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Negli ultimi vent’anni solo il 10% degli elettori - al massimo - ha votato forze politiche a sinistra del Pds-Ds-Pd. Al massimo: parliamo della metà degli anni novanta, periodo di vacche grasse per l’intera coalizione di centrosinistra (la prima guidata da Romano Prodi). Poi il diluvio, anche nella vittoria di misura dell’Unione nel 2006, Rifondazione comunista sfiorò il 7%, non di più. Questi i fatti, a cui vanno aggiunti i misfatti. Di divisione in divisione, di scissione in scissione, le variegate e conflittuali realtà della sinistra italiana sono state capaci di non eleggere eurodeputati nella legislatura 2009-2014, non avendo conquistato prima ancora né deputati né senatori alle politiche del 2008. Il trend discendente si è interrotto solo in occasione delle ultime elezioni europee. Ma quanta fatica per superare lo sbarramento, non particolarmente elevato, del 4%. Per giunta il dato dell’astensione - circa il 40% degli italiani aventi diritto non è andato alle urne - riduce la portata del risultato dell’Altra Europa con Tsipras. Che pure è riuscita, finalmente, a rieleggere tre europarlamentari.
Rispetto ad analoghe esperienze continentali, in particolare la coalizione greca di Syriza, la sinistra italiana ha ancora tanta strada da fare. Soprattutto pensando che negli ultimi anni lungo la penisola si è prepotentemente affermato il Movimento cinque stelle. La creatura grillina, con un consenso sempre superiore al 20% sia che si parlasse d’Italia che d’Europa, ha avuto risultati molto più vicini a quelli di Syriza (e agli spagnoli di Podemos) di quanto non sia riuscita a fare la sinistra. Certo, i pentastellati hanno raccolto il voto di un elettorato quanto mai variegato: delusi della sinistra come della destra, delusi soprattutto da un sistema in cui la politica ha ceduto - armi e bagagli - il passo alla tecnocrazia economico finanziaria. Il movimento grillino non somiglia a Syriza, casomai può avere punti di contatto con la battaglia anti-casta che ha fatto conoscere all’opinione pubblica spagnola Podemos. Il quale, peraltro, ha eletto i suoi rappresentanti a Strasburgo sotto le insegne della sinistra europea. Un fattore decisivo per considerare anche Pablo Iglesias & c. espressione della sinistra continentale. Mentre Grillo e i suoi siedono accanto all’Ukip di Nigel Farage, cioè ai paraleghisti britannici. Una differenza non da poco.
Lo zoccoletto duro della sinistra italiana riparte dal 4,03% delle elezioni del maggio scorso. La ricaduta elettorale di un lavoro di base tutto sommato visibile nelle piazze, nelle vertenze e nelle battaglie politiche e sociali che stanno attraversando l’Italia. L’ultima foto di famiglia è quella di metà febbraio. Quando, nel giorno dedicato agli innamorati, ventimila italiane e italiani di sinistra hanno camminato insieme per le strade di Roma a sostegno delle legittime rivendicazioni di Syriza contro le fallimentari politiche continentali di austerity. Per San Valentino sotto il Colosseo c’erano tutti (Vendola e Ferrero, Revelli e Turigliatto, anche Camusso e Landini, che pure lavorano nell’autonoma dimensione del sindacato), sorridenti e pronti ad un comune abbraccio pacificatorio. Lo zoccoletto duro di una sinistra italiana che però deve fare in fretta a crescere. Di fronte agli scogli del Pd di Renzi e del M5s di Grillo l’onda della sinistra è ancora troppo piccola.

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