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Renzi non è contento. Le elezioni comunali non sono andate bene per il Pd, e il segretario del partito è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Costretto ad ammettere - e visto il carattere del personaggio gli pesa non poco - che il voto per i sindaci non ha premiato a sufficienza il nuovo che avanza. Cioè il suo partitone tricolore.

L’autocritica, va da sé, è quella che ci si aspetta dall’attuale inquilino di palazzo Chigi. Altro che il “ma anche” di veltroniana memoria, quando il Pd apriva le ali immaginandosi partito popolare di massa equidistante (???) fra capitale e lavoro. Il partito degli operai ma anche degli imprenditori. Dei risparmiatori ma anche dei banchieri. Dei ragazzi precari ma anche dei manager. Con Renzi siamo al marchese del Grillo: “io sono io e voi...”. Perché è l’elettore che non capisce la linea del Pd, non certo il Pd che sbaglia. Ma niente paura: “Abbiamo conquistato mille municipi su mille e trecento, e poi fra due settimane ci sono i ballottaggi”. Nella capitale Giachetti - si inorgoglisce Renzi - ha fatto un mezzo miracolo. Poi ci sono Fassino a Torino e Merola a Bologna che vinceranno al secondo turno. L’autocritica di Renzi raggiunge l’apice nel solo caso napoletano: in città non ci siamo, ci vuole il commissario. Ma guai a parlargli di Milano, dove il suo expo manager Sala doveva vincere in carrozza. Mentre gli toccherà un duello fratricida con il rimontante manager berlusconiano Parisi. Perdere la capitale industriale, dopo essere in ampio svantaggio nella capitale politica, sarebbe un doppio disastro difficile da superare. Comunque sia, il nemico da additare al pubblico ludibrio c’è. La sinistra, quella che Renzi chiama “sinistra radicale”. “Dopo averci spiegato per mesi come va il mondo - attacca l’ex ragazzo cicciottello di Rignano sull’Arno - sono fuori dalla partita sia a Roma che a Torino. Si devono rendere conto che il voto di protesta va ai Cinque stelle. Prendono il 4, il 5%, contenti loro”. Perché tanto astio? Perché Sestograd resiste, e alle porte della ‘sua’ Firenze, le sinistre possono mandare a casa in un colpo il Pd, l’aeroporto intercontinentale di Marco Carrai e il maxi inceneritore di Case e Passerini. Un modo davvero elegante di chiedere i voti. Voti che stanno evaporando, a giudicare dalle prime analisi dei numeri e dei flussi elettorali. Per giunta quattro italiani su dieci non ne vogliono sapere di seggi, matite e urne. Vanno al mare anche quando piove. Magari però a ottobre, con le scuole riaperte... Già, il referendum costituzionale, che vale parecchio per i poteri che hanno portato Renzi a palazzo Chigi. A tal punto che, in spregio a qualsiasi discussione di merito onesta intellettualmente, l’uomo che volle farsi premier ha già anticipato che andrebbe a casa in caso di sconfitta. Dopo di lui il diluvio, fa capire. In realtà il diluvio c’è già, da un pezzo. Ballottaggi o meno.

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