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Convincere i governi nazionali - e a cascata gli enti locali - a fare marcia indietro sul modello di sviluppo messo in pratica negli ultimi trent’anni, nonostante le mille riprove della sua insostenibilità, è missione quasi impossibile. Eppure da un capo all’altro del paese continuano a fiorire movimenti che trovano la loro “ragione sociale” nella difesa dell’ambiente, e in generale di un ecosistema reso sempre più fragile dalla cupidigia dell’uomo. In prima fila ci sono le realtà di base – donne e uomini di ogni età riuniti in comitati o in associazioni – che si battono con intelligenza, determinazione e anche con specifiche competenze, per ottenere uno stop al cemento selvaggio e al consumo del suolo. Difendendo quanto resta di un territorio violentato da decenni di continue aggressioni.
L’ultimo esempio della battaglia contro il sempiterno partito del mattone arriva dal Veneto. Grazie a una inchiesta del periodico “La Nuova Ecologia”, si scopre che a Verona è prevista la costruzione di ben 4 milioni di metri cubi di cemento, suddivisi fra un 25% di edifici residenziali e un 75% di strutture direzionali, commerciali e alberghiere. Gli amministratori scaligeri lo definiscono “sviluppo pilotato”. Ma dietro queste due parole l’Osservatorio ambiente e legalità e il circolo veronese di Legambiente denunciano un autentico sacco della città, all’insegna della speculazione. Ad ulteriore riprova, arriva anche la notizia delle dimissioni del vicesindaco con delega all’urbanistica Vito Giacinto, costretto ad abbandonare la carica a causa delle inchieste avviate dalla magistratura sul suo operato. Indagini spesso aperte grazie alle circostanziate denunce di movimenti e associazioni.
Il certosino lavoro di queste realtà di base è agevolato dalla profonda conoscenza del territorio in cui operano. E il loro esame, fortemente critico, non si ferma alla denuncia ma non di rado offre alle istituzioni anche progetti alternativi. In grado di difendere e tutelare il territorio e l’ambiente da progetti di presunto sviluppo che, nei fatti, sono altrettante aggressioni al tessuto urbano, rurale e paesaggistico.
Nonostante la tangibile e comprovata popolarità delle loro battaglie civili, le istanze dei movimenti trovano sempre difficoltà a superare le spesse mura dei palazzi dei potere. Anche i casi di pur relativo ascolto - ad esempio in Toscana la giunta di Enrico Rossi vuole (fra resistenze di ogni sorta) rivoluzionare in positivo la legge urbanistica, ed ha approvato un piano paesaggistico all’avanguardia per tutele e vincoli - possono essere considerati come rondini che non fanno primavera. Eppure le vertenze contro il cemento selvaggio e per un buongoverno del territorio continuano a moltiplicarsi, dalle Alpi alla Sicilia. E’ il segnale, più che positivo, della vitalità dei movimenti. Pronti ad affondare, come un coltello nel burro, nelle sciagurate politiche di un paese che infatti, cronache alla mano, è sempre più in dissesto idrogeologico.

Salviamo il paesaggio

In poco più di due anni è riuscita a connettere quasi mille realtà di movimento, di cui una novantina di rilievo nazionale e ben 821 fra comitati e associazioni locali. Si tratta della rete “Salviamo il paesaggio”, nata nel segno dalla civile e sacrosanta battaglia per il recupero del patrimonio edilizio esistente nei singoli comuni, con la sua valorizzazione attraverso meccanismi di riconversione anche sociale. E che ora sta iniziando a porsi obiettivi più generali. Del resto fin dalla fondazione il “Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio” si era connotato anche come movimento teso a salvare il territorio dalla deregulation e dal cemento selvaggio.
Tanto da contestare alla radice sia la “legge Obiettivo” e le sue procedure straordinarie per agevolare la realizzazione delle grandi opere, che la legge “Sviluppo bis” con i suoi incentivi ancora a favore delle grandi opere.
Spesso e volentieri inutili, ma sempre dannose.
All’ultima assemblea generale, che si è svolta nella primavera scorsa a Bologna, la rete Salviamo il paesaggio ha deciso di seguire un sentiero per tanti versi parallelo ad altre realtà, associative e di base, impegnate sugli stessi temi. A partire dalla “Rete dei comitati per la difesa del territorio”, che vede come autorevole portavoce un intellettuale del calibro di Alberto Asor Rosa. Certo il cammino non si presenta facile: fino ad oggi ad esempio la campagna per censire gli immobili sfitti, vuoti o non utilizzati ha visto interagire solo 600 degli oltre 8.000 municipi italiani. Meno del 10% del totale. “Ma noi andiamo avanti – spiegano gli attivisti – perché siamo convinti che le le amministrazioni debbano ridefinire i loro strumenti urbanistici”. In parallelo, resta all’ordine del giorno una possibile legge di iniziativa popolare dal titolo esplicito: “Salviamo il paesaggio”. Anche se il fronte istituzionale continua a latitare, visto che fra i quasi mille deputati e senatori solo una ventina di parlamentari (soprattutto di Sel e M5S) hanno sottoscritto la carta di intenti della rete.

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