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L’Italia è nell’occhio degli esaminatori della Commissione europea. Sotto esame la legge di bilancio del paese, accusata di essere fuori dai cardini ultraliberisti e monetaristi di rientro dal deficit della troika. Il governo Gentiloni traccheggia combattuto tra la condivisione delle politiche liberiste e le pressioni elettoralistiche di Matteo Renzi che vorrebbe andare alle elezioni anticipate e che per questo, e solo per questo, ricomincia ad alzare la voce dal suo ruolo di segretario del Pd avverso l’Europa e vorrebbe evitare una manovra economica aggiuntiva che logorerebbe ulteriormente l’immagine del partito di governo di cui è ancora segretario.
Chi corre il rischio di pagare il fio di questo scontro sono i lavoratori pubblici e i pensionati. Il governo Renzi si era impegnato a reperire nel 2017 le risorse per l’avvio dei rinnovi contrattuali e la rivalutazione delle pensioni con due accordi sindacali, siglati rispettivamente il 30 novembre e il 28 settembre 2016. Il Pd da Renzi a Gentiloni ha la grave responsabilità di aver considerato l’uno e l’altro mance elettorali per poter vincere il referendum costituzionale e non elementi qualificanti di una strategia alternativa alle politiche liberiste; il leitmotiv “ridurre le tasse” rimane il cuore strategico della linea politica renziana, contrapposto alla difesa e al rafforzamento dello stato sociale. Mentre è solo attraverso la tassazione progressiva delle ricchezze e del reddito che si garantirebbe allo stato il necessario per garantire ai cittadini la fornitura di servizi pubblici di qualità, come l’istruzione, la salute, la giustizia e la sicurezza sociale e sostenere le politiche sociali, in particolare su questioni come la lotta contro la povertà, i trasporti pubblici e l’edilizia sociale.

Anche per questo troviamo assai discutibile che nel dibattito sulla riorganizzazione della sinistra in Italia siano considerati dirimenti la valutazione della legge elettorale ed un’eventuale alleanza con il PD: la questione è il programma e gli interessi di classe che si intendono rappresentare.
In Portogallo, l’attuale maggioranza (socialisti, comunisti, blocco di sinistra e verdi) ha adottato provvedimenti che eliminano i tagli ai salari e alle pensioni; che aumentano, anche se ancora in modo insufficiente, il salario minimo nazionale; che riducono l’Iva sugli alimenti; e che, tra le altre misure, eliminano il taglio di quattro giorni di ferie; recuperano l’orario settimanale nel pubblico impiego da 40 a 35 ore; bloccano la privatizzazione dei trasporti pubblici. Nonostante l’enorme pressione e i ricatti del padronato, dei “mercati” e delle istituzioni europee perché tutto rimanesse come prima, il bilancio dello stato per il 2017 ha mantenuto, in sostanza, il corso del recupero dei salari e delle pensioni. Oggi il Portogallo resiste anch’esso alle pressioni e alle minacce della Commissione europea.

Il governo italiano lasciò e continua a lasciare sola la Grecia di fronte ai ricatti e alla prepotenza della troika, oggi non tenta neppure di trovare un punto di azione comune con i governi di Grecia e Portogallo. Perché non lo fece e non lo fa? Perché una politica di difesa dello stato sociale obbliga ad una scelta di campo che il Pd non vuole fare.

Il nostro paese è arrivato ad essere bersaglio delle minacce di sanzioni da parte delle autorità europee. I lavoratori e il popolo non possano continuare ad essere penalizzati dalle ulteriori richieste di austerità. Al contrario, dovrebbero essere indennizzati per le sofferenze inflitte da quattro anni di disastrose politiche della troika. Il governo italiano dovrebbe tenere un atteggiamento chiaro, tenere fermi gli accordi stipulati con le parti sociali e promuovere, al contrario, misure che favoriscano la crescita economica e occupazionale.

Da queste scelte dovrebbe discendere la valutazione di una sinistra che sia espressione del mondo del lavoro. In Italia e negli altri paesi dell’Unione è urgente che i lavoratori e i popoli lottino per la sovranità nazionale e per un’Europa dei lavoratori e dei popoli, senza sfruttamento. Un’Europa di eguali, dove vigano la solidarietà, la coesione e la giustizia sociale.

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