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Entro giugno, a meno che le camere non siano sciolte, si andrà a votare su due quesiti referendari sul lavoro. Sono due referendum “contro” la precarietà e il lavoro sottopagato e sono il risultato di una più vasta iniziativa promossa dalla CGIL per sostenere una nuova Carta dei diritti del lavoro che offra tutele, garanzie e certezze di diritto a tutto il vasto e articolato mondo del lavoro anche nelle sue “nuove” articolazioni

Il 1° luglio la CGIL ha depositato in Corte di Cassazione 3,3 milioni di firme per proporre tre Referendum abrogativi a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “la Carta dei diritti Universali del Lavoro”. L’11 gennaio la Consulta ha dichiarato inammissibile il quesito referendario per il ripristino dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, già modificato nel 2012 dalla legge Fornero e definitivamente superato dal Job’s Act del governo Renzi: il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa viene sostituito con un indennizzo economico, per i contratti di lavoro stipulati dopo il 7 marzo 2015. In due anni i licenziamenti senza giusta causa sono aumentati del 31%: effetto Job’s Act! La decisione della Consulta è sembrata molto una bocciatura “politica”. Di fatto ha accolto la tesi dell’Avvocatura dello Stato, secondo la quale il quesito era “propositivo e manipolativo”, perché estendeva il diritto al reintegro nel posto di lavoro alle aziende con un numero di lavoratori tra 5 e 15. Altre volte sono stati ammessi quesiti referendari che in parte modificavano la normativa precedente ma le indiscrezioni sulla probabile decisione della Consulta circolavano già qualche giorno dopo il 4 dicembre.

L’Avvocatura dello Stato ha cercato di bloccare gli altri due quesiti, prospettando un “vuoto normativo” e una “incertezza normativa”, ma la Consulta ha dichiarato la loro ammissibilità e quindi in primavera si dovrebbe andare al voro referendario. “Si dovrebbe” perché l’n-esima bocciatura di una riforma “la più bella del mondo”, potrebbe portare alle elezioni politiche. In effetti è quanto ha sperato il Ministro Poletti fin da subito: con le elezioni si evitano i referendum e quindi una possibile nuova sconfitta, anche se la bocciatura del quesito sull’art. 18 ha fatto tirare un grosso respiro di sollievo a Ministri e Governo che, all’improvviso, si sono ritrovati con “Il Lavoro” al centro del dibattito. Degli altri due quesiti uno propone l’abolizione dei voucher (i buoni lavoro). Introdotti nel 2003 dalla L. n. 273 (erroneamente nota come Legge Biagi) per retribuire il “lavoro occasionale” come le ripetizioni o le pulizie. Questo sistema avrebbe dovuto fare emergere il lavoro sommerso ma di fatto è rimasto inapplicato fino al 2008, quando viene esteso al mondo agricolo (per la vendemmia). Negli anni si allarga la platea sia dei percettori che dei settori coinvolti. Nel 2009 anche gli Enti Locali rientrano nei soggetti che possono utilizzare i voucher. Tra il 2010 e il 2012 crescono anche i soggetti che possono vendere i buoni e il canale preferito diventa il tabaccaio. Con la riforma Fornero si assiste a una liberalizzazione dei buoni lavoro che vengono estesi a tutti i settori produttivi per arrivare al 2013 quando scompare l’accezione “di natura meramente occasionale”. Rimane solo il limite economico a definirlo ancora “lavoro accessorio”: la legge Fornero fissa il tetto max a € 5000 all’anno e € 2000 per singolo committente. E’ vero quindi che i voucher non nascono col Job’s Act, ma è anche vero che questo non solo ha confermato il venire meno dell’occasionalità e l’utilizzo dei buoni per qualsiasi tipo di attività, ma ha innalzato il tetto max a € 7000, dando un segnale preciso: rendere il mercato del lavoro sempre più precario e senza regole. Il lavoro non diventa “meno sommerso” ma “più precario”. L’uso dei voucher aumenta in maniera spropositata, soprattutto nel commercio e nei servizi: sono stati venduti milioni di voucher del valore nominale di € 10,00, di cui € 7,50 vanno al lavoratore- Assicurato all’INAIL non ha però diritto ad alcuna prestazione a sostegno del reddito (dalla malattia all’indennità di disoccupazione). Anche nella provincia di Piacenza è stato un vero boom: dal 2014 al 2016 si è avuto un incremento del 92% di buoni, fino ad arrivare a quasi 10 milioni di euro pagati in voucher. Di fatto un esercito di precari senza identità. E non è vero che si creerebbe un vuoto normativo: la CGIL nella proposta di legge che ha presentato, chiede un nuovo strumento contrattuale e definisce bene chi potrebbe svolgere lavori occasionali: studenti, inoccupati, pensionati, disoccupati che non percepiscono alcuna forma di sostegno, il singolo lavoratore presso lo stesso datore di lavoro per non più di 40 giorni con compenso non superiore a € 2500. Ma il governo, con in testa il Ministero Poletti preferisce sperare nelle elezioni piuttosto che confrontarsi.

Con il referendum sugli appalti si chiede la reintroduzione della piena responsabilità solidale tra appaltatore e appaltante. Nella giungla degli appalti e dei sub-appalti, le discriminazioni nei rapporti di lavoro sono enormi. Se l’azienda cresce, cresce grazie al lavoro dei soggetti che contribuiscono a tale crescita direttamente o indirettamente. E’ quindi evidente che non può e non deve esserci differenza di trattamento tra i lavoratori occupati negli appalti e sub appalti, coinvolti nei processi di esternalizzazione. Solo con la responsabilità solidale è possibile assicurare la tutela dell’occupazione dei lavoratori a prescindere dal loro rapporto con il datore di lavoro.

Sono due referendum abrogativi e quindi, perché siano validi, deve partecipare al voto il 50% + 1 degli aventi diritto. Al referendum di dicembre la partecipazione è stata straordinaria. Ripetiamola e con due “Sì” ridiamo libertà e dignità al lavoro.


[L’articolo sarà pubblicato prossimamente anche su “Fiorenzuola in Comune” periodico di informazione di Sinistra per Fiorenzuola]

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