Ricevi Reds via mail

Name:
Email

Il centenario della Rivoluzione sovietica continua ad essere ricordato in sordina. Pare, dico pare, che il farlo sia più vezzo ideologico che occasione per fare il bilancio di un fatto epocale che ha segnato il secolo appena passato e le cui conseguenze hanno determinato il corso degli eventi successivi. Si tende a rimuovere che quella rivoluzione sia stata risultato dell’azione combinata della frantumazione dell’ordine costituito e della iniziativa di un soggetto nuovo, il proletariato organizzato in quanto classe per sé, come protagonista della storia umana.

La Russia zarista univa la modernità di una industria capitalistica in una fase di crescita impetuosa, un sistema economico nel quale predominava la grande proprietà terriera con rapporti di produzione feudale, un sistema oppressivo verso le aspirazioni nazionali del composito mosaico di popoli, nazioni ed etnie che la popolavano da Occidente ad Oriente, un regime politico dominato dall’aristocrazia. Un coacervo di contraddizioni nel quale solo la frazione detta “bolscevica” del Partito Socialdemocratico degli operai russi, seppe individuare il bandolo per sciogliere la matassa nel corso di un breve e travolgente processo rivoluzionario e di una lunga e sofferta guerra civile che seguì alla Rivoluzione.

Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, il movimento operaio si era sviluppato in tutti i paesi capitalistici, in primo luogo in Germania e Gran Bretagna, e il marxismo era una dottrina ampiamente pubblicizzata e accettata da parte del proletariato di diversi paesi, inclusi i più evoluti. Nonostante il fallimento della Internazionale di fronte alla guerra imperialista e la sua frantumazione le idee socialiste erano un patrimonio di vasti settori della società, a partire dagli operai.

La Repubblica dei Soviet dette voce a queste idee, mettendo in pratica fin dalla sua costituzione le rivendicazioni storiche del movimento operaio internazionale. I provvedimenti del governo bolscevico attirarono verso la Russia la simpatia di tutto il proletariato internazionale. Non fu un fatto ideologico, fu il riconoscimento di un programma comune. Per la Russia sovietica simpatizzarono i socialisti rivoluzionari e quelli riformisti, gli anarchici e i sindacalisti in tutta Europa, quelli che erano stati interventisti e quelli che alla guerra si erano opposti.

Quattro giorni dopo la presa del Palazzo d’Inverno e dopo aver promulgato i decreti della pace e della terra, fu promulgata  la legge della giornata massima di 8 ore lavorative,  delle pause per il riposo e pasti, un giorno e mezzo di riposo settimanale, ferie pagate, il divieto al lavoro per i bambini sotto i 14 anni e un massimo di 6 ore di lavoro per i giovani tra i 14 e i 18 anni. La legge salvaguardava anche l’occupazione delle lavoratrici durante il periodo di gravidanza e durante il primo anno di vita del bimbo; 8 settimane di congedo per maternità prima e 8 dopo il parto, il tempo per l’allattamento al seno e indennità di allattamento; misure speciali di protezione e assistenza alle madri adolescenti. Fu stabilito il principio della parità di retribuzione a parità di lavoro e la fine delle discriminazioni tra uomini e donne.

Le donne russe, che erano entrate come forza lavoro delle fabbriche a causa dell’invio di uomini in guerra, giocarono un ruolo di primaria importanza nei grandi scioperi e nelle manifestazioni che precedettero la rivoluzione chiedendo la fine della guerra, il pane e la pace. Furono le prime donne al mondo a conquistare il diritto di eleggere e di essere elette.

Il nuovo diritto di famiglia, abolì la distinzione tra figli legittimi e illegittimi, riconobbe il solo matrimonio civile e introdusse il divorzio.
Alle donne che avessero abortito (sia che fosse spontaneo o indotto) veniva riconosciuto un congedo di tre settimane a salario intero. Nel 1920 sarebbe stato riconosciuto il diritto all’interruzione di gravidanza assistito nelle strutture ospedaliere “proteggere la salute delle donne”.

La prostituzione fu depenalizzata, mentre rimase reato lo sfruttamento.
La grandezza della Rivoluzione d’Ottobre sta in questo. Nel aver tentato in modo risoluto e conseguente di tradurre in pratica gli obbiettivi del movimento operaio e sindacale internazionale.

Questo compito immane toccò agli operai, ai contadini, ai soldati, agli intellettuali di un paese largamente arretrato rispetto ai livelli di “civilizzazione” raggiunti in altri paesi europei e negli Stati uniti d’America, ma proprio per questo suscitò così tanto entusiasmo: se si era fatto in Russia, si sarebbe potuto fare a maggior ragione in Gran Bretagna, in Francia, in Italia, in Germania, negli Stati Uniti!

Seppellire i contenuti di quella rivoluzione è una operazione culturale per disarmare i lavoratori di oggi, coltivarne la memoria non è una mera operazione ideologica, ma un’occasione per rinnovare la battaglia le idee e ricordare quanto profonde siano le radici della lotta per la i diritti del lavoro e sociali nella società contemporanea.

Soprattutto è occasione per ricordare a tutti noi che l’obbiettivo finale della nostra azione – anche come organizzatori sindacali – è la trasformazione sociale verso una società di liberi e uguali, fondata sul lavoro e la socializzazione.

Submit to FacebookSubmit to Twitter