogno di spendere altre parole sul risultato. Forse occorre trarre qualche insegnamento da una vicenda che può risultare utile per tutti. In primo luogo va sottolineata l’importanza del mantenimento del rapporto sindacale unitario, benché sappiamo che non sia sempre semplice. Anche quando non ci sono differenze inconciliabili, come avvenuto a volte sui contratti o sulle scelte del governo (l’anno scorso eravamo in piazza con la UIL a scioperare contro il Jobs Act, e non con la CISL), c’è ovviamente competizione tra organizzazione, ci sono modi di approccio diversi alle questioni, a volte ci sono anche problemi personali tra i delegati. Ma tutto ciò non ci deve far dimenticare che, quando il sindacato è diviso, è molto più difficile unire i lavoratori in iniziative che sappiano contrastare efficacemente le controparti.
Aggiungo che non ci si può limitare a percorrere la via legale. In tutta la vicenda Mc Donald’s noi abbiamo costantemente informato e coinvolto i lavoratori, programmando e promuovendo una serie di iniziative pubbliche.
Infine, a proposito dei rapporti con stampa e media, sin da subito la Filcams di Milano ha lanciato una campagna sui social (#mc donalds problem-solidarietà san babila) che è stata ripresa anche all’estero. Tutte le iniziative fatte hanno, come si dice, “bucato” il muro informativo che di solito circonda i problemi dei lavoratori e i comportamenti delle multinazionali. Basti pensare che il video di Repubblica sul presidio organizzato in tribunale il 19 ottobre, in occasione dell’apertura del processo, ha ottenuto oltre 158mila visualizzazioni (uno dei 10 video più visti della settimana).
Invito, chi fosse interessato, a consultare il sito della Filcams di Milano, dove sono rintracciabili varie notizie sull’iniziativa e anche i video nei quali i legali spiegano i motivi del ricorso e illustrano la sentenza.
La vicenda non è chiusa, in quanto ci sono altri due lavoratori licenziati dalla sede di San Babila per i quali pende ancora un ricorso.
Anche se la magistratura dovesse riconoscere l’illegittimità del licenziamento, non è detto che sia disposto il reintegro perché le modifiche introdotte dalla “Fornero” non lo prevedono. Per questo abbiamo richiesto all’azienda di rivedere le proprie decisioni e ricollocare i due lavoratori oggi senza lavoro.
Se invece Mc Donald’s continuerà nel proprio atteggiamento di chiusura, organizzeremo iniziative e daremo il via a una nuova campagna sui media già nella settimana prima di Natale.

Contratto ristorazione: l'importanza dell'orario minimo - di Maria Luisa Rosolia

Una delle richieste che fanno le controparti quando si tratta di rinnovare i contratti nazionali è quella di eliminare o ridurre quello che è l’orario minimo previsto dal CCNL. Questa richiesta è stata rinnovata da ANGEM e ACI all’interno della trattativa per il rinnovo del CCNL della ristorazione collettiva.
Noi crediamo, anche sulla base dell’esperienza fatta, che la riduzione o l’eliminazione del minimo contrattuale oggi previsto nel turismo (15 ore) o nei multiservizi (14 ore), sarebbe negativo per noi lavoratrici del settore. Ci troveremmo di fronte a contratti con monte orario sempre più basso e con lavoratrici disposte a tutto per raggranellare qualche ora di lavoro supplementare.
Non dobbiamo poi dimenticare che anche l’accesso a mutui o prestiti è vincolato ai redditi certi, orari di lavoro determinati e non ai possibili supplementari. Lo stesso vale per gli assegni familiari.
Nell’appalto scuole Milano, che conta circa 1800 lavoratrici di cui 2/3 con CCNL turismo e 1/3 con CCNL multiservizi, proprio la presenza di un minimo contrattuale ben definito ci ha consentito di far sì che su circa 360 lavoratrici sotto i minimi, presenti un anno fa, oggi siamo passati a circa 60, la maggioranza delle quali hanno scelto (per altro lavoro o problemi familiari) di non aumentare il proprio orario.
Non è stato semplice farlo, ma la determinazione delle delegate e della Filcams di Milano, unita alla capacità di mettere il committente nelle condizioni di dover fare rispettare i vincoli del capitolato di appalto, uno dei quali è il rispetto del CCNL, ci ha consentito di migliorare i contratti e conseguentemente le condizioni salariali di 300 nostre colleghe. Per la cronaca, ci ha consentito anche di aumentare il numero delle lavoratrici iscritte alla Filcams, che oggi sono oltre 1000 nell’appalto scuole Milano.
Anche per questo pensiamo che, se è comprensibile che le parti datoriali facciano tale richiesta per risparmiare ancora sul costo del lavoro e flessibilizzare una manodopera che lo è già fin troppo, sia giusta la posizione della Filcams che si oppone a tale richiesta.
I contratti e la contrattazione territoriale o aziendale consentono già una riduzione di orario per affrontare situazioni particolari; sarebbe una iattura per le lavoratrici del settore una deregolamentazione della materia.
“Operare senza regole è il più faticoso e difficile mestiere di questo mondo”, sosteneva Alessandro Manzoni ne “La storia della colonna infame”. E il nostro lavoro è già abbastanza faticoso.