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O riforme o morte. Della legislatura, s’intende. Matteo Renzi butta sul tavolo contro i critici, i malpancisti, i “frenatori” (il neologismo coniato dal premier di Rignano sull’Arno rivela la sua tolleranza zero verso chi non è d’accordo con lui) la carta della chiusura anticipata del Parlamento. Non per dare la possibilità a deputati e senatori di farsi una vacanza, piuttosto un biglietto di sola andata verso casa. La minaccia è evidente. Così come è evidente che quello di Renzi è un mezzo bluf: se il paese dovesse andare davvero al voto anticipato – eventualità che il presidente Napolitano continua a ritenere inopportuna – ci arriverebbe con la legge elettorale uscita dalla sentenza di bocciatura del porcellum della Corte Costituzionale. Un aggiustamento decisamente migliorativo, che mantiene la soglia di sbarramento al 4% ma lascia liberi gli elettori di scegliere i propri rappresentanti, e non concede fantasiosi e antidemocratici premi di maggioranza inventati per farla avere a chi non ce l’ha. L’attuale capo del governo è anche il segretario di un partito che alle ultime europee ha preso il 40,8% dei voti (sul 60% degli elettori). Comunque un gran risultato. Che però non basta, non può bastare a quel partito a vocazione maggioritaria progettato da Veltroni e ora messo in cantiere da Renzi.
In teoria potrebbe esserci il voto anticipato. Nella pratica si fa lavorare il Parlamento fino a notte inoltrata pur di arrivare al sospirato via libera alle riforme. Riuscirà il Pd renziano nell’impresa? I giornali più vicini a Silvio Berlusconi, che pure è stato politicamente resuscitato dal conducator fiorentino proprio in cambio del “sì” alle riforme, segnalano “Renzi nella palude”, “Senato ai lavori forzati”. Ma il presidente del Consiglio ha un asso nella manica: Giorgio Napolitano. Il Quirinale è convinto della bontà della strategia di palazzo Chigi, e lo ripete periodicamente. “Non parlate di autoritarismo”, ammonisce il capo dello Stato. E di che cosa dovremmo parlare, dell’estate che non arriva? Tant’è, le notti sono tornate giovani per i senatori e le senatrici della Repubblica. Loro vorrebbero discutere un po’ più approfonditamente di quella riforma che rivoluziona, dopo cento cinquanta anni di storia del paese, una delle due Camere parlamentari. “E’ una questione di democrazia”, avverte Vannino Chiti, che fa parte di un gruppo di senatori democrat per niente convinti di spedire a palazzo Madama sindaci e consiglieri regionali. Eletti dal popolo, certo, ma con compiti ben diversi da quella che dovrebbe essere la mission del nuovo Senato. Comunque sia si va avanti. La partita non è ancora finita, perché l’elezione diretta dei senatori non piacerà al governo Renzi ma viene difesa da Movimento cinque stelle e Sel, auspicata dagli stessi alleati di governo del Nuovo centro destra. A ben vedere l’ago della bilancia è ancora una volta Berlusconi, il cui partito appare però balcanizzato, perché i senatori forzisti, al loro scranno parlamentare, tengono eccome. E sono in buona compagnia.

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