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Sono ormai molti anni che vivo il settore degli appalti di servizi, comparto che si colloca nel cosiddetto working poor (lavoro povero), ma nonostante ciò mai mi è capitato di ascoltare interventi nelle assemblee nei quali qualcuno puntasse il dito sulla miseria del salario.
Questa acriticità verso una retribuzione che, per effetto dell’abuso di part-time, si colloca sotto la soglia di povertà relativa, dipende fondamentalmente da due motivi: dalla rassegnazione ad aver un lavoro qualunque esso sia e dal poderoso ricorso al secondo lavoro al “nero” a seguito del quale il lavoro “ufficiale” diviene solo strumento per avere una busta paga per poter beneficiare degli assegni familiari e ottenere il permesso di soggiorno.
Condizioni che impongono riflessioni sia alla politica che al Sindacato.
Il bisogno più forte che reclamano gli addetti degli appalti di servizi sono regole e certezze per il loro futuro occupazionale e salariale giacché sentono su di loro tutto il peso della precarietà della loro condizione, resa ancora più precaria dal governo Renzi che col jobs act, ad ogni cambio d’appalto, metterà i lavoratori nel sistema delle tutele crescenti, o tutele “finite” (come vengono chiamate, a ragione, da qualche compagno).
Progressivamente le poche certezze che avevano questi lavoratori espulsi dai cicli produttivi stanno venendo meno a causa nella natura stessa del pensiero che ha dato luogo agli appalti di servizi, ossia compressione di salari, diritti e tutele in nome del profitto e non solo dei parassiti delle pubbliche risorse, ma anche della politica e del malaffare, il tutto in una spirale verso il basso che non conosce fine.
Giungla contrattuale, mancanza di validità erga omnes dei CCNL (alcuni dei quali sprovvisti di clausola sociale), spending review, ridimensionamento della responsabilità solidale, aggiudicazioni al massimo ribasso, stanno facendo venir meno quel poco di tutele dei quali erano dotati gli addetti del comparto.
In questo quadro si colloca la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla CGIL che persegue i seguenti obbiettivi:
• tutelare i trattamenti retributivi e previdenziali dei lavoratori attraverso la responsabilità in solido;
• contrastare l’illegalità e le infiltrazioni malavitose, reintroducendo gli indici di congruità a garanzia dei livelli occupazionali;
• contrastare il massimo ribasso e reintrodurre il rispetto della clausola sociale nei cambi d’appalto;
• escludere dalle procedure di appalto le imprese che abbiano violato gli obblighi contrattuali.
Personalmente ritengo meritoria l’iniziativa della CGIL e anche coerente con gli impegni assunti dalla Segretaria Generale al Congresso Nazionale, pertanto sarà fondamentale, come dato politico, superare di gran lunga l’obbiettivo minimo delle 300.000 firme. Per far ciò occorrerà il maggior coinvolgimento possibile di tutti i nostri iscritti, a partire dai nostri terminali nei luoghi di lavoro: le delegate e i delegati.
Il buon esito della raccolta firme ha come obbiettivo quello di restituire quelle certezze minime ai lavoratori degli appalti (al netto del jobs act) mentre sul tappeto restano intonse tutte le contraddizioni, le storture, gli abusi che caratterizzano l’appalto quale forma di lavoro.
Come spesso ho avuto modo di dire, occorre mettere seriamente in discussione questa forma di esternalizzazione a partire dalle somministrazioni fraudolente camuffate da appalti fino ad arrivare ad un vero e proprio conto economico sulla convenienza.
Riportare le lavoratrici ed i lavoratori all’interno dei cicli produttivi non solo consentirebbe risparmi ma migliorerebbe il servizio, chiuderebbe l’odiosa pratica della violazione delle norme e darebbe una risposta al lavoro povero, che sempre è affiancato da quello al “nero”e non per i consumi, ma per la sopravvivenza delle persone.
Reinternalizzare i servizi con gli addetti operanti consentirebbe alle P.A. quel tipo di risparmio che non ricadrebbe sulla popolazione come i tagli lineari; profitto dell’appaltatore, IVA (da ricordare il previsto aumento al 25,5% quale causa di salvaguardia per una Legge di Stabilità che fa acqua da tutte le parti) e aumento ISTAT (ininfluente in questo periodo solo a causa di una fase di deflazione alla quale verrà messa la parola fine a breve solo a seguito di interventi della BCE) sono tutti costi improduttivi che ricadono sulla fiscalità generale.
A proposito di lavoro, povero Giolitti, che diceva: “Il governo quando interviene per tener bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico e un errore politico. Commette un’ingiustizia perché manca al suo dovere di assoluta imparzialità tra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe. Commette un errore economico perché turba il funzionamento economico della legge della domanda e dell’offerta, la quale è la sola legittima regolatrice della misura salari come del prezzo di qualsiasi altra merce. Il Governo commette infine un errore politico perché rende nemiche dello Stato quelle classi le quali costituiscono in realtà la maggioranza del Paese. (da un discorso al Parlamento, 4 febbraio 1901)
Buona raccolta firme a tutte e a tutti.

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