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Abbiamo cercato di fare un giornale vivo e attuale che non parlasse solo di Lavoro Società, della CGIL e della FILCAMS, ma di tutti i temi che possono far discutere e appassionare: speriamo di esserci riusciti...

Nel maggio 2012 concordammo con la segreteria FILCAMS lo spazio e le risorse per questa iniziativa.
Per tre anni abbiamo comunicato attraverso queste pagine, fornendo ai nostri lettori informazioni, analisi, commenti, esperienze di lotta. Tra spedizioni on line e visite al sito (www.lavorosocieta-filcams.it) superano il migliaio i nostri lettori fissi e molti di più sono quelli occasionali.
Abbiamo cercato di fare un giornale vivo e attuale che non parlasse solo di Lavoro Società e della CGIL e della FILCAMS, ma di tutti i temi che possono interessare, far discutere e appassionare una vasta area della sinistra sociale e politica del nostro Paese. E anche quando ha raccontato di Lavoro Società, della CGIL e della FILCAMS – che era e resterà la sua mission - “Reds” ha cercato di farlo in modo che coinvolgesse tutti i suoi lettori. Abbiamo cercato di fare un giornale vivace e vario che incuriosisse e stimolasse i lettori. Speriamo di esserci riusciti!
Dopo il congresso, poiché Lavoro Società è stata orbata della sua newsletter confederale, abbiamo svolto anche una funzione di supplenza ospitando articoli e informazioni sull’attività confederale, a scapito della cronache FILCAMS che tanto piacciono ai nostri lettori.
Abbiamo intervistato dirigenti sindacali e politici ponendo domande anche scottanti e chiedendo risposte sincere e fuori dai denti. Ci piace ricordare tra gli intervistati, Elisa Camellini, Roland Caramelle, Pippo Civati, Gianni Cuperlo, Cesare Damiano, Gianni Ferrara, Maria Grazia Gabrielli, Paolo Ferrero, Franco Martini, Giuliana Mesina, Gianni Pittella, Alessandro Pompei, Cristian Sesena.
Hanno collaborato a “Reds” in questi primi 3 anni, assicurando la puntualità delle pubblicazioni, giornalisti professionisti, delegati sindacali di RSA e RSU, quadri politici, esperti e docenti, dirigenti della FILCAMS e di altre categorie della CGIL. Senza i delegati e senza i collaboratori fissi che hanno gestito le nostre rubriche “specialistiche” (Nina Carbone, Calogero Governali, Fulvio Rubino) il giornale non avrebbe avuto respiro. Ma senza togliere nulla a nessuno, i tre giornalisti professionisti (Riccardo Chiari, Frida Nacinovich, Paolo Repetto) e il nostro grafico Mirko Bozzato sono quelli che hanno permesso di garantire sempre l’uscita regolare dal nostro mensile, che non ha “mancato” un mese.
Sono tanti i compagni che hanno scritto per noi fino ad oggi. Voglio ricordarli in rigoroso ordine alfabetico. Faccio eccezione per due di loro. Il compagno Bruno Rastelli, prematuramente scomparso, indimenticabile dirigente sindacale della sua azienda, la CGT-CLS, della FILCAMS che è stato Presidente del CDN FILCAMS e della commissione di garanzia nazionale confederale, sempre restando militante nel proprio posto di lavoro e la compagna Francesca Marchetti dello SPI, scomparsa alla vigilia della pubblicazione di un suo importante contributo su Reds. Ecco i nostri “corrispondenti operai” ed ospiti graditi:
Stefano Bianchi (FP), Mirko Botteghi (FILCAMS Rimini), Giacinto Botti (CGIL Lombardia), Carlo Cerliani (delegato Milano), Nina Carbone (INPS), Roberto D’Andrea (NIDIL), Carlo Cerliani (delegato Milano), Thomas di Blasi (delegato Milano), Héctor Figueroa (sindacalista USA), Pericle Frosetti (pseudonimo), Matteo Gaddi (Associazione Sinistra e Lavoro), Zaverio Giupponi (delegato Milano), Sally Kane (CGIL nazionale), Gianluca Lacoppola (delegato Firenze), Beniamino Lami (SPI), Xion Luon (pseudonimo), Angela Maiocchi (delegata Milano), Luciano Malavasi (RSU FLC Unifi), Corrado Mandreoli (CGIL Milano), Gian Marco Martignoni (CGIL Varese), Giovanni Mininni (FLAI), Nicola Nicolosi (CGIL nazionale), Giorgio Ortolani (FILCAMS Milano), Isabella Pavolucci (FILCAMS Rimini), Gian Paolo Patta (CGIL nazionale), Anna Rosa Picchioni (delegata Firenze), Monica Piccini (Delegata RSU FLC Unifi), Roberta Pistoretto (CGIL Padova), Felice Roberto Pizzuti (economista), Marco Prina (FILCAMS Torino), Maria Luisa Rosolia (delegata Milano), Alessandro Rossi (Delegato Torino),Luigi Rossi (FLC nazionale), Maria Carla Rossi (FILCAMS Lombardia), Sandra Salvatori (FILCAMS Firenze), Piero Saporito (delegato Milano), Loredana Sasia (FILCAMS Cuneo), Kang Sheng (pseudonimo), Sergio Sinigaglia (giornalista), Sergio Tarchi (CGIL Firenze), Mariangela Tognon (delegata Milano), Cesare Ventrone (Delegato Roma), Maria Vitolo (FILCAMS Napoli), Claudio Treves (NIDIL).

Piuttosto che sorprendersi per l’ennesimo dato trimestrale negativo del Pil, che conferma la tendenza recessiva che da tempo ha investito il nostro paese, con tanto di sonora bocciatura della politica degli annunci governativa, varrebbe invece la pena riprendere gli studi e le indagini che a suo tempo avevano affrontato l’involuzione della nostra economia; nel mentre chi aveva ruoli di responsabilità istituzionale negava addirittura il concetto di crisi, poiché - veniva detto -“ i tavoli dei ristoranti sono sempre pieni”.

Infatti, già agli inizi degli anni duemila, alcuni insigni studiosi, a partire da Luciano Gallino con il fondamentale pampleth La scomparsa dell’Italia industriale (Einaudi) e successivamente Gianni Toniolo e Vincenzo Visco, curatori del volume collettaneo Il declino economico dell’Italia (Bruno Mondadori), avevano fornito a questo riguardo dei contributi di indubbio spessore.
Purtroppo, anche grazie alla complicità dei media, quando dal 2008 è esplosa la crisi, si è preferito indicare nell’euro o nella Germania della Merkel i responsabili del disastro annunciato, rimuovendo le cause storiche e strutturali che hanno determinato il declino economico, sociale e culturale del nostro paese nell’arco di qualche decennio.
Se si considera che l’Italia è in stagnazione, per via del generalizzato rallentamento dei tassi di crescita dal 1995, e che la caduta del Pil nell’arco temporale 2008-2013 è stata pari al 9%, la situazione è più che grave, paragonabile, come segnala Federico Fubini nel recente testo Recessione Italia. Come usciamo dalla crisi più lunga della storia, Editori Laterza, solo al periodo 1917-1921.
Quello di Fubini è un contributo decisamente interessante, poiché nel saggio introduttivo l’editorialista di Repubblica risale alle cause endogene di questo declino, mentre altre cause vengono ben dettagliate da economisti e studiosi del calibro di Marcello De Cecco, Giuseppe De Rita, Mario Pianta, Alessandro Rosina, ecc.
D’altronde, ultimi in Europa per quanto concerne la ricerca con l’1,25 investito in percentuale del Pil, l’Italia ha patito storicamente la mancanza di autorità di controllo indipendenti e di una politica industriale in grado di qualificare la struttura produttiva del paese, mentre, come sostiene acutamente Marcello De Cecco, “collettivamente ci siamo cullati su un’illusione pericolosa, ossia credere che le nostre piccole e medie imprese fossero una forza”.
Parallelamente a questa struttura produttiva debole, concentrata nei settori tradizionali dell’economia, si è però determinata, come rileva Mario Pianta, una estensione abnorme delle attività finanziarie, finalizzate alla ricerca di cospicui guadagni speculativi, che conseguentemente ha comportato una vistosa caduta sia degli investimenti fissi, pari al 22% del valore aggiunto, che in macchinari.
Come sorprendersi allora se il reddito per abitante è sceso dal 1999 addirittura dello 0,5%, e se tra il 2001 e il 2010 l’Italia ha perso 1 milione e mezzo di occupati nella fascia tra 15 e 35 anni, generando una situazione drammatica, a cui non si intravede come porre rimedio in questo contesto economico.
Certamente la disoccupazione dilaga in tutta Europa, per via delle fallimentari politiche neoliberiste dell’austerità e della prolungata crisi da sovrapproduzione capitalistica, ma lucidamente Fubini non elude il fatto che “la crisi economica italiana è, in primo luogo, una crisi culturale”, nonché, riprendendo il pensiero di De Rita, il prodotto dell’eclissi della borghesia italiana e di elites dominanti tutt’altro che illuminate.
La facile e progressiva acquisizione da parte di capitali stranieri di aziende e marchi rilevanti del nostro tessuto produttivo è l’emblematica testimonianza di questa apparentemente inarrestabile tendenza recessiva, al di là delle comparsate e dei proclami di Matteo Renzi, febbrilmente impegnato in un’autoritaria operazione di ingegneria istituzionale e nel forsennato attacco ai diritti e ai poteri del mondo del lavoro e delle loro organizzazioni, attraverso l’imbroglio mediaticamente orchestrato con le cosiddette tutele crescenti del jobs act.

A suo modo è un record. Approvato - con l'ennesimo voto di fiducia – da appena un mese, il decreto “Sblocca Italia” è già contestato da più di 160 fra storiche sigle ambientaliste, associazioni e movimenti, attivi lungo l'intera penisola. La massiccia mobilitazione di quelli che Matteo Renzi ha ribattezzato, con l'abituale disprezzo, “comitatini”, ha dato il via alla campagna “Blocca lo Sblocca Italia”. Che gode, ironia della sorte, anche dell'appoggio di alcuni enti locali, pronti anch'essi ad anticipare i loro ricorsi ai tribunali amministrativi italiani, e alle corti di giustizia europee.
L'imponente massa critica dei contestatori del provvedimento sostiene, documenti alla mano, che lo Sblocca Italia aiuta a far ripartire cantieri inutili; incentiva il consumo di territorio, ai danni anche del paesaggio; indebolisce le Soprintendenze e i loro controlli; svende il demanio pubblico; dà il via libera a scavare e trivellare per mare e per terra in cerca di petrolio; proroga la disastrosa stagione della deregulation edilizia; opera, nei fatti, per la realizzazione di nuovi inceneritori, e per far “lavorare” al massimo delle loro capacità quelli già esistenti.
A fare da cartina di tornasole di questo quadro disarmante sono state le plateali proteste organizzate a palazzo Madama, nel giorno del voto di fiducia chiesto dal governo al Senato: i parlamentari pentastellati sono arrivati addirittura a stendersi sui banchi del governo, tanto che tutti i senatori hanno dato il loro voto al testo (“sì” o “no”) direttamente dal proprio banco, senza passare sotto la presidenza dell'aula. Dal canto loro, i senatori di Sel hanno alzato uno striscione con la scritta “No Triv”, velocemente rimosso dai commessi.
Dalle prime analisi dello Sblocca Italia fatte da movimenti e associazioni, emerge che ben il 47% dei 3,9 miliardi stanziati dall'esecutivo va a strade ed autostrade (1.832 milioni), il 25% alle ferrovie (989 milioni), e solo l’8,8% alle reti tramviarie e alle metropolitane (345 milioni). Il resto è per le opere idriche (134 milioni) e gli aeroporti (90 milioni). Mentre 500 milioni di euro sono stati destinati a dare gambe al cosiddetto “Piano dei seimila campanili”, risalente allo scorso anno (“Decreto del fare”) e indirizzato alle amministrazioni comunali.
Di fronte a questi numeri, le sintetiche ma efficaci conclusioni dei tantissimi critici sono presto dette: “Lo Sblocca Italia continua a sostenere lo sviluppo dell’asfalto, finanziando nuove autostrade come la Gronda genovese e la Cispadana in Emilia. Destina molto meno alle ferrovie, e per giunta lo fa indirizzando 520 milioni su 989 per le tre nuove tratte ad alta velocità Terzo Valico (Milano-Genova), Tunnel del Brennero e Av Brescia Padova. Pochissimo viene dato alle reti per il trasporto urbano, che sono il vero deficit italiano. Si insiste ad andare con le distorsioni della Legge Obiettivo, senza avviare una politica dei trasporti innovativa e sostenibile”.

Nonostante i morti, gli allagamenti e i danni miliardari, nello Sblocca Italia si tenta di aggirare le norme di salvaguardia del territorio adottate da alcune (pochissime) amministrazioni regionali. Il risultato rischia di essere devastante. Anche perché, come ricorda il presidente della Rete dei comitati per la difesa del territorio, il geologo Mauro Chessa, “i Comuni tendono invariabilmente a pensare a breve termine, e fanno costruire case e strade anche dove non si può, perché l'importante è incassare gli oneri di urbanizzazione”.
In parallelo lo Sblocca Italia dà nei fatti il via libera allo smaltimento - negli impianti di incenerimento - dei rifiuti provenienti da altre province e addirittura da altre regioni. Una libera circolazione della monnezza che negli ultimi 25 anni era stata sempre vietata, per motivi che vanno dal proliferare delle infiltrazioni criminali nei trasporti della spazzatura, ai controlli sulla “natura” dei rifiuti, che già su scala regionale sono spesso risultati difficili da eseguire. Invece ora, solo per fare un esempio, lo Sblocca Italia può mettere in concorrenza gli otto inceneritori emiliani con i sei, sette toscani. Una concorrenza devastante, va da sé, per le buone pratiche del riciclaggio e del riuso, oltre che dell'ambiente. Quanto alla cosiddette “Grandi Opere”, nell’elenco statale sono diventate ben 504.
Contro le trivellazioni selvagge in cerca di petrolio, sia in mare che sulla terraferma, c'è infine la sollevazione istituzionale delle Regioni interessate, in pratica tutte quelle del centro-sud i cui confini si affacciano sull'Adriatico, sullo Ionio e nel canale di Sicilia. Da parte sua il movimento “No Triv” ha dato vita a una petizione on line, che si affianca alle annunciate impugnazioni alla Consulta o ai tribunali amministrativi da parte degli enti locali e delle principali associazioni ambientaliste, da Legambiente al Wwf, passando per Italia Nostra e Greenpeace. “Con lo Sblocca Italia – denunciano le 160 realtà che hanno avviato la campagna di contestazione al decreto - il governo Renzi vuole portare la Val di Susa in ogni angolo del paese”.

JOB’S ACT. SPENDING REVIEW: come saranno criptati i nuovi ammortizzatori sociali? La legge 92/2012 (Legge Fornero), che sostituisce la mobilità con il più veritiero licenziamento collettivo, e la Legge di stabilità 2014 hanno modificato la vecchia indennità di mobilità che, dal 2017, cesserà di esistere e sarà ASpI o MiniASpI (vedi scheda). Nel periodo transitorio, fino al 31/12/2016, la prestazione, già dal 2015, subirà una riduzione della durata per gli ultra 40-enni, salvo ricognizione che la legge prevedeva al 10/2014, evidentemente travolta dalla piena dei voti di fiducia e dall’alta considerazione che Renzi ha del sindacato. Tanto premesso, cerchiamo di vedere cosa c’è al momento.

COS’E’ LA MOBILITA’ ORDINARIA. E’, seccamente, il preludio al licenziamento. E’ un sostegno economico in sostituzione delle retribuzioni, per favorire la rioccupazione dei lavoratori licenziati, in cambio di sgravi per chi assume. Ma deve essere chiaro che l’iscrizione nelle liste di mobilità, dà diritto alla relativa indennità, fatti salvi gli altri requisiti, solo se la mobilità è ai sensi della L. 223/91. Ai sensi dell’art. 4, co. 1, L. 236/93, dà diritto alla sola indennità ASpI o MiniASpI.

A CHI SPETTA. All’industria con più di 15 dipendenti, alle aziende artigiane dell’indotto al seguito dell’azienda committente, alle cooperative con obbligo di versamento per mobilità, alle aziende della logistica, con più di 200 dipendenti. Dal 2013 alle imprese del commercio e alle Agenzie di viaggio e turismo, operatori turistici compresi, con più di 50 dipendenti, alle imprese di vigilanza con più di 15 dipendenti. Ne beneficiano i lavoratori a tempo indeterminato iscritti nelle liste, con una anzianità aziendale di almeno 12 mesi durante l’ultimo rapporto di lavoro con l’azienda che ha attivato la mobilità e 6 mesi di effettivo lavoro

CHI PAGA. La prestazione è liquidata dall’INPS, a cui va presentata domanda, esclusivamente on line, entro 8 giorni dalla data di licenziamento e comunque entro 68 giorni, pena decadenza. Tale termine slitta in caso di vertenza, di malattia iniziata prima del licenziamento, indennità di mancato preavviso, servizio militare. In caso di sospensione per lavoro a tempo determinato, la fine della prestazione slitta. Non in caso di maternità obbligatoria. Non è più obbligatoria la dichiarazione di immediata disponibilità (DID).

QUANTO PAGA. Sfatiamo alcune leggende metropolitane. L’indennità di mobilità NON è di uguale importo dello stipendio. E’ l’80% della retribuzione teorica lorda spettante, comprensiva dei ratei di 13.a e 14.a e altre mensilità aggiuntive, eventualmente spettanti. E’ corrisposta per 12 mesi e NON è corrisposta alcuna tredicesima. Gli importi massimi erogabili sono divisi in due fasce, a seconda che la retribuzione lorda superi o meno gli importi massimi fissati annualmente con decreto. Per il 2014 l’importo max mensile netto per i primi 12 mesi è di euro 903,20 per retribuzioni non superiori a euro 2075,21; euro 1085,57 per retribuzioni superiori. In ogni caso l’importo non può mai superare la retribuzione percepita in costanza di rapporto di lavoro. In pratica, per il calcolo: retribuzione teorica x numero mensilità annue/12000. Questa è la base di calcolo, su cui va calcolato l’80%. Ovviamente nei limiti predetti. Gli importi erogati NON sono esentasse, ma soggetti alla tassazione corrente. Spettano anche gli ANF in caso di avente di diritto.

COMPATIBILITA’. E’ compatibile con il lavoro accessorio nel limite di euro 3000 netti, con stages e tirocini, non lo è con la pensione diretta, con l’indennità TBC, mentre i titolari di pensione di invalidità o Assegno ordinario di invalidità possono optare.
In ultimo: la legge di stabilità 2014 ha cambiato i criteri per il diritto alla mobilità in deroga, che però può essere erogata dall’INPS solo dopo decreto di competenza Regionale o Ministeriale. Dai finanziamenti esigui rispetto all’entità del numero dei licenziamenti, è facile trarne le conclusioni. In ogni caso, di sicuro sparirà dal 2017.
Nel frattempo, visti gli eroi del Premier, sereni non lo siamo proprio!
A tutte e tutti un 2015 tutto nostro.