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Rappresentanza, una storia che viene da lontano. Intervista a Giacinto Botti

Con Giacinto Botti, oggi segretario regionale lombardo della Cgil, ripercorriamo i momenti più significativi del Movimento dei Consigli.
Partiamo innanzitutto dal contesto
sociale dell’epoca…
Il 1992, Governo Amato: è un anno di attacco allo stato sociale con una Finanziaria pesantissima. Cgil, Cisl e Uil sono pienamente dentro al patto concertativo. Si verifica uno strappo molto grave: il 31 luglio, a fabbriche chiuse, viene firmato l’accordo sulla scala mobile. Scelta che suscita la protesta di lavoratori e una divisione forte tra sindacati e lavoratori stessi.
Viene ricordato come “l’anno dei plexiglass” perché nessun sindacalista poteva parlare nelle piazze senza essere protetto dagli scudi della polizia per evitare di essere colpito dai bulloni. Viene posto un problema di democrazia: chi ha deciso di firmare l’accordo senza consultare i lavoratori? Chi rappresentano quelli che hanno firmato?

Questo Movimento come si colloca nei confronti della Cgil?
Nelle piazze si mobilita la parte più cosciente del mondo del lavoro, che non vuole certo distruggere la Cgil, ma farle cambiare linea. Quella situazione rischiava di determinare una rottura pesante tra organizzazioni sindacali e lavoratori, con l’allontanamento dei quadri migliori, la dispersione del patrimonio dei Consigli di Fabbrica.
I delegati avevano un ruolo molto delicato, erano l’interfaccia del sindacato nei luoghi di lavoro dove i lavoratori erano arrabbiatissimi per l’accordo sulla scala mobile e per la presenza di un governo che impose una Finanziaria pesantissima senza una adeguata risposta sindacale... anzi, i sindacati erano impegnati a mantenere l’unità sindacale e con la politica veniva meno la storica autonomia sindacale.

Quando è possibile collocare la nascita del Movimento?
Nasce a Milano, nel 1992,  dentro un confronto con la Camera del Lavoro di Milano grazie alla mobilitazione di 5/6 grandi aziende che poi allargano la partecipazione ad altre. Si pone da subito il problema di intercettare e organizzare il dissenso che si andava manifestando con toni sempre più duri, di convogliarlo dentro alla Cgil per dare forza e autonomia all’azione sindacale imbrigliata dall’accordo unitario e con la politica. Tutto ciò consentì di evitare l’abbandono di molti delegati Cgil e diede slancio alla stessa Cgil, che forse viveva il momento più basso nel rapporto coi lavoratori.

Quindi come opera il Movimento?
Viene costruita una rete di Consigli; ben presto viene raggiunto il numero di 800 adesioni. Il 27 novembre 1992 si tiene una grande assemblea al teatro Lirico di Milano dove vengono decise le iniziative di lotta, tra cui una manifestazione l’11 dicembre di quell’anno per sottolineare l’opposizione  a Governo e padronato, per la difesa dell’occupazione, per la democrazia nel sindacato e nel Paese.

L’accordo del ‘92 nasce da un pesante vulnus democratico…
Esatto. Per questo il coordinamento del Movimento assume una decisione fondamentale: promuovere una iniziativa in materia di democrazia sindacale, per superare il “monopolio della rappresentanza” anche con lo strumento del referendum, in modo da stabilire il diritto dei lavoratori di contare e decidere.

Obiettivo del referendum?
Ottenere una legge sulla rappresentanza. Sapevamo che il referendum non era sufficiente,  tanto che elaboriamo una proposta di legge di iniziativa popolare; vengono raccolte un milione di firme.
Ci si attende che prima dello svolgimento del referendum venga approvata una legge sulla rappresentanza, ma questo non avviene per  responsabilità dei partiti.
Una conseguenza dell’azione referendaria è poi l’accordo del dicembre 1993 che sostituisce i consigli di fabbrica con le Rsu. Aveva aspetti positivi come l’attribuzione di funzioni contrattuali alle strutture elettive, ma conteneva anche un elemento fortemente distorsivo: l’1/3 che è antitetico alla logica democratica e rappresentativa. Tra i quesiti referendari riesce pienamente quello per il pubblico impiego in quanto con la cancellazione dell’articolo 47 del decreto 29, viene definita una legge specifica, che porta oltre l’80% dei dipendenti pubblici ad eleggere circa 13.500 membri di Rsu.
Tra i due quesiti sull’articolo 19 noi appoggiamo quello con la formulazione più morbida il cui esito per 18 anni non determinò nessuna reazione da parte dei partiti. Servì l’intervento “selvaggio” di Marchionne per indurre la Corte ad intervenire ed impedire che una iniziativa assunta dal Movimento per  l’allargamento della democrazia venisse ribaltata nel suo contrario. Ma, ripeto, la responsabilità è di chi non ha fatto la legge, a partire da quel Parlamento che nel 1999, dopo aver approvato 9 articoli della legge sulla rappresentanza, la lasciò cadere per l’opposizione della Confindustria e l’ostilità della Cisl.

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