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A giugno scadrà l’appalto per la gestione del call center Sovracup. Gli operatori assieme alle Rsu ed al sindacato hanno da tempo iniziato a discutere degli scenari possibili che si verranno a creare nella fase del cambio appalto. Durante le numerose e partecipate assemblee si è sviluppata una discussione di più ampio respiro, una riflessione che si è allargata arrivando ad interrogarsi sulla effettiva utilità delle esternalizzazioni dei servizi pubblici. Nel tempo, nel colpevole e spesso interessato silenzio anche di una certa sinistra, le P.A. hanno allargato il ventaglio delle offerte di ghiotti, perché lucrosi, appalti di servizi ai privati. Dagli appalti, che gli addetti ai lavori chiamano “storici”, come le pulizie, si è arrivati ad esternalizzare, e per chi scrive la differenza sostanziale tra esternalizzare e privatizzare tutti i servizi non “core business” diventa sempre più sfumata. Con questo termine, tanto oxfordiano, si indica in realtà quasi tutto: gli sportelli, i call center, le portinerie, i servizi amministrativi, ma anche i servizi ospedalieri sanitari (le oss, gli infermieri e, se la tendenza non cambierà, presto anche i medici), come la vicenda Amos insegna. Questa tendenza delle P.A. e soprattutto della Sanità pubblica rischia di trasformarsi, se non lo ha già fatto, nella mazzata finale alla qualità dei servizi erogati: come si possono chiedere ad un operatore sottopagato - di fatto sfruttato da contratti pirata, stressato dalla precarietà insita nella insicurezza del proprio futuro - quella serenità, quell’orgoglio, quella professionalità che devono qualificare il lavoratore della Sanità pubblica?
Anche in questo momento a Torino esistono situazioni critiche al limite, anzi ormai al di là della decenza: basta infatti ricordare la vicenda dei portieri dell’ospedale Giovanni Bosco. Per la AslTo2 basta cambiare una virgola qui e là in un bando per trasformare la vita di trenta persone, per impoverirle, per asservirle. Questi lavoratori dopo avere prestato per anni con professionalità ed onore il proprio lavoro, che non è di semplice portineria ma ben più complesso, si sono visti proporre dalla ditta vincitrice del bando la decurtazione del loro stipendio di più di trecento euro, il declassamento e, come beffa finale, l’obbligo di essere assunti come “soci lavoratori”, condizione che prevede il versamento di una quota associativa: insomma, devono pagare il datore di lavoro!
Dopo una lotta iniziata mesi fa, i lavoratori hanno deciso di non chinare la testa, rifiutando queste condizioni umilianti e continuando la lotta fuori dalla portineria dell’Ospedale. Infatti dal 1° gennaio sono disoccupati. Ma anche da quei cancelli, per loro da oggi vietati, continuano a monitorare la situazione notando come i nuovi assunti, che la ditta vincitrice del bando ha inserito al loro posto, senza adeguata preparazione, si arrabattano in un susseguirsi di azioni sconclusionate. Azioni che se da un lato sono solo tragicomiche, dall’altro rischiano di diventare solo tragiche, come il caso segnalato dal primario dell’Emodinamica con lo stato di grave rischio determinatosi per il proprio servizio dal subentro di personale al servizio di portineria non formato adeguatamente e ignorante in merito alle procedure applicate dall’ospedale per l’attivazione dei servizi di reperibilità dei vari reparti e dipartimenti. Possiamo solo immaginare lo sconforto e l’imbarazzo di questi ultimi, incolpevoli attori di una guerra tra poveri, lanciati allo sbaraglio da chi mette il profitto prima di tutto. Anche loro sono vittime.
Nelle ultime ore si è avuta una timida apertura da parte dei vertici della AslTo2, che hanno ammesso che lo stipendio offerto, effettivamente, è troppo basso. I lavoratori stanno mettendo in atto tutte le manovre legali possibili, insomma la situazione è ancora fluida: auspichiamo un seppur tardivo ripensamento da parte della committenza. Forse questa esperienza ha insegnato che non tutti i servizi sono cedibili al minor prezzo e che un servizio di qualità deve avere il costo adeguato.
Nel settore degli appalti la precarietà è da sempre la condizione di lavoro e di vita quotidiana: basta infatti diventare per qualche oscuro motivo “sgraditi alla committenza” per essere cacciati senza pietà, e in ogni caso per il padronato è sufficiente aspettare il cambio appalto per spedire il lavoratore, che magari chiede solo che i suoi diritti vengano rispettati, fuori dalle scatole.
Ma non solo. Ad ogni cambio di appalto il numero degli addetti si riduce per il perverso effetto delle vincite al massimo ribasso, di fatto legalizzato, e se non si riduce il numero dei lavoratori si riduce il monte ore da impiegare in quel determinato cantiere. Basta vedere quel “pasticciaccio brutto” che il Miur, in compagnia di Consip, ha combinato con la pulizia nelle scuole, su imput della scellerata gestione della Gelmini. Tutto questo alla faccia della responsabilità politica della committenza che, quando è pubblica, deve anche esprimere il valore superiore della correttezza e della solidarietà, impedendo che nelle stanze dei suoi palazzi venga impunemente violato ogni livello minimo di rispetto del lavoro; di quegli articoli della Costituzione che loro dovrebbero rappresentare e difendere.
In questo desolante e buio panorama una fievole ma importante luce arriva dal consiglio regionale del Piemonte: infatti il 19 dicembre 2013 è stata approvata una mozione vincolante per la giunta regionale sugli appalti pubblici di propria competenza, che richiede il rispetto - per le aziende subentranti nell’affido di appalti di servizi - del mantenimento delle medesime condizioni economiche dei lavoratori maturate alla data del cambio appalto.

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