La CGIL sul Venezuela

(…) La CGIL condanna con estrema fermezza le ingerenze e le pressioni esterne, a partire dall’embargo imposto dagli USA su farmaci e sistema finanziario, che anziché aiutare il Venezuela ad uscire da questa crisi, ne hanno favorito la crescita, la profondità e la distanza tra le parti. Come condanna le immediate prese di posizione a favore dell’auto-proclamazione a capo dello stato del presidente del Parlamento, Juan Guaidò, quale risposta al risultato elettorale del maggio scorso che ha portato Nicolas Maduro per la seconda volta alla presidenza del paese. (...)

Approvato all’unanimità, [Bari, 24 gennaio 2019, Congresso nazionale CGIL]

Noi stiamo con il Venezuela rivoluzionario!

Al governo del Venezuela c’è la sinistra ispirata dal Forum sociale mondiale, dalla Teoria della Liberazione e dal socialismo indigeno, che pure non rinnega la rivoluzione cubana. Questo Venezuela è nato contro quello in cui il governo “democratico” e corrotto del “socialdemocratico” Carlos Andrés Pérez, in un solo giorno, il 28 febbraio 1979, ammazzò oltre 3500 venezuelani scesi in piazza per chiedere giustizia sociale e di godere anch’essi dei proventi del petrolio.

Contro quel Venezuela, quello di Pérez, di violenza, miseria e malnutrizione, nel quale una minoranza bianca e creola dominava spartendosi la ricchezza, si ribellò ingenuamente nel febbraio del 1993 un manipolo di ufficiali dell’esercito di origine india e rurale. Avevano imparato a conoscere gli ideali umanitari nelle scuole cristiane e quelli socialisti dai guerriglieri che combattevano nella selva. Fallito quel tentativo, il gruppo apprese la lezione e decise di percorrere la via democratica, cosicché pochi anni dopo, nel 1999 il loro leader, Hugo Chávez, divenne il primo presidente “socialista e cristiano” del Venezuela.

Da allora, per gli Stati uniti d’America, il Venezuela è diventata una bestia nera, la minaccia di una nuova Cuba. La guerra economica e politica è iniziata subito.

Nel 2002, il primo tentativo di colpo di Stato, fallito, per la protesta del popolo e la mancata adesione delle truppe (mentre lo stato maggiore si era già pronunciato) con il solo riconoscimento del governo americano. Da allora un crescendo, approfittando del crollo del prezzo del petrolio sul mercato internazionale, delle scelte del governo di privilegiare la redistribuzione della ricchezza assicurando case e cibo ai più poveri, sottovalutando gli investimenti e la diversificazione economica, mentre gli Stati uniti imponevano un embargo sui medicinali, bloccavano i pagamenti internazionali, finanziavano la sovversione interna con il sostegno dei gruppi oligarchici e usando come massa di manovra le bande criminali giovanili.

Il tentativo di golpe del 2002 è fallito, il tentativo di provocare la guerra civile del 2016/2017, pure, nonostante i lutti, le violenze, la miseria, gli attentati anche contro ospedali, depositi di medicinali, linee elettriche, le infiltrazioni di gruppi guerriglieri dal confine colombiano. Quello di questi giorni è l’ultimo tentativo che ripete, anche nei dettagli, il precedente del golpe del 1973 in Cile: la maggioranza parlamentare – in una repubblica presidenziale – disconosce il presidente eletto ed invoca l’intervento delle Forze armate! Trump sogna un Pinochet venezuelano e lo va cercando. Ignobilmente, l’Europa si piega servilmente ai piani degli USA, spalleggia i golpisti, accredita un’immagine del Venezuela che nega la realtà e chiude gli occhi di fronte ad una situazione che può portare ad una nuova Siria su vasta scala con interventi militari e guerra civile per procura.

La difficile coerenza tra il dire e il fare - di Andrea Montagni

[Sintesi dell’intervento di Andrea Montagni all’assemblea nazionale di Lavoro Società CGIL del 9 gennaio 2019]

I cambiamenti profondi della composizione della classe, le sue stratificazioni e differenziazioni; le modalità nuove – in realtà vecchissime – di una prestazione lavorativa dispersa nel complesso dell’organizzazione sociale; la precarizzazione del lavoro; le terziarizzazioni e lo spostamento di masse ingenti di lavoratori dall’industria al terziario anche nei settori nei quali permane il modello industriale, fabbriche di macchinari, componentistica, agroalimentare, produzione di energia, trasporti; la riduzione del pubblico impiego attraverso le privatizzazioni e le esternalizzazioni, la sua definitiva proletarizzazione; la riduzione del peso dell’aristocrazia operaia nei settori chiave, energia, trasporti, comunicazioni e quindi l’indebolimento della base strutturale delle organizzazioni sindacali contemporanee siano essi corporative o confederali; l’economia degli algoritmi che produce ricchezza immateriale senza riconoscere alcuna quota del valore agli utenti che usano il digitale nella vita quotidiana, per gli acquisti, immagazzinandone le informazioni e le conoscenze, affiancati dalle politiche neoliberiste di smantellamento della rete di tutele, e di attacco ai diritti del lavoro…
Tutto questo mette in discussione il sindacato, confederale e di massa. Questo modello va innovato, confermando la scelta delle Camere del Lavoro come centro di ascolto, incontro e organizzazione del lavoro organizzato e disperso.

Il rifiuto di una deriva corporativa per i settori protetti, e della trasformazione in un sindacato di pura agitazione per quelli senza tutele, è diventata una sfida alla quale non ci possiamo sottrarre: mantenere l’unità del mondo del lavoro!
Questo punto di arrivo e di ripartenza va difeso e consolidato. Siamo riusciti, pur con sofferenze, strappi, lacerazioni, a rimanere una grande organizzazione di massa che organizza milioni di lavoratori, e a sottrarci al destino che ha travolto prima la sinistra radicale e poi la sinistra liberista.

La Cgil c’è arrivata anche grazie al nostro contributo, quello di una sinistra sindacale che non è residuale, né minoritaria.
Il Piano del lavoro, la Carta dei diritti, rappresentano questa consapevolezza. Sono stati coinvolti, con le firme per le leggi di iniziativa popolare e per i referendum, milioni di uomini e di donne.
Siamo impegnati a fare della Cgil un sindacato confederale di classe nell’Italia del XXI secolo. Per far questo non basta amministrare la ditta con buon senso e la consueta retorica, conta quello che dichiariamo e quello che, concretamente, riusciamo a fare.

Difendiamo lo stato sociale, ma di fronte allo smantellamento operato dalla politica che recita il mantra liberista ‘meno stato più mercato’ e adotta una politica fiscale che premia i ricchi e punisce il reddito da lavoro dipendente, siamo costretti ad accentuare il peso contrattuale del welfare contrattuale e aziendale, cosicché sotto i nostri occhi cresce il divario fra chi ha un lavoro stabile e chi non ce l’ha, anche in termini di tutele universali!

Ci poniamo l’obiettivo di ridurre il numero dei contratti e di rendere esigibile la contrattazione collettiva, di fronte al proliferare di contratti pirata che fanno dumping, ma firmiamo nuovi contratti sotto le pressioni di controparti che affermano la loro esistenza per via contrattuale, con una frammentazione anche della rappresentanza delle imprese.
Le forze politiche liberiste, da quelle moderate di Pd e Forza Italia, a quella confusionaria dei 5 stelle, a quella reazionaria della Lega, gongolano, perché la destrutturazione della rappresentanza, e della mediazione dei corpi sociali intermedi, rende più governabili i processi di smantellamento dei diritti.

E’ una tendenza che pare inarrestabile, perché la stragrande massa dei lavoratori e delle masse popolari ha interiorizzato l’idea della inutilità della lotta, dell’organizzazione, e si rifugia nel mugugno, nella protesta silente, nell’individualismo e nel rancore.
Risalire questa china, andare controcorrente e sfidare questa realtà per cambiarla, è impresa titanica che richiede coraggio, determinazione.
Per farlo c’è bisogno di una nuova leva di attivisti e di dirigenti sindacali, preparati e formati, che si mettano alla prova nei luoghi di lavoro, che condividano con la massa dei lavoratori il fardello dell’incertezza della condizione di vita e di lavoro, che abbiano ideali saldi e che siano motivati.
C’è bisogno di una leva multietnica che rifletta la composizione della classe lavoratrice, una nuova leva che sia anticapitalista e antimperialista, che abbia saldi i valori sociali della democrazia, dell’uguaglianza e della solidarietà di classe.

La Cgil è la casa dei lavoratori. Ogni lavoratore può trovare da noi un ascolto, una tutela, l’organizzazione per difendere i suoi diritti. Qualunque sia la sua idea, qualunque partito o lista abbia votato. Ma ogni uomo o donna che sceglie la Cgil deve sapere che con la tessera ‘acquista tutto il pacchetto’. La Cgil è antifascista, la Cgil è antirazzista, la Cgil si oppone alla xenofobia e ad ogni discriminazione sociale, etnica e di genere. La Cgil è la casa dei lavoratori italiani e stranieri, emigrati, migranti e immigrati, atei, cristiani, ebrei, musulmani, animisti, buddisti, maschi, femmine e LGBT!
Chi vuole dirigere la Cgil deve sapere che questi valori li deve condividere!

Bisogna essere rossi ed esperti. Essere esperti è una qualità che si costruisce con lo studio e l’esperienza, ma l’essere rossi è una qualità che bisogna avere prima e che non bisogna smarrire mai.
Essere rossi vuol dire essere ribelli verso lo stato di cose esistente, ribelli verso lo sfruttamento e la prevaricazione, solidali verso i propri fratelli e sorelle di classe, animati dalla fiducia che le cose possano cambiare, irriducibilmente ottimisti sul successo della nostra buona causa...
Infine, il congresso, apertosi in modo unitario, si avvia a segnare un punto rilevante di confronto interno. Sarà una battaglia politica difficile, quella che affronteremo a fine mese a Bari, perché il terreno su cui si svolgerà non è stato scelto da noi.

Per noi, per la nostra storia e la nostra cultura politica, il terreno del confronto delle idee è rappresentato dai congressi di base. La piattaforma del confronto, della discussione, del posizionamento di merito, è quella dei documenti congressuali. E’ stato così fin dal 1986 con i primi emendamenti nazionali, è stato così con i documenti congressuali alternativi dei successivi tre congressi, è stato così con il sostegno al documento di maggioranza due congressi fa, e ai quattro emendamenti del congresso precedente.

La destra dell’organizzazione – che esce per la prima volta allo scoperto nella nostra storia dopo le minacce di rottura della prima metà degli anni ‘80 – ha scelto il terreno a lei più congeniale, quello della manovra burocratica. Ed ha determinato, anche per errori e ritardi della maggioranza, tempi e luogo della precipitazione dello scontro. Quando si combatte in un campo scelto da altri, tutto è più difficile!
In questa lotta per difendere il documento congressuale “Il lavoro è”, per riaffermare la linea che la Cgil ha seguito in questi anni, abbiamo trovato conferma che in Cgil c’è bisogno di sinistra, perché il centro dell’organizzazione, da solo, non basta. C’è bisogno dei valori e della storia del sindacalismo di classe e conflittuale. Abbiamo ritrovato compagne e compagni da cui ci eravamo separati durante e dopo il congresso, e con i quali, insieme ad altri, riprenderemo un percorso comune.

E’ cambiato, inevitabilmente, il rapporto fra lavoratori e sindacato. Non sono cambiati i valori, i riferimenti strategici: la lotta di classe, la democrazia partecipata, la lotta per una società di liberi ed uguali che abbia a fondamento il lavoro.

Abbiamo detto che bisogna navigare in mare aperto.

Come si definirà la sinistra sindacale, e le modalità di organizzazione che saranno scelte, dipenderà dall’esito del congresso. Ma una sinistra sindacale autorevole, sburocratizzata, motivata sul piano ideale e politico, ci sarà. Per fare questo occorre ritornare alla centralità delle delegate e dei delegati nei luoghi di lavoro, conquistarli all’idea della trasformazione sociale e del sindacato di classe.
In Cgil una sinistra sindacale c’è stata, c’è e ci sarà, perché ce n’è bisogno.

La sfida è quella di mantenere forte e unito un sindacato confederale, soggetto autonomo dal quadro politico e dal padronato, capace di organizzare i settori ‘forti’ del mondo del lavoro e la massa del lavoro precario subordinato. E nel sindacato dissodare il terreno anche per una nuova leva di una sinistra del XXI secolo, che raccolga la bandiera della Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro.


Al lavoro e alla lotta! - di Federico Antonelli

Dignità del lavoro e dei lavoratori, equità sociale, un modello diverso di Europa con al centro il lavoro, rispetto dei migranti e strategie di accoglienza e integrazione, contrattazione e politiche salariali, democrazia interna alla CGIL e pluralismo nella concordia, necessaria al bene comune dell’organizzazione.

Queste le parole d’ordine della conclusione del XVIII congresso. Parole d’ordine ribadite nel corso dell’applauditissimo intervento del neo eletto segretario Maurizio Landini.
Quelli di Bari sono stati giorni impegnativi. Duri per le incertezze di un esito mai scontato. Entusiasmanti per il livello di un dibattito intenso.

Congresso iniziato con la colpevole assenza del governo e concluso con un risultato finale che ci permette di presentarci, al paese e alle lavoratrici e lavoratori che a noi si rivolgono, uniti in una linea condivisa.

Se è giusto e corretto che tutti gli interventi finali abbiamo richiamato all’unità, e noi ci riconosciamo in questo obiettivo, pur in una visione pluralista e democratica dell’organizzazione, riteniamo che una profonda riflessione vada fatta su questo congresso. Non per mettere l’accento sulle divisioni, ma sui meccanismi democratici e politici che tutti i pluralismi devono poter praticare. Perché le regole sono garanzia di tutti, e soprattutto il rispetto delle stesse è sicurezza di trasparenza del dibattito, lealtà delle posizioni e chiarezza nei confronti degli iscritti.

Ora che il congresso è concluso siamo chiamati a un grande e vero obiettivo: far vivere nelle aziende e nelle piazze la nostra linea. A cominciare dalla grande manifestazione del giorno 9 febbraio.
Perché il vero cambiamento è in noi, e richiamando le parole conclusive della Segretaria uscente Susanna Camusso: compagni, al lavoro, alla lotta!

H&M, anche l'abito fa la lavoratrice - di Frida Nacinovich

Gli svedesi ci sanno fare: Volvo, Ikea, h&m. Tre esempi di come ci si afferma, partendo dalla madre patria, ai quattro angoli del pianeta. Abbigliamento, magari un po’ casual, e comunque alla portata di (quasi) tutti. Non alta moda, piuttosto abiti e accessori per la vita di ogni giorno. Proprio quello che ti serve quando hai bisogno di una maglietta, di un paio di pantaloni, di una gonna carina. Ilaria Bettarelli si è trovata al posto giusto nel momento giusto: nel più grande centro commerciale dell’area metropolitana fiorentina, i Gigli, proprio quando l’azienda svedese arrivava anche in Italia sull’onda di una strategia di internazionalizzzione dei suoi punti vendita. Ancora prima Bettarelli aveva comunque dimostrato di non aver paura della vita dei grandi. “Sono andata via di casa a 18 anni, appena finito il liceo classico. Avevo bisogno della mia autonomia, e ho cominciato a fare lavoretti precari per pagarmi l’affitto e organizzarmi la vita. Quando, una decina di anni fa, nel centro dove già lavoravo, è arrivata h&m e ho sentito dire che assumevano, ho colto al volo l’occasione. Possiamo dire, scherzando, che h&m ai Gigli l’ho aperto io”. Ora che di anni ne ha trentacinque, Ilaria Bettarelli, ha deciso di impegnarsi in una nuova sfida: coronare un piccolo grande sogno e fare l’università, per chiudere in bellezza il suo ciclo di studi. È tornata sui banchi e si sente quasi come Brad Pitt nelle vesti di Benjamin Button. “Sono una studentessa modello - rivendica ridendo - negli ultimi otto mesi ho dato gli esami del primo anno, sfiorando la media del trenta, mi sono guadagnata una borsa di studio”. È una giovane donna del ventunesimo secolo, che ha imparato a stare al mondo in questi anni davvero difficili. “h&m è stata la mia prima esperienza di lavoro stabile, con contratto a tempo indeterminato, in precedenza avevo accettato lavori anche molto diversi fra loro, naturalmente precari”. Vieni in mente un antico proverbio, “bisognin fa trottar la vecchia”, che in questo caso però aveva compiuto diciotto anni da poche settimane, con un diploma classico in mano e il mondo davanti.

Il punto vendita h&m dei Gigli ha una cinquantina di addetti. “Ventisei effettivi, gli altri a chiamata”, precisa Bettarelli. Un’organizzazione legata all’andamento stagionale delle vendite, con periodi ‘morti’, e picchi di lavoro in coincidenza delle feste natalizie e dei saldi. “Avere il 50% di colleghi, che poi sono soprattutto colleghe, a chiamata, è troppo. Ne stiamo discutendo con l’azienda, cercheremo di far capire che abbiamo bisogno di più lavoratori stabilizzati. Ne guadagnerebbe l’andamento delle vendite”. Parole degne di una brava sindacalista, e infatti Ilaria Bettarelli è delegata aziendale per la Filcams Cgil. “Il nostro punto vendita è fortemente sindacalizzato - racconta con orgoglio - una dozzina di noi ha la tessera della Filcams. La discussione che abbiamo avviato sul tema degli organici è sacrosanta. Abbiamo colleghe e colleghi che lavorano a chiamata da molti anni, che non sono più giovanissimi, che hanno bisogno di un minimo di stabilità per progettare il loro futuro. Non è giusto che continuino a lavorare con bassi salari e turni stressanti. Poi vogliamo avere voce in capitolo anche sulle dinamiche aziendali, da un po’ di tempo si parla della chiusura di alcuni punti vendita h&m, di potenziali tagli agli organici e ai diritti”. Nell’Italia della crisi sono poche le isole felici, eppure il settore della moda, dell’abbigliamento, è uno dei pochi che sembra resistere meglio al cortocircuito innescato dall’abbassamento generalizzato dei salari e dei diritti. “Il nostro negozio sta tenendo, i conti sono in ordine, continua ad essere apprezzato da clienti vecchi e nuovi. Certo, la concorrenza è aumentata, qui ai Gigli, possiamo vedere la situazione in tempo reale”. La continua gara al ribasso dei costi, alla fine penalizza sempre i soliti noti. I lavoratori. Questi ultimi hanno un orario di lavoro non facile, perché il grande centro commerciale della Piana Fiorentina, a pochi chilometri da Prato, è quasi h24, apre alle sei del mattino e chiude alle 22,30. Va da sé che le quaranta ore settimanali del contratto di lavoro, a seconda dei turni, posso essere assai faticose. “Permettimi un’ultima osservazione - chiude Bettarelli - in un ambiente lavorativo in cui per forza di cose quasi tutte le addette sono donne, abbiamo molte capo reparto ma poche dirigenti. In dieci anni di lavoro qui, è successo una sola volta di avere una direttrice del negozio”. Per giunta le informazioni circolano difficilmente, e a questo riguardo Bettarelli non ha dubbi: “È importante il sindaco, perché se sei il primo a non conoscere le regole diventa difficile farle rispettare e assicurare diritti e tutele. Penso ad esempio al job on call, e al suo eccessivo utilizzo. O, altro esempio, ai discussi festivi di lavoro, che a conti fatti si stanno rilevando economicamente controproducenti, sia per l’azienda che per gli addetti”.