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I tre referendum, in vista dei quali abbiamo raccolto 1milione e 100 mila firme ciascuno, sono uno strumento che potrebbero, se riusciremo a convincere la maggioranza degli italiani ad andare a votare e a sostenerli, contribuire a cambiare la fase.

Così come se la Carta dei diritti universali del lavoro (proposta di legge di iniziativa popolare) dovesse trovare ascolto in parlamento e portare a modifiche alle attuali norme che regolano il mercato del lavoro senz’altro avremmo più strumenti per svolgere il nostro ruolo.

Ma ciò che ritengo indispensabile per la Filcams, così come la CGIL, è radicarsi nei luoghi di lavoro. E, lì, trovare delegati, formarli, aiutarli ad affrontare le piccole questioni che determinano la loro vita e quella dei loro colleghi.
Bisogna partire dall’analisi delle condizioni e dell’organizzazione del lavoro, identificare i problemi non solo più sentiti, ma anche più facili da risolvere e partire da quegli aspetti. Scegliere obbiettivi concreti da raggiungere per poi ricostruire la fiducia nell’azione collettiva e nell’organizzazione sindacale.

Tutti aspetti che a noi, che abbiamo vissuto altre fasi di lotta sindacale, sembrano semplici, mentre non lo sono affatto per chi per età, cultura, mancanza di trasmissione di valori e di esperienza, oggi si trova in un mondo del lavoro in cui ognuno pensa per sé.
Va ricostruito un senso di solidarietà, una volta avremmo detto di classe, tra i lavoratori.

“Pensare globalmente e agire localmente”: uno degli insegnamenti migliori espressi dal movimento ecologista credo sia un invito che anche noi dobbiamo seguire.
Vediamo di seguito alcuni di quei dati di fatto che richiedono la nostra attenzione:

  • lavoratori di una media catena della GDO come Unes (ma succede anche in tante altre aziende) che si sentono obbligati a far le pulizie nelle filiali, bagni compresi, in spregio alle mansioni indicate nel contratto;
  • i lavoratori degli appalti che, ad ogni cambio appalto, specie nelle pulizie, si ritrovano ridotte le ore e aumentata la produttività;
  • i lavoratori delle catene della ristorazione veloce che vedono i loro orari e turni di lavoro cambiare da un giorno all’altro, trovandosi impossibilitati ad organizzare la propria vita;
  • i lavoratori di Esselunga (ma altre catene fanno anche di peggio) che lamentano problemi di salute e contestano i giudizi dei medici competenti, avvalendosi della possibilità di ricorrere all’ASL, per poi trovarsi trasferiti a 20/40 km di distanza.

Se dunque i lavoratori non vedono la presenza di un sindacato strutturato e capace di lottare per garantire nella loro realtà l’applicazione di leggi o articolati contrattuali, come possono spendersi in iniziative di carattere generale?

Non si tratta solo di incontrare i lavoratori e iscritti nelle assemblee, di chiedere loro una firma, ma di iniziare a vincere su questioni concrete per convincerli dell’utilità del sindacato e dell’azione sindacale.

Non è certo un lavoro facile né rapido, ma solo la ricostruzione di una presenza effettiva e incisiva nei luoghi di lavoro può consentirci di ricostruire quei rapporti di forza favorevoli indispensabili per contrastare efficacemente le pretese delle associazioni datoriali.

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