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Tanto rumore per nulla? All’annuncio della nascita del nuovo governo giallo-verde, lo spread è ripiegato e gli indici di Piazza Affari sono risaliti. La chiave di lettura di quasi tutti i media si è incentrata sulla figura “rassicurante” di Giovanni Tria, nuovo ministro dell’economia, che si è detto sfavorevole all’uscita dall’euro, e incline alla cosiddetta “flat tax” solo se ci saranno adeguate coperture. Premettendo che la flat tax sarebbe solo un ulteriore aiuto ai ricchi, c’è comunque una morale che si può trarre da quanto accaduto nell’ultima settimana: nei ruoli chiave (economia e finanze, e anche agli esteri) sono stati chiamati dei ministri “tecnici”, compatibili con i vincoli monetaristi dei Trattati Ue.
Che non ci sarebbe stata una rivoluzione ad opera del “governo del cambiamento” M5S-Lega, era chiaro fin dallo scorso marzo, quando sono arrivate le periodiche istruzioni dalla Ue per l’Italia. In sintesi, una strada già tracciata, e difficilmente modificabile, quale che fosse il nuovo governo uscito dalle urne il 4 marzo. Una strada che naturalmente ordina, testualmente, di “provvedere a una tempestiva attuazione del programma di privatizzazioni, e utilizzare le entrate straordinarie per accelerare la riduzione del rapporto debito pubblico/pil”; “rafforzare il quadro della contrattazione collettiva, al fine di permettere contratti collettivi che tengano maggiormente conto delle condizioni locali”; “razionalizzare la spesa sociale”.

In definitiva, scrive l’imprescindibile rubrica “Nuova finanza pubblica” sulle colonne de ‘il manifesto’, ogni governo - non solo quello italiano - deve giocare le sue carte “dentro il terreno di gioco, più che condiviso, delle politiche liberiste e di austerità, che non possono in nessun modo essere ridiscusse, e che hanno bisogno dello choc del debito per disciplinare la società, e quanti dentro la stessa non rinunciano a voler cambiare il mondo”.

Eppure, ma nessuno lo ha detto in tv o sugli altri media in questa settimana, gli italiani dal 1980 ad oggi – dalla separazione fra Bankitalia e Tesoro – hanno pagato 3.400 miliardi di interessi su un debito che continua ad essere di 2.250 miliardi. E’ la “trappola del debito”, che nel corso degli ultimi 40 anni, e in particolare dalla stipula dei Trattati Ue a partire da quello di Maastricht all’alba degli anni ‘90, ha permesso la progressiva deregolamentazione dei diritti sociali e del lavoro, la mercificazione dei beni comuni, e la privatizzazione dei servizi pubblici. Poi, per chi le tasse le paga, non è certo consolatorio sapere che, a furia di “avanzi primari” - che peraltro finiscono solo per ripagare i soli interessi sul debito - lo Stato italiano ha incassato più di 750 miliardi che non ha restituito in servizi ai cittadini.

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