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La deriva del PD, che pure farebbe parte del partito socialista europeo, verso posizioni autoritario/plebiscitarie sul piano della riforma costituzionale e di ultraliberismo sul piano delle politiche economiche e sociali e di livore antioperaio e antisindacale sul piano delle politiche del lavoro, pone alla CGIL enormi problemi. Nella storia del movimento operaio organizzato il sindacato ha sempre mantenuto un legame, mai lasco, con le forze politiche di sinistra. Segnatamente in Italia con PCI, PSI prima e con DS/PDS/PD dopo. Basta vedere la composizione dei gruppi parlamentari, di quelli consiliari regionali e comunali per registrare la presenza di ex dirigenti sindacali. Con Renzi si realizza una cesura con la parte maggioritaria del sindacato, con il suo insediamento sociale, con la sua cultura, con i suoi uomini e le sue donne. Bisogna prenderne atto.
Alla domanda di rappresentanza politica del mondo del lavoro occorre dare una risposta. Quanti si cimentano in queste ore, settimane e mesi sull’idea di colmare lo spazio lasciato vuoto a sinistra dalla deriva renziana devono saper cogliere questa realtà. Molti prendono la Grecia come punto di riferimento e modello da imitare. Ricordo loro, sommessamente, un punto debole di Syriza, che pure ha un programma radicale e di difesa del lavoro: il partito è debolissimo tra i lavoratori organizzati dove invece prevalgono ancora oggi le correnti di opposizione, socialisti del PASOK da un lato e comunisti del KKE dall’altro. Questa debolezza peserà nella fase complessa di compromessi che si dovranno realizzare per resistere all’Ue, alla Bce e al Fmi e alle loro politiche antipopolari di austerità, di privatizzazioni e di tagli ai diritti e allo stato sociale.

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