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Con l’apporto decisivo, e interessato, della governativa Cassa depositi e prestiti, ma anche di gran parte dei piccoli azionisti, nell’assemblea di Telecom Italia Mobile si è consumata una rivoluzione nella governance della società. Ha perso Vivendi del finanziere francese Vincenti Bolloré, che pure è azionista di controllo con il suo 23,9% ma che avrà soltanto cinque consiglieri nel nuovo consiglio di amministrazione. Un cda che avrà invece dieci consiglieri del fondo statunitense Elliott, conosciuto anche in Italia da buona parte della pubblica opinione per il suo sostegno al nuovo management del Milan post (?) Berlusconi.

Elliott sembra essere entrato in Tim aderendo alla strategia governativa del matrimonio con Enel Oper Fiber, partecipata anch’essa da Cassa depositi e prestiti. Il problema è il futuro della rete infrastrutturale di Tim. Sarà ceduta? Sul punto la Cgil osserva che deve necessariamente rimanere dentro Telecom, perché diversamente l’azienda con i lavoratori superstiti, circa 25mila, avrebbe lo stesso mercato mobile di Vodafone e Wind, che hanno solo 6mila dipendenti. Insomma si prospetterebbe l’ennesimo bagno di sangue per il lavoro.

Più in generale, serve ricordare alcuni dati di fatto. Prima della privatizzazione Telecom aveva 123mila dipendenti, 23 miliardi di euro di fatturato, 6 miliardi di investimenti l’anno e debiti per 8 miliardi. Oggi ha 50mila dipendenti, al lordo dell’inflazione ha circa 20 miliardi di fatturato, investe 5 miliardi e ha 25 miliardi di debito. Sono numeri che certificano, ancora una volta, il fallimento della privatizzazione avvenuta nella seconda metà degli anni ‘90. Da allora, la storia di Telecom, una ricchezza del paese di ieri e a maggior ragione di oggi, è stata un vero e proprio racconto dell’orrore.

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