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Ovvero sul ‘Manifesto del Partito Comunista’ in ottava rima di Pilade Cantini

Esiste un Sacro Graal per i comunisti? Sarà mai ritrovata copia del Manifesto tradotto in russo da Lenin in persona negli anni del confino siberiano che vanno dal 1897 al 1900? Sarà possibile misurare l’ortodossia leniniana e bolscevica del susseguirsi di traduzioni e volgarizzamenti novecenteschi della parola e del senso del testo del 1848? Nell’attesa, godiamoci il lavoro di Pilade Cantini, poliedrico esponente della provincia rossa, che ha dato alle stampe una versione in ottava rima del celebre manifesto comunista. Già autore di Piazza Rossa. La provincia toscana ai tempi dell’Urss” ed animatore di esperienze come l’associazione “Il resto del Cremlino” ed il gruppo musical-teatrale degli “Aeroflot. feat Collettivo Radio Mosca”, sublima in questo cimento l’altro filone di interessi che lo ha da sempre contraddistinto, il filone popolare dell’ottava rima, dei contrasti, degli stornellatori e dei maggianti, sulle orme del primo Benigni, di Davide Riondino e di Carlo Monni.

Il suo nuovo Manifesto si compone di otto ottave nelle quali viene mirabilmente esposta in veste popolare – ma rigorosa dal punto di vista del contenuto – la quintessenza del marxismo. In realtà il ma avversativo è fuori luogo, perché spesso proprio dai lavori divulgativi sono scaturite interpretazioni ineccepibili che hanno mosso all’azione e fatto conoscere oltre i ceti colti le opere dei fondatori del comunismo scientifico, come il Compendio del Capitale di Carlo Cafiero e una delle prime versioni del Manifesto a cura di Pietro Gori nel 1891.

Nella terza ottava viene icasticamente resa la teoria del materialismo storico, “Da quando l’uomo è nato ed esistito / e sulla Terra ha mosso i primi passi / la storia – questo fatto è definito – / è sempre stata lotta tra le classi”, il cui sviluppo e antagonismo può condurre sia al progresso ed alla trasformazione che alla barbarie: “Ma non sempre ci sorte un vincitore / da tale contrastante situazione / e quest’eterno gioco, con vigore, / porta il progresso e la trasformazione / o alla rovina l’uno e l’altro attore”. Il tempo moderno rappresentato dall’industria semplifica ulteriormente le stratificazioni sociali inaugurando la polarità borghesia-proletariato, sussumendo il lavoro in ogni sua forma alla dimensione di merce, come si legge nella quinta ottava: “Il capitale, senza ipocrisia, / in merce ogni persona ha trasformato, / che faccia il pane o canti la poesia”. Ma il Capitalismo, hegelianamente, ha prodotto assieme alla borghesia il presupposto del suo superamento: “il proletariato, [che] con coscienza, / di classi e sfruttatori farà senza [della borghesia e del Capitalismo]”, attraverso una lotta che sarà “violenta all’occorrenza” per abolire la proprietà privata, facendo cessare lo sfruttamento capitalistico sul lavoro.

Il lettore potrà gustare di persona la sapienza della resa, assieme agli scritti storico-politici, antropologici e narrativo-letterari che impreziosiscono il volumetto, per la penna di Simona Baldanzi, Mario Caciagli, Guido Carpi, Max Collini, Carlo Lapucci e Federico Maria Sardelli.

E’ proprio Guido Carpi ad attribuire al Cantini una linea interpretativa limpidamente bolscevica che guiderebbe il Nostro nella sua interpretazione, adducendo come prova la sottolineatura di come i comunisti abbiano rivelato al proletariato la realtà della lotta di classe e del suo inevitabile esito (VI ottava), nonché il riferimento enfatico al carattere violento del rivolgimento prossimo venturo, tenuto sottotraccia dalla tradizione evoluzionistica della II Internazionale. A noi preme rimarcare che Cantini ricorre ad una tradizione plurisecolare per dare nuova linfa al Manifesto, affidandogli una diffusione scritta che è funzionale ad una utilizzazione orale, pubblica, conviviale, proprio quando la provincia rossa della quale è esponente, narratore e storico declina e scompare. In realtà a noi pare, a differenza del compagno amico e professor Guido Carpi, che il lavoro del Cantini vada inquadrato proprio dentro la scomparsa del mondo leninista, sia esso lo Stato sorto dalla Rivoluzione Bolscevica che il Partito di rivoluzionari di professione che aveva caratterizzato l’epopea comunista novecentesca. Insomma, occorre un ritorno alla Classe prima di poter tornare al Partito. Proprio il professor Mario Caciagli descrive e sancisce la fine del mondo narrato da Pilade nel suo Piazza Rossa ne Addio alla provincia rossa”. Origini, apogeo e declino di una cultura politica, (Carocci 2017), dedicato proprio alla zona del Cuoio vissuta e resa dallo “scrittore di Ponte a Egola”. Ma di fronte ad un mondo che scompare si può scegliere: assistere impotenti oppure, elaborato il lutto. tornare alla pugna. E allora questo Manifesto in ottava rima serva per disvelare gli inganni delle classi dominanti che avviluppano il Proletariato, falsi miti e credenze “che il capital gl’infisse e fe’ credùlo / per poter meglio poglierlo nel culo”. Alla lettura ed alla pubblica declamazione.

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