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Nel 1948 Palmiro Togliatti commentava sulle pagine della rivista “Rinascita” le opere esposte in occasione della Prima mostra nazionale d’arte contemporanea a Bologna definendole “cose mostruose, scarabocchi”. A mancare in questi artisti è, secondo lo sguardo del politico, il rapporto necessario e inevitabile tra arte e impegno politico. Un commento che darà inizio ad uno dei più prolifici ed interessanti periodi artistici del secondo Novecento italiano basato sul dibattito post bellico sul tema. L’artista per eccellenza per il PCI è Renato Guttuso, autore di dipinti come “La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio” (1955) e “I funerali di Togliatti” (1972) con i quali l’artista siciliano si muove verso una poetica sociale caratterizzata da una raffigurazione comprensibile ai più e dall’interesse di utilizzare i linguaggi artistici come mezzi di esortazione civile.

Sono gli anni del secondo dopoguerra, periodo di ricostruzione economica, politica e sociale, ma soprattutto di costruzione di un sentimento nazionale che sembra essersi perso da tempo tra gli italiani. L’arte diventa in questo contesto mezzo e strumento imprescindibile per la politica di diffusione di nuovi valori e nuove speranze. All’immagine retorica e propagandistica tanto amata dal partito si contrappone però la ricerca di artisti come Giulio Turcato (1912-1955): comunista convinto, grandissimo amico di Guttuso e tra gli artisti esposti proprio alla mostra bolognese additata da Togliatti. Il pittore mantovano si muove infatti in direzione opposta tagliando fuori dalla rappresentazione ogni elemento descrittivo e lasciando ai valori emotivi il compito di raccontare.

Della grande tela dal titolo “Comizio” Turcato ha realizzato diverse versioni, anche una puramente personale. In quella del 1950, presentata alla Biennale dello stesso anno, Turcato traduce in forma simbolica una modalità comune e diffusa di espressione politica e sociale quale appunto quella del comizio. La prima differenza evidente con le opere dell’amico/rivale è l’assenza di volti e corpi umani a rappresentare la folla qui sostituita da segni grafici, linee e punti, di tonalità marrone. Un colore al di fuori dello spettro cromatico visibile dall’occhio umano accostato al rosso intenso delle bandiere triangolari che svettano protraendosi oltre la cornice. Il quadro sembra perdere i propri limiti a causa di una prospettiva ribaltata in avanti, lontana sia da quella prospettica che da quella aerea, che elimina qualsiasi riferimento spaziale e temporale. Impossibile risulta dunque per lo spettatore definire un sotto e un sopra, tanto che la tela potrebbe essere capovolta senza perdere di senso. Il colore piatto, quasi stampato, è trattato per campi separati che si intersecano tra loto come pezzi di un puzzle diventando così elemento strutturale, capace da solo di dar vita all’impianto costruttivo del dipinto. Spesse strisce bianche si sovrappongono allora orizzontalmente alle linee curve lasciando intendere la presenza di migliaia di persone. Turcato abbandona il realismo dei suoi contemporanei per un’immagine costruita su canoni indipendenti da ogni contenuto e da ogni obbligo di messaggio, volutamente anti-retorica e anti-propagandistica. Il quadro diventa spazio carico di emozioni e le questioni sociali e politiche sono affrontate con l’ottica della vita quotidiana di una visione non univoca. Per questo l’arte di Turcato si impone come una ventata di innocente comunicabilità. Una semplicità e un’immediatezza comunicativa che appare oggi, nella politica così come nei rapporti sociali, del tutto assente. Le piazze sono tornate a riempirsi in difesa di diritti che si pensavano ormai consolidati, forse per questo il “mare di folla” rappresentato da Turcato continua a suggestionare.

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