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“On s’engage, et puis on voit!”, “Ci si butta e poi si vede”. Nel famoso articolo “Sulla nostra rivoluzione”, comparso sulla Pravda il 30 maggio del 1923, Lenin cita nuovamente la frase di Napoleone per ribadire la necessità di saper cogliere le occasioni storiche anche quando queste sembrano poco consone allo schema, al programma dei rivoluzionari. Un’attitudine che ben caratterizza lo spirito con cui la “rivoluzione bolivariana” ha saputo navigare nei frangiflutti di questo secolo 21, e presentarsi ancora dopo la sua 24ma elezione presidenziale vinta, un po’ sfibrata ma pronta a rilanciare il motto di Simon Rodriguez: “Inventamos o erramos” (“o inventiamo o sbagliamo”).

Nicolas Maduro è stato rieletto presidente con oltre sei milioni di voti. Per alcuni una “vittoria di Pirro”, dato l’alto livello di astensione e la diserzione della destra più estremista. Per altri, una vittoria storica, visto lo stacco con l’avversario di centro-destra, Henry Falcon (1.800.000 preferenze).

Una vittoria non scontata, anche se preceduta dal pieno di voti ottenuto dal PSUV e dai suoi alleati in altre tre consultazioni elettorali: l’Assemblea Nazionale Costituente, le regionali e le comunali. Dopo la morte di Chávez (il 5 marzo del 2013) e la prima elezione di Maduro, il grande capitale internazionale ha cercato in ogni modo di riprendersi un pezzo importantissimo del suo “cortile di casa” che custodisce risorse strategiche per riossigenare la crisi generale storica in cui si dibatte. Finora non ce l’ha fatta, ma confida in un blocco economico-finanziario come quello imposto a Cuba, a cui concorre l’Europa. La partita del Venezuela – un paese dove il presidente occupa le fabbriche insieme agli operai – è ancora aperta. Che quella porta non si chiuda, dipende ora anche da noi.

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