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A fine dicembre scorso è stato sottoscritto il primo Contratto Nazionale del settore della Grande Distribuzione Organizzata, notoriamente conosciuto come GDO o, come ora denominato, DMO (Distribuzione Moderna Organizzata) e, come accade per ogni firma che si rispetti, anche per questa non sono mancate legittime opinioni favorevoli o in dissenso.

In questi giorni mi è capitato di leggere diverse riflessioni in merito al contratto firmato, in particolare mi ha colpito una critica, complessivamente dura e a mio avviso sopra le righe, la quale mi ha suscitato perplessità poiché espressa da un compagno che si firma come responsabile delle politiche contrattuali CGIL di una bellissima regione del centro-nord Italia.

Al di là del fastidio della modalità scelta, cioè di esprimerla pubblicamente in alternativa al dibattito e al confronto nelle giuste istanze (direttivi ecc.), pone una questione di merito sulla concessione di “deroghe” a suo dire presente nell’accordo, che in realtà non sono attivabili se non a fronte del consenso sindacale, quindi vincolato ad esso. Non vi è possibilità alcuna di un’applicazione unilaterale.

Io credo che bisogna fare molta attenzione prima di fare dichiarazioni di tale inesattezza, specie se pubbliche. Ci sono già i sindacati di base ad attaccare strumentalmente l’operato della CGIL e a confondere volutamente lavoratori e RSU.

Ho cercato di capirne i motivi e poiché mi rifiuto di pensare che siano opinioni frutto degli “effetti collaterali” dell’ultima fase congressuale, voglio immaginare che probabilmente molti ignorano il contesto in cui eravamo prima della firma e che non si conosca abbastanza il settore.
Ora, nel richiamare tutti a un necessario senso di responsabilità, cercherò di dare un contributo alla corretta analisi del raggiungimento di questo importante obiettivo.

Partiamo dal contesto. Volendo schematizzare il quadro generale, possiamo affermare che sono tre i macro-temi che hanno reso questo settore particolarmente critico, quali:
- gli effetti del decreto Monti sulla liberalizzazione degli orari, il cosiddetto “Salvaitalia”, il quale consente alle aziende di rimanere aperte h24 e per 365 giorni all’anno, inclusi i festivi;
- il forte investimento del settore nella digitalizzazione, adottando software e algoritmi per la gestione dell’ODL, con effetti devastanti sulla conciliazione dei tempi di vita privata e lavorativa degli addetti (il licenziamento di Marica Ricutti dell’Ikea ne è un po’ il simbolo);
- infine, l’assenza per ben cinque anni di normative di riferimento nel settore, dovuta all’uscita di Federdistibuzione da Confcommercio nel 2013.
A tutto ciò si aggiungono sia una fortissima riduzione dei diritti acquisiti e delle condizioni di miglior favore, frutto della contrattazione integrativa (CIA) - la quale come è noto, ha vissuto una lunga stagione di disdette da parte imprenditoriale come ad esempio è accaduto con Ikea, Carrefour, Auchan, solo per citare qualche azienda – e anche delle strategie politiche aziendali mirate a instaurare un rapporto diretto con i lavoratori (bypassando le RSU), anche previa erogazione di somme di denaro sottratte alla contrattazione nazionale, in cambio di flessibilità aggiuntiva e di favori illusori.

Dunque, uno scenario complicatissimo e cinque lunghi anni di vera e propria frammentazione del settore.

Ma ora torniamo al percorso che ci ha portati alla svolta. La trattativa è stata fin da subito durissima, a seguito delle pretese di Federdistribuzione in merito a un utilizzo di una più spinta flessibilità unilateralmente gestita degli orari lavorativi e di un apposito protocollo che prevedeva deroghe automatiche in caso di crisi aziendale per due anni di seguito (con il blocco di istituti economici e delle tutele normative). E, ancora, a causa dell’introduzione di pezzi del jobs act sui demansionamenti e, per chiudere, a causa della totale indisponibilità del riconoscimento economico degli anni di “vuoto” contrattuale.

Una posizione netta e dura a cui si è risposto in questi anni con scioperi e con percorsi legali.

Oggi, sventati i pericoli sopra descritti, si è giunti a un testo che ha totalmente depotenziato le pretese di Federdistribuzione e questo è avvenuto soltanto grazie alla tenacia della Filcams.

E’ stata migliorata la parte del jobs act sui livelli di inquadramento; l’art. 125 (già presente da svariati accordi passati), che regola un pezzo di flessibilità oraria settimanale in alcuni mesi dell’anno, è stato demandato al secondo livello di contrattazione con l’introduzione di un ulteriore confronto obbligatorio con le RSU/OO.SS, “finalizzato a intese”; è stata eliminata tutta la parte degli automatismi in deroga del famigerato “protocollo delle gravi crisi”, oggetto delle continue rotture della trattativa. La parte economica invece prevede un aumento di 85 euro mensili per un totale di circa 1.200,00 euro all’anno e ulteriori 889,00 euro di una tantum divisa in due tranche a recupero degli anni pregressi. Inoltre, ecco il possibile ritorno al Fondo Sanitario Integrativo (FONDO EST), la cui uscita unilaterale della parte imprenditoriale aveva causato disagi ai lavoratori, o in alternativa l’individuazione di un fondo similare bilaterale e un’apposita commissione per individuare i livelli di inquadramento delle nuove mansioni specifiche di settore (e-commerce ad esempio).

E’ questa l’ossatura del nuovo contratto, che finalmente garantisce regole certe, equità di trattamento e un’importante risposta salariale per i lavoratori, su tutto il territorio nazionale.

Se proprio si vuole fare una critica, bisogna soffermarsi sul metodo, il quale va migliorato in termini di comunicazione, in quanto comprensibile per chi come noi è addetto ai lavori ma che può creare confusione tra le RSU e i lavoratori. Ciò anche per prevenire inutili strumentalizzazioni mediatiche.
Certo, si tratta di un importante obiettivo raggiunto, che però deve essere un punto di partenza e non di arrivo.

Le diverse problematiche evolutesi in questo settore vanno ulteriormente affrontate: la salute e sicurezza, la digitalizzazione, le condizioni dei lavoratori degli appalti che orbitano intorno al settore, sono solo alcuni dei grandi temi che ci devono vedere impegnati nei prossimi mesi e nel prossimo imminente rinnovo (il CCNL della GDO sottoscritto scade tra 12 mesi).

Quindi l’invito è quello di concentrarci sulle assemblee già programmate per la consultazione nei luoghi di lavoro e per riportare alle lavoratrici e ai lavoratori quanto correttamente sottoscritto, valorizzando i risultati raggiunti, per nulla scontati, evitando invece errate polemiche, che creano un humus caotico e dannoso per la nostra organizzazione.

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