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Stefano Rodotà è stato un intellettuale sempre impegnato nella difesa della democrazia e dei diritti sociali. Un giurista punto di riferimento per generazioni di colleghi, perché il suo lavoro ha avuto come stella polare la rappresentanza, intesa come intreccio virtuoso fra la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta. Quindi in difesa della centralità del Parlamento, contro la retorica della “governabilità” che tanti danni ha fatto nell’ultimo quarto di secolo.

Di lui è stato detto che era un liberal-democratico. Ma nell’accezione più alta del termine, quella che lo portò a battersi nei referendum del 2011 per l’acqua e i servizi pubblici. Spezzando l’angustia di un diritto civile costruito nella gabbia della contrattazione privatistica, e aprendo l’orizzonte dei beni comuni, fornendo una base costituzionale ai valori d’uso rispetto ai valori di scambio.

Nel suo impegno c’è sempre stata una spinta all’innovazione, per nuovi diritti e nuovi bisogni da garantire e difendere. Nel segno del diritto ad avere diritti, Rodotà spiegava che i costituenti strapparono la “dignità” da una condizione di astrattezza, fornendole una base materiale: per questo “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del suo lavoro, e sufficiente a garantire a sé e alla sua famiglia una esistenza dignitosa”.

Ha combattuto la deforma costituzionale, ed è stato anche candidato al Quirinale. In quella occasione commentò: “Rimango quello che sono stato, sono e cercherò di rimanere: un uomo della sinistra italiana, che ha sempre voluto lavorare per essa, convinto che la cultura politica della sinistra debba essere proiettata verso il futuro. E alla politica continuerò a guardare come allo strumento che deve tramutare le traversie in opportunità”.

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