La Segretaria generale della Cgil Susanna Camusso è intervenuta con forza, e direi senza che questo abbia prodotto ad oggi alcun risultato, sull’evidente iato che c’è tra quanto la Cgil decide e quanto la Cgil fa.
La riflessione era legata alla tardiva e lenta attuazione della decisione di portare tra i lavoratori la Piattaforma unitaria Cgil, Cisl e Uil su previdenza e fisco per la quale sono stati predisposti finanche i verbali per raccogliere consensi, dissensi e richieste di modifica da portare alla successiva riunione unitaria di varo definitivo della Piattaforma stessa.
La Cgil è avvitata nel dibattito interno. Lacerata dalla conclusione del congresso che invece di determinare una nuova unità ha consolidato le divisioni interne, sta accentuando gli elementi di autoreferenzialità del dibattito nel gruppo dirigente confederale. Sono le categorie che affrontano ad una ad una lo scontro di classe, cercando di difendere occupazione e contratti. Sempre più la Cgil si trova nelle condizioni di difficoltà in cui versa la Fiom anche in altri settori. La Filcams, nell’indifferenza generale, è stata oggetto di un attacco senza precedenti, con Confcommercio che ha rotto le trattative sul rinnovo contrattuale nel tentativo di piegarci a posizioni di totale subalternità sulla gestione degli orari e dell’organizzazione del lavoro.
L’iniziativa su Previdenza e fisco è sulla carta capace di unificare il mondo del lavoro, recuperare con i lavoratori strutturati e aprire a discontinui e precari superando il gap generazionale. Cosa c’è dunque che non funziona?
Affaccio un’ipotesi che non dà una risposta esaustiva, ma credo possa arricchire la discussione sul che fare. Come è ovvio, quello che descrivo è un pezzo della realtà, una tendenza prevalente; prevede eccezioni e situazioni differenziate.
In Cgil operano oggi due blocchi generazionali di dirigenti.
Il primo deriva dalle lotte degli anni ‘70/80 e in massima parte proveniente dai luoghi di lavoro o dagli apparati di partito. Il secondo è arrivato al sindacato dopo la caduta del muro di Berlino e sia che provenga dai luoghi di lavoro o dalle aule universitarie è cresciuto non in un ciclo di lotte, ma di gestione delle conquiste degli anni ‘60/70. Le grandi mobilitazioni tra la fine del secolo e l'inizio del nuovo sono state lotte difensive di carattere generale, prove di forza di una grande organizzazione, più che fucina di formazione di nuovi quadri aziendali sperimentati nella lotta di classe.
Il primo blocco è arrivato all’oggi “spompato”. E’ una burocrazia che ha perso per la strada le valenze ideologiche che lo animavano all’inizio. Ha una grande capacità di manovra dentro gli apparati, ma ha smarrito le ragioni ideali che hanno determinato in gioventù la scelta della militanza sindacale. Non un lavoro, ma una missione laica che affiancava, in autonomia, l’azione della sinistra politica per la trasformazione sociale del paese. Il sindacato era un formidabile strumento di organizzazione, di formazione, di lotta per milioni di lavoratori che attraverso il sindacato stesso venivano coinvolti nella lotta politica generale. Credo che sia difficile, in questa società odierna dove domina l’idea della conservazione e la cultura prevalente è liberale, contrastare i processi di burocratizzazione e rivitalizzare il quadro sindacale.
Il secondo blocco è fatto di uomini e donne perfettamente in sintonia con la società contemporanea e le sue dinamiche, ma prive dell’esperienza di movimento e di lotta. Sono dirigenti abituati ad intervenire in ambienti “protetti” dove la platea li ascolta e li valuta sulla base del consenso preventivo e nel rapporto con i lavoratori usano il “sapere” come strumento di affermazione del proprio ruolo, che in questa veste viene tranquillamente riconosciuto.
Ma affrontare un’assemblea è altra cosa: significa spesso trovarsi attorniato da lavoratori che sono arrabbiati, delusi, incazzati, che ti mettono sullo stesso piano del padrone o dei partiti. Si tratta di conquistare persone che non sempre sono benevolenti nei tuoi confronti. Molti dei nostri quadri non sono in grado di farlo se non ricorrendo alla facile demagogia che carezza le pulsioni o semplicemente evitando il confronto/scontro. E quelli della generazione precedente non hanno più la forza di farlo.
La sinistra sindacale deve tornare a dotarsi di un progetto politico come quello che ci portò da Democrazia consiliare ad Alternativa sindacale, ma un progetto ha bisogno non solo di analisi, strategia e tattica, ma anche di basi culturali e di un’etica dei comportamenti.

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