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Lasciamolo fare da solo. Gli italiani hanno verso il governo lo stesso atteggiamento dei genitori che guardano i loro bambini crescere, muovere i primi passi, scoprire il mondo. Va da sé che l’infante inciampa, sbatte sui tavoli, cade rovinosamente a terra. Fa niente, la prossima volta andrà meglio, l’essenziale è non scoraggiare il piccolo. Quando si dice l’importanza dell’autostima.

Il governo, figlio di quel quasi 60% di italiani tra quelli che sono andati a votare nel 2018, ripaga la generosità dei genitori-elettori con una galleria di foto e di selfie invariabilmente sorridenti, gongolanti, ‘amicali’, in ogni location possibile immaginabile: dalla cucina di casa alle piste da sci, dalle tribune degli stadi agli studi di ogni radio e tv. Il ‘governo del cambiamento’ sta per compiere un anno, sta muovendo i suoi primi passi, non è molto diverso da quelli che lo hanno preceduto.

Da un quarto di secolo le leggi e le manovre economiche si discutono sempre meno in Parlamento e sempre di più fra palazzo Chigi e Bruxelles, lo facevano Prodi e D’Alema, lo ha fatto Berlusconi, hanno continuato a farlo Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. La strana coppia Salvini-Di Maio ha battuto ogni record, commissioni parlamentari e aule di Montecitorio e Palazzo Madama hanno votato prima una manovra e poi ne hanno approvata una seconda completamente diversa. Senza discussioni, come se tutto fosse normale. Anche il capo dello Stato Mattarella, sia pur con una delicatezza di antica scuola democristiana, ha fatto notare al trio dell’Ave Salvini che così non si fa, che la discussione fra gli eletti dal popolo è la base di ogni democrazia e che in futuro sarà bene ricordare che cosa scrivono i manuali di diritto costituzionale. Ma gli italiani baciano il governo in erba, sperando che, come nella favola, il rospo si trasformi in principe. Leghisti e pentastellati hanno accarezzato la pancia del loro elettorato con una serie di provvedimenti che - secondo loro - dovrebbero assicurare consenso e nuove ulteriori simpatie in vista delle prossime competizioni elettorali, dalle elezioni europee alle amministrative di primavera. Ecco così arrivare lo sbandierato reddito di cittadinanza e la mitica quota cento per le pensioni - ma tra il dire e il fare c’è ancora di mezzo un mare, e il bambino ancora deve iniziare i corsi di nuoto.

Poi ci sono le tasse, e in questo caso il governo sarà pur giovanissimo ma somiglia terribilmente ai fratelli maggiori nati sotto il segno del Cavaliere di Arcore. Flat tax, basa la parola, come nella pubblicità del confetto Falqui. Non quella della Benetton, e qui non parliamo di autostrade, ma della bella e ormai antica campagna che pubblicizzava golf, felpe e pantaloni con le foto sorridenti di bambini di tutti i colori possibili e immaginabili. Il governo bambino invece è razzista e xenofobo: hai voglia a dire che tutti gli uomini nascono uguali e che casomai il vero problema sono le disuguaglianze, l’istruzione che non c’è, e la sanità sempre più zoppicante, da palazzo Chigi rispondono che gli immigrati hanno troppi privilegi, e poco manca che dicano che loro non sono razzisti ma i ne(g)ri sono troppo diversi da noi uomini bianchi.

Mattarella ci prova a dire che la convivenza civile è alla base di ogni Stato democratico, intanto però c’è una nave in mezzo al mar Mediterraneo che da Natale sta cercando, senza successo, di portare un pugno di donne (soprattutto), bambini e uomini in un porto europeo. La fortezza Europa non è tanto diversa dai muri della vergogna eretti in Medio Oriente, tra Israele e Palestina, e al confine fra il Messico e gli Usa. I tre dell’Ave Salvini sull’argomento fanno spallucce, altrimenti gli italiani impoveriti, incattiviti, analfabeti di ritorno, li mollano lasciandoli al loro destino, di fronte all’orfanatrofio dei politici sfortunati. 

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