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Quando le manifestazioni sono oceaniche, va a finire che lungo la strada non incroci nessuno dei compagni che conosci da una vita. Ma ci sono tutti, basta un’occhiata allo smartphone per vedere foto di gruppo, messaggi, selfie. La tecnologia aiuta e arriva dove non arriva Matteo Renzi. Negli interminabili cortei che in una meravigliosa giornata di sole sono arrivati (o hanno cercato di arrivare) in piazza San Giovanni, c’era il popolo italiano. Tutto quanto, rappresentato da adolescenti under diciotto, universitari di breve e di lungo corso, lavoratori precari, interinali, a tempo determinato e a tempo indeterminato. C’erano anche i pensionati con le pettorine “largo ai giovani”. Nipoti, figli, genitori e nonni, tutti insieme a combattere una pacifica battaglia di civiltà.
La manifestazione contro il jobs act del governo Renzi, contro l’abolizione di un articolo 18 che tutela dodici milioni di lavoratori (e ne sono esclusi i dipendenti pubblici), per politiche industriali e del lavoro degne di questo nome, è stata un successo andato oltre le più rosee previsioni. E non succedeva da anni, almeno dieci, che le donne e gli uomini di sinistra partecipassero insieme a un appuntamento di piazza. Una piazza dove anche tu, addetto ai lavori, militante ormai storico, non conoscevi i tuoi compagni di strada.
Sono venuti da tutta Italia, e non solo dai luoghi di lavoro, che pure segnavano simbolicamente i chilometrici cortei con gli striscioni delle Rsu, delle categorie e delle Camere del Lavoro. Solo il più grande e antico sindacato italiano, la Cgil, poteva organizzare una massa critica di queste dimensioni. Un sindacato quanto mai orgoglioso, a ragione, di rappresentare un gigantesco interesse collettivo.
Dalla Lombardia sono partite almeno quaranta/cinquantamila persone, hanno viaggiato tutta la notte per essere al mattino a Roma. Dalla Sardegna hanno perso la nave, dalla Sicilia treni e aerei, e così dalla Puglia e dal Piemonte, dal Veneto e dalla Calabria. Il treno speciale Toscano è partito alle quattro e mezzo, i quattrocento pullman con la pettorina dei “maledetti toscani” (grazie Sergio Staino) pochi minuti dopo. Chi manifestava ha perso ore di sonno e pagato dieci, venti, trenta euro per arrivare in San Giovanni. Da ciascuno secondo le sue possibilità. Come nella storia della sinistra, non solo italiana. Cosa hanno guadagnato? Una giornata da incorniciare, da segnare in rosso sul calendario dei propri migliori ricordi.
Il rosso della Cgil ha attraversato come una marea che si alzava le strade millenarie della città eterna. Si sa, i rapporti interni nella Cgil non son sempre stati rose e fiori. Le spine, anche recenti, sono ad esempio le diverse sensibilità tra la Fiom e le altre categorie rispetto al testo unico sulla rappresentanza. Ma a Roma, in un sabato di fine ottobre, non ci sono state differenze sia nella protesta che nella proposta. Susanna Camuso ha parlato a nome di tutte e tutti, anche di chi non c’era e sarebbe voluto essere lì. Ed ha detto che quello di Roma è stato solo il primo di cento passi, come avevano appena cantato i Modena city Ramblers dal palco di san Giovanni.
Tutti insieme, anche appassionatamente. Un problema per il governo Renzi, che questa vola ha fatto i conti senza l’oste, sottovalutando la portata di una mobilitazione troppo grande per essere sminuita e derubricata a passeggiata nel dì di festa. Il presidente del Consiglio è sicuramente smart. Ma il richiamo alla memoria e alle conquiste civili e del lavoro che in passato sono costate sangue, sudore e lacrime di milioni di italiani di ogni età, genere e provenienza, è qualcosa che nessun iconoclasta futurista potrà cancellare. Alla fine, quando una piazza intera ha intonato “Bella ciao”, era impossibile non avere un brivido, e anche qualche luccicone agli occhi. Non un’altra Italia rispetto a quella dei cinque sei mila della Leopolda fiorentina officiata da Renzi per la quinta volta. L’Italia, quella vera. Senza capi, senza leader carismatici, senza uniti del signore. Piuttosto una forza collettiva, come nella migliore tradizione della sinistra italiana. E con la segretaria generale del sindacato, Susanna Camusso, nelle vesti del primis inter pares, il primo fra i pari. “Ci siamo e ci saremo, continueremo fino allo sciopero generale”. Uno sciopero per il lavoro, con i suoi diritti e le sue tutele, “perché senza lavoro non si cambia ma si arretra. Questa piazza non è una passerella di qualcuno per vedere chi c’è e chi non c’è. E’ la piazza del lavoro che rivendica risposte. Nessuno in buona fede può dire che togliere l’articolo 18, demansionare i lavoratori e mettere le telecamere in azienda fa crescere il lavoro”. Matteo Renzi non ha trovato meglio da dire che alla manifestazione c’era meno gente che nel 2003. Contento lui…

Angelo Ganugi nacque a Galluzzo (frazione di Firenze oggi inglobata dalla città) il 10 settembre 1875. Quando la polizia politica inizia ad interessarsi a lui è oramai un maturo sessantaquatrenne che ancora lavora come impiegato privato (è cassiere in una trattoria). E’ il novembre 1939 quando viene assegnato dalla commissione provinciale per i provvedimenti di polizia ad 1 anno di confino politico per aver pronunciato “in pubblico esercizio frasi disfattiste denotanti la sua avversione al regime”. La pena sarà poi commutata, nel successivo processo, in una ammonizione, cosa che gli consentirà di continuare a vivere a Firenze. Il fascicolo di polizia non viene successivamente aggiornato e pertanto non sappiamo come si conclude l’attività e la vita di Ganugi che in pieno regime ha il coraggio e la coerenza politica di professare la sua avversione al fascismo, segno di una consapevolezza democratica maturata all’interno del movimento sindacale di categoria al quale si era dedicato fin dalla sua gioventù.
Aiutati dai periodici della categoria, sappiamo infatti che fin dal 1910 il Ganugi è una figura di spicco della sezione di Firenze dei lavoratori di Albergo e Mensa. In quest’anno è infatti membro della Commissione organizzatrice del 3° Congresso nazionale dei Lavoratori di Albergo e Mensa che si terrà a Firenze nella sala della sezione fiorentina in via delle Belle donne. Sarà lui il delegato al Congresso della sezione fiorentina ed è inoltre incaricato di pronunciare il discorso di apertura e a rivolgere il saluto di benvenuto ai delegati al Congresso che trascriviamo da “Il lavoratore di albergo e della mensa”. “A nome delle Associazioni fiorentine dei lavoratori di Albergo e mensa io porgo il saluto fraterno ed augurale a tutti i compagni congressisti che da ogni parte d’Italia sono venuti nella nostra Firenze a portare il prezioso contributo della propria intelligenza in quest’assise di lavoratori, a trattare gli ardui problemi posti all’ordine del giorno che dovranno segnare la direttiva alla nostra Federazione ed imperniare quel lavoro proficuo ad ogni singola sezione in rapporto ai deliberati che qui verranno emessi; di preparare un lavoro di comune accordo con le altre Associazioni consorelle, per poi una buona volta, spazzato di mezzo tutto quello che fino ad oggi ha ostruito il cammino ascensionale della nostra classe, arrivare a quella meta tanto desiderata; irregimentare ed accogliere sotto un unico vessillo le varie energie sparse e combattere, tutti uniti e concordi, per un solo ideale: la conquista dei nostri diritti ed il miglioramento morale e materiale della Classe. Questo è il fervido augurio che faccio prima di inaugurare i lavori del Terzo Congresso nazionale. Saluto inoltre la compagna Balabanoff che con la sua presenza e con la sua parola porta in questo nostro congresso la nota gentile sì, ma fiera e piena di fede in prò dei lavoratori nostri compagni”.
Questa serie di incarichi ci fa dedurre che la sua attività all’interno dell’Associazione fiorentina del sindacato, oltre ad essere rilevante ed apprezzata, deve risalire indietro nel tempo. Le sezioni fiorentine, in questo periodo, svolgono un ruolo primario e di traino nella costruzione della Federazione nazionale dei lavoratori di Albergo e Mensa unitaria a livello nazionale, quando ancora manca l’apporto delle sezioni di categoria milanesi che formalmente non aderiscono alla Federazione.
Ritroviamo Il Ganugi, nel marzo 1913, al 4° congresso della Federazione dei Lavoratori di Albergo e Mensa quando, insieme a Mazzoni, è delegato del Comitato regionale Toscano. Sebastiano Del Buono porta il saluto della Camera del lavoro di Firenze e viene eletto a presiede il Congresso. Ganugi con Pardini e Gualdoni è eletto alla Commissione per la verifica dei poteri. Quindi anche in questo Congresso il Ganugi svolge un ruolo importante di dirigente ed è insieme a Mazzoni estensore della proposta di un “giurì d’onore” per appianare le pregiudiziali delle associazioni milanesi, riunite nel Comitato Lombardo, a cui si erano aggiunte le sezioni di Spezia e di Torino, per far sì che il Congresso fosse unitario e superasse le divisioni. Anche se Ganugi non viene eletto a cariche di primo piano a livello nazionale è sicuramente un dirigente di primissimo piano a livello locale ed è uno dei principali artefici della ricostituzione di quella Federazione di categoria che possa “accogliere sotto un unico vessillo le varie energie sparse” che era stata la sua speranza e il suo augurio al precedente congresso e che a breve diventerà realtà.


Per approfondimenti vedi:
Il lavoratore di albergo e della mensa” 1910 n. 51; 1913, n.1.
Camerieri, commessi, impiegati … sovversivi” di Luigi Martini – Roma, Promoart, 2010, pp. 55-58.

Ma Gabrielli volge lo sguardo anche all’interno: “Non c’è crescita se si marginalizzano le diversità, le sensibilità e i pluralismi”

Abbiamo firmato due rinnovi contrattuali del settore artigiano e della piccola impresa: quello dell’acconciatura e quello del pulimento artigiano. Su quest’ultimo abbiamo realizzato grandi passi avanti verso l’unificazione della normativa sui cambi appalto e anche a livello salariale tra lavoratori del settore artigiano e di quello industriale. Sugli altri tavoli a che punto siamo?
Il risultato dei contratti dei lavoratori dell’acconciatura e del pulimento artigiano sono positivi. Attualmente abbiamo 11 tavoli contrattuali aperti: ristorazione collettiva, pubblici esercizi, Confindustria turismo e Confesercenti. Sono in corso anche le trattative per il rinnovo del contratto multiservizi, un altro dei nostri grandi settori, tra quelli più colpiti in questi anni dagli effetti della spending review che ha prodotto un rallentamento nella trattativa e rischia di condizionarla anche per il suo sviluppo. Situazione drammatica per gli operatori delle terme: il contratto è scaduto ormai da tre anni e non riusciamo ancora a costruire un percorso comune che porti a dare delle risposte a quei lavoratori. Anche la distribuzione cooperativa è ferma. E non dobbiamo dimenticare gli studi professionali, che rappresentano per noi una sfida importante: non soltanto perché il settore è cresciuto tanto, ma perché è uno dei comparti in cui possiamo misurare la politica di inclusività. Siamo quasi ad una anno di distanza dalla presentazione delle piattaforme e dall’avvio delle trattative per il contratto del terziario con le tre Associazioni datoriali: a giugno si è interrotta la trattativa con Confcommercio e non abbiamo sostanziali novità con Federdistribuzione e Confesercenti.
Un quadro contrattuale caratterizzato da quanto ho già detto sopra e che in assenza di segnali positivi rispetto alla condizione del paese e con i provvedimenti in corso da parte del Governo, rischia di diventare ancora più complicato.

La sinistra sindacale Filcams che pure ti ha appoggiato in tutte le sue componenti presenti in Direttivo nazionale ha rimarcato il carattere non plurale della segreteria Filcams nel suo complesso. Noi siamo preoccupati perché vediamo – e giustamente – una grande attenzione ai pluralismo di genere (anche se oggi la segreteria è “squilibrata” perché le donne superano il 60% statutario…), ma una totale sottovalutazione del pluralismo politico e sindacale. Non ritieni sia un problema? O pensi che il pluralismo così come definito dallo statuto e dai regolamenti e dalla storia degli ultimi 20 sia superato e se sì con che modalità occorre rispondere unitariamente alla domanda di governo unitario e di rappresentanza plurale delle idee?
Non parlerei di una condizione “squilibrata” della segreteria Filcams. Penso che dovrebbe essere letto come un dato positivo, di valore ed una sfida che abbiamo costruito collettivamente uomini e donne, per una categoria che vede una massiccia presenza femminile. Non è un dato scontato, perché per avvicinare e far partecipare le donne alla vita sindacale si è fatto un lungo percorso traducendo questo obiettivo nei gruppi dirigenti a partire da quelli territoriali.
Come non ritengo che in Filcams ci sia una sottovalutazione del pluralismo politico e sindacale perché questo non può misurarsi con un unico parametro. Abbiamo lavorato a Congresso per indicare le linee di indirizzo e gli obiettivi della politica sindacale della Filcams e anche lì, pur nelle diversità, abbiamo condiviso un documento che ho riaffermato nella dichiarazione programmatica parlando di ulteriori sfide sindacali, di un lavoro del collettivo che passa attraverso il confronto e le elaborazioni frutto delle idee e del pluralismo politico e sindacale. Non c’è crescita se si marginalizzano le diversità, le sensibilità, i pluralismi anzi, forse ne abbiamo molti di più ed escono anche dagli schemi delle componenti e del pluralismo politico e sindacale stesso.
Per questa idea e per quello che ho proposto nella dichiarazione programmatica auspico che le varie componenti abbiano deciso di appoggiare in maniera trasparente la mia candidatura. Ma credo che la domanda ci porta a dover affrontare un tema più complessivo. Ad esempio, dopo l’ultimo congresso, il pluralismo rappresenta una realtà che travalica ancor più i confini delle aree programmatiche. Questo significa che la segreteria non può più essere considerato l’unico livello di valorizzazione del pluralismo che deve riguardare tutta la vita dell’organizzazione, a partire del massimo organismo dirigente, il direttivo nazionale, che, proprio nella valorizzazione dei pluralismi, individua i principali elementi di garanzia.
Inoltre, se è vero che quello che è avvenuto in Italia dal voto delle ultime politiche ad oggi, ha parlato anche a noi, alla CGIL, il punto che dobbiamo affrontare e come dare prospettiva di rappresentanza e di partecipazione alla nostra organizzazione. Quindi come modifichiamo le nostre modalità, la nostra vita interna, la selezione e la messa a disposizione dei gruppi dirigenti, è un impegno che deve vedere una sincera discussione interna prima di affrontare il prossimo Congresso anche per poterlo definire con modalità diverse.

Il volume autobiografico di Andrea Montagni percorre quasi 50 anni di storia

Dopo un quarto di secolo di militanza nella stessa area sindacale fortemente autonoma e plurale rispetto alla provenienza politica e culturale dei suoi aderenti, la pubblicazione del volume autobiografico “Le Cinque Bandiere 1967-2013” di Andrea Montagni (Edizioni Punto rosso pagg. 121, euro 12,00, a cura di Frida Nacinovich) può essere l’occasione per conoscere e approfondire il tragitto che dall’apprendistato politico in una città effervescente come Firenze ha condotto il nostro Formaggino - questo il soprannome guadagnato sul campo per aver subito intuito il rapporto fra campagna elettorale e pubblicità - prima nelle stanze della CGIL di Corso Italia e successivamente in quelle della Filcams nazionale. Nonché le acquisizioni teorico politiche maturate in un arco temporale che sin dalla gioventù si è caratterizzato per una scelta votata ad una militanza totalizzante.
Con una avvertenza per chi solo più recentemente si è avvicinato alla politica e al sindacato, diversamente da quanti hanno vissuto il ‘68 o sono cresciuti sulla scia di quegli anni della contestazione operaia e studentesca: per orientarsi nelle repentine peregrinazioni del compagno Montagni, in particolare nella galassia marxista-leninista, è opportuno che si doti di un testo che di quegli anni ha scrupolosamente annotato il pulviscolo delle formazioni politiche che hanno costituito nel loro insieme la sinistra extraparlamentare italiana.
La bibliografia a questo proposito è ovviamente sterminata, ma “la sinistra extraparlamentare in Italia” (a cura di Giuseppe Vettori, Newton Compton editori) può essere un testo utile a questo scopo.
D’altronde l’entrata e la fuoriuscita da un gruppo politico, la nascita di un gruppo e la sua veloce scomparsa, l’incontro delle nuove generazioni operaie e studentesche con in vecchi quadri formatisi nelle lotte degli anni ‘50/’60 o con gli intellettuali di spicco del movimento, è stata una costante di quegli anni.
Comunque, ognuna di quelle esperienze ha contribuito, mattone dopo mattone, alla formazione dei compagni e delle compagne più tenaci e dotati sul piano della passione politica.
La loro influenza su una personalità come quella di Montagni è stata straordinaria, poiché non solo scrive “devo la mia cultura organizzativa ai marxisti-leninisti”, ma al contempo sostiene che Lotta Continua “è stato il gruppo più innovativo che la sinistra italiana abbia avuto”, incarnando le sue tradizioni ribelliste e massimaliste.
Poi, trascorsa questa stagione memorabile, la prima esperienza sindacale alla Esselunga di Firenze, l’incontro con i compagni e le compagne di Democrazia Proletaria, con una “paradossale entrata per scioglierla”, quindi il passaggio nel mondo dell’università, ove nel 1988 diventa segretario generale del sindacato università di Firenze, anche per una serie di coincidenze legate al nuovo sodalizio con la componente di Democrazia Consiliare.
Inoltre, con la caduta nell‘89 del muro di Berlino, nasce Charta ’90, che, guidata da Gian Paolo Patta, va oltre l’esperienza della terza componente, che aveva come leader Antonio Lettieri ed Elio Giovannini, estendendo la presenza della sinistra sindacale organizzata in CGIL attraverso una nuova leva di quadri provenienti dal mondo del lavoro, che diventano funzionari a tempo pieno (tra cui nel 1992 anche Montagni).
Al contempo lo scioglimento del PCI favorisce la nascita di Rifondazione Comunista, che purtroppo sotto la direzione di Fausto Bertinotti subisce “una deriva pan-sindacale e politicamente eclettica”, sicché quando si determina la scissione con i Comunisti Italiani, influenzato dalla lettura dei testi di Palmiro Togliatti e nonostante le riserve per le posizioni berlingueriane sulla Nato, Montagni si schiera con Armando Cossutta e Oliviero Diliberto.
Al di là della tardiva lettura di Togliatti la formazione teorica di Montagni è assai robusta, poiché si è alimentata delle letture giovanili dei testi di Mao-Tse-Tung, editi dalle Edizioni Oriente, e dei classici marxisti, ed è proseguita ininterrottamente nel corso di tutti questi anni.
Questa unità di teoria e prassi è ben condensata nella seconda sezione del libro, intitolata “Note e Appunti”, ove Montagni esplicita i suoi giudizi su tutta una serie di questioni nodali (dal fascismo alla non-violenza, dall’involuzione della democrazia formale borghese al socialismo).
Sono considerazioni e riflessioni che meriterebbero di essere approfondite e discusse: in particolare risulta assai condivisibile la critica serrata alla pratica della non-violenza, in quanto i suoi teorici di fatto “pongono gli oppressi alla mercé degli oppressori”, diventando oggettivamente difensori dell’attuale divisione in classi della società.
Diversamente risulta arduo condividere l’affermazione per cui “il processo di corruzione della classe operaia - da parte di una massa di intellettuali provenienti dagli strati inferiori della borghesia - è andato avanti di pari passo con una frammentazione del proletariato”.
Se è assodato che l’organizzazione sindacale è il primo livello di aggregazione della classe, stante i processi di integrazione delle classi subalterne nelle formazioni sociali di tipo capitalistico, per via della mercificazione dell’esistenza sociale e simbolica (come Herbert Marcuse e la scuola di Francoforte hanno bene illustrato nelle loro opere), senza un’organizzazione politica non si dà alcuna possibilità di incidere sui rapporti di forza tra le classi sociali.
Ma dato che l’arretramento sul piano dei rapporti di forza è stato enorme e devastante, le responsabilità sono da individuare, riprendendo la lezione gramsciana, nell’incapacità oramai più che trentennale di costruire gruppi dirigenti capaci di essere esemplari, in quanto si è verificata drammaticamente una grave scissione tra etica e politica.

Intervista a Maria Grazia Gabrielli, segretaria generale della Filcams-Cgil

Sei stata eletta a scrutinio segreto e all’unanimità. Una bella responsabilità. Ma anche un’opportunità per te di affrontare con un più di sicurezza e determinazione la tua nuova responsabilità. O no?
Responsabilità e determinazione, sono sicuramente alla base di questa nuova sfida. La fiducia riposta dalla categoria è sicuramente uno stimolo maggiore per cercare di guidare la Filcams nello scenario difficile che stiamo vivendo. Un voto in cui credo possiamo leggere un consenso e una condivisione al progetto politico della Filcams e alla gestione della categoria. Abbiamo costruito molto in questi anni, ma non può essere considerato sufficiente. Arginare e superare la negatività della crisi, dare risposte alle lavoratrici e lavoratori attraverso la contrattazione, e trovare un nuovo equilibrio nel mondo del lavoro riunificando ed estendendo diritti, sono obiettivi fondamentali perché il lavoro nel paese e per le persone è l’elemento centrale.

La Filcams è diventata la più numerosa Federazione di categoria della CGIL. La conseguenza è che essa dovrebbe pesare di più nell’elaborazione e negli equilibri della CGIL. Ma c’è chi sostiene che siamo un gigante con i piedi di argilla perché gli iscritti alla Filcams sono in tanta parte lavoratori licenziati in mobilità o fidelizzati attraverso i servizi e gli uffici vertenze confederali….
Se da un lato la crisi ha sicuramente contribuito a far avvicinare alla Filcams molti lavoratori per esigenze diverse, ora sarà tra i nostri obiettivi primari cercare di costruire un percorso per il futuro per poter, insieme, migliorare le condizioni di lavoro e le tutele per i nostri lavoratori. Gli iscritti alla nostra categoria sono la fotografia del mondo del lavoro, fragilità e ricchezza che ci indicano alcuni elementi fondamentali. Le risposte da costruire per gli stagionali, per i lavoratori degli appalti, per le colf e badanti, e per tutti quei lavoratori che non intercetti perché non hanno un luogo fisico o un unico luogo fisico dove svolgere il proprio lavoro, sono necessariamente diverse. Per questo dobbiamo rafforzare ed elaborare, non solo come Filcams, nuovi modelli contrattuali, territoriali, di sito, di filiera, sugli appalti insieme a forme diverse di comunicazione. I bisogni di questa moltitudine di singoli lavoratori passano anche attraverso la ricerca di tutela ed informazioni a cui siamo in grado di dare risposte grazie a quel collante tra categoria e sistema dei servizi delle Camere del lavoro. Due aspetti che credo possano far comprendere, in un mondo del lavoro che è già cambiato, il perché la confederalità assume un ruolo importante per la le sfide della contrattazione e della rappresentanza.

La Filcams è un sindacato di frontiera nel mondo del lavoro. Una massiccia presenza femminile nel commercio e nel turismo, nel pulimento e nel lavoro domestico e nelle altre attività di servizi; un sindacato che vive e opera tra i precari e nella precarietà della condizione di lavoro e della fragilità salariale. Ha dunque molto da dire. Cosa stiamo facendo in concreto?
L’impegno di questi anni ci ha fatto misurare con la ricerca di soluzioni anche innovative e diverse per dare risposte concrete. Abbiamo praticato accordi per stabilizzare le diverse forme di lavoro precario e atipico, introdotto forme di welfare, concordato buone pratiche per dare risposte al tema della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, creato percorsi certi perché un contratto a termine, un lavoratore somministrato abbia le condizioni per sapere che il proprio rapporto sarà stabilizzato, come percorsi per l’incremento degli orari dei part time. Certo, abbiamo vissuto arretramenti e ci siamo anche dovuti misurare con una contrattazione difensiva, spesso legata alla conflittualità che si genera davanti ad atti di forza come la disdetta dei contratti integrativi. Come abbiamo contrattato per la difesa del lavoro in una delle crisi più lunghe vissute dai nostri settori; abbiamo agito sugli orari, sui turni, sull’organizzazione del lavoro e soprattutto sui contratti di solidarietà perché nessuno sia lasciato da solo davanti alla possibilità di perdita del posto di lavoro. Lo stesso filo conduttore è quello che muove la ricerca di soluzioni nei tavoli di rinnovo dei contratti nazionali, oggi ancora in evidente difficoltà. La nostra visione si scontra con chi ritiene che soprattutto, in fase di crisi, non ci siano le condizioni per contrattare o si possano contrattare solo restrizioni dei diritti peggiorando la condizione per chi oggi un lavoro lo ha e negando contestualmente una prospettiva a chi è ancora ai margini del lavoro. Un paradigma che non condividiamo. Non solo la nostra contrattazione deve rimuove questa impostazione ma deve anche continuare a misurarsi e realizzare percorsi come quello della contrattazione di sito, di filiera, oggettivamente non facili ma che possono rappresentare una risposta concreta a mondi del lavoro così frammentati e difficilmente raggiungibili come quelli che incrociamo come Filcams.

La CGIL sta affrontando una battaglia complessa sul mercato del lavoro e sui diritti del lavoro. Nel preannunciare la mobilitazione la CGIL ha tuttavia aperto alla possibilità di utilizzare un contratto di assunzione a tutele crescenti come strumento per eliminare la pletora dei 47 contratti atipici. Pensi anche tu che il contratto a tutele crescenti possa rappresentare in tutto o in parte una soluzione, articolo 18 a parte?
Nel terziario la riduzione delle tipologie contrattuali di cui si parla nel Jobs Act, pur essendo fondamentale, non basta a dare risposte a una condizione molto variegata e complessa di precarietà. Il Jobs Act, sembra declinare al contrario l’ esigenze di estensione dei diritti, di creare occupazione per i giovani e di costruire un mondo del lavoro più uguale. Il contratto a tutele crescenti, ad esempio, in presenza della riforma del contratto a termine già introdotta dal governo è una contraddizione. Quando si parla di estensione delle tutele, c’è prioritariamente la maternità ma c’è il diritto al riposo, come la malattia. Cosi come, pur avendo espresso giudizio favorevole sugli 80 euro in busta paga, abbiamo potuto però constatare che non ha avuto effetti positivi, a partire dai consumi, e lascia nella difficoltà una numero alto di persone a cui il bonus andrebbe esteso.
Ma anche la riforma sugli ammortizzatori sociali e un diverso sistema di welfare: i singoli provvedimenti non sono sufficienti a far ripartire l’Italia, a “cambiare verso” se non fanno parte di una più ampia idea di sviluppo per portare di nuovo a crescere l’occupazione. Abbiamo bisogno di politiche attive del lavoro, di un sistema che sostenga chi ha perso il lavoro per aiutarlo presto a rioccuparsi.