Ricevi Reds via mail

Name:
Email

Dal 23 al 26 ottobre gli Stati generali dell’antimafia: un appuntamento delle associazioni e delle realtà impegnate contro le diverse forme di criminalità organizzata

Se Cosa Nostra arriva a minacciare apertamente di morte don Luigi Ciotti - addirittura per bocca di Totò Riina – il messaggio politico è presto detto: il movimento antimafia, di cui il fondatore di Libera è simbolo, dà sempre più fastidio. Specialmente se chiede al governo e alla magistratura di fare alcuni, doverosi, passi avanti per migliorare l’amministrazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Sul punto infatti don Ciotti ha le idee chiare: “Le mafie si battono con la cultura, l’educazione e le confische dei beni. E nelle intercettazioni che mi riguardano, Riina accenna anche ai beni confiscati. Significa che questa cosa lo ha infastidito molto, perché così facendo ai mafiosi si porta via il frutto della loro violenza”.
Il problema è che da una parte le istituzioni fanno la faccia dura contro le mafie, dall’altra lasciano abbandonate a se stesse le esperienze di recupero sociale dei beni sottratti alla criminalità. I dati raccolti dall’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati (Ansbc) raccontano che, su 1.703 aziende tolte a mafia, n’drangheta, camorra e sacra corona unita, solo 34 sono ancora in piedi. Tutte le altre sono state strangolate, prima di tutto nella chiusura del credito ad opera delle banche, che una volta confiscata l’azienda non danno più denaro. Poi dalla fuga dei vecchi clienti, che revocano le commesse dopo che l’azienda è passata di mano. Infine va sottolineato che un’azienda tornata legale ha un forte incremento dei costi, sia sul fronte della tassazione che della regolarizzazione dei lavoratori. E la storia insegna che in queste condizioni, senza alcun incentivo, stare sul mercato per chi si incammina coraggiosamente su una nuova strada è quasi impossibile.
Per questo don Ciotti ha segnalato alcune priorità per evitare il pericolo sempre più concreto di un colossale “spreco di legalità”. Di fronte al ministro della giustizia Orlando, il fondatore di Libera ha chiesto più risorse per i tribunali che si occupano delle confische; l’assegnazione anticipata già durante il sequestro; una migliore scelta dei manager che hanno in gestione i beni, attraverso l’uso dell’albo degli amministratori che registra chi ha frequentato uno specifico master sul tema; l’utilizzo della liquidità del Fondo unico per la giustizia, nato per ricevere e smistare denaro sequestrato, al sostegno dei beni confiscati; infine spostare l’agenzia nazionale sotto la presidenza del consiglio invece che sotto il ministero dell’interno, e destinare parte dei fondi europei 2014-20 al rilancio delle aziende confiscate.
Di tutto questo si parlerà dal 23 al 26 ottobre a Roma in occasione di Contromafie, la terza edizione degli stati generali dell’antimafia. Un appuntamento delle associazioni e delle realtà impegnate contro le diverse forme di criminalità organizzata, che si ritroveranno al Campo dei Miracoli (quartiere Corviale). Anche per chiedere al governo di sbloccare l’assegnazione dei beni sequestrati. “Stanno per arrivarne 55mila – denuncia in proposito don Ciotti – e sono una valanga. Però le assegnazioni sono tutte ferme”. Chissà perché...

Ottorino Lazzari nasce a Cremona il 6/11/1855. Il padre Luigi è di origine contadina mentre la madre Anna Grandi, sembra fosse di stirpe nobiliare. Vive in questa città i primi anni di vita con la famiglia nella casa dei nonni materni. Si trasferisce successivamente a Milano dove studia e consegue il diploma di maestro elementare. Il suo percorso di studio è simile a quello del fratello minore Costantino, anche lui diplomatosi maestro alle scuole tecniche milanesi. Più giovane di Ottorino di poco più di un anno, Costantino è compagno di scuola di E. Dalbesio che l’indirizza alla lettura di autori socialisti. I due fratelli aderiranno così al socialismo anche se è Costantino quello che ha una maggior caratura politica diventando, prima, membro del comitato centrale socialista e divenendone, poi, segretario politico dal 1912 al 1919.
Tornando ad Ottorino vediamo che la sua adesione al partito socialista suscita l’interesse della polizia che inizia a stilare un fascicolo personale (a partire dal 1900) dal quale apprendiamo che prima di essere socialista è stato repubblicano. Ha trovato lavoro come maestro comunale, incarico che gli viene revocato per aver partecipato alla commemorazione di Guglielmo Oberdan e ai successivi tumulti (1882); per tale motivo venne arrestato e successivamente condannato a 1 mese di carcere (1883). Dal 1883 fa parte della Società democratica della gioventù ed è segretario del Comitato repubblicano di Milano. Nel 1895 redige un manifesto, poi sequestrato, per la candidatura di Nicolò Barbato esponente dei “Fasci dei lavoratori siciliani”. Nel maggio 1898 prende parte attiva ai moti seguiti agli eccidi dell’esercito di B. Beccaris incitando il popolo a vendicare i “fratelli uccisi”. Per tale motivo è deferito al tribunale militare (riesce a espatriare in Svizzera) che lo condanna in contumacia a 12 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Nel 1899 rimpatria e si costituisce chiedendo la revisione del processo che, celebratosi, vede la sua assoluzione. Il suo impegno nella categoria del commercio è abbastanza tarda e risale al 1903 quando viene eletto consigliere dell’Unione impiegati e commessi di aziende private di Milano. In tale veste, nei mesi successivi, riceve l’incarico di segretario della Commissione che si occupa delle scuole serali commer-ciali e dei corsi di insegnamento per i commessi. Nel 1904 entra a far parte del Comitato permanente “Pro riposo Festivo” e come esponente della corrente intransigente del partito socialista è nominato membro supplente della Camera del lavoro di Milano. Nell’anno successivo si dimette dalla carica di consigliere dell’Unione impiegati e commessi di aziende private. Nel 1906 è probabilmente tra gli oratori al comizio di Milano durante l’agitazione “Pro Riposo Festivo” (L’Unione n. 33/1906).
Non troviamo sue notizie sul giornale “L’Unione fino al 1908” quando il giornale cessa le pubblicazioni. Nel fascicolo del casellario politico centrale ritroviamo sue notizie nel 1910 quando è segnalato come esponente della corrente riformista del partito socialista milanese. Ritroviamo sue notizie nel 1915 quando è un attivissimo agitatore della neutralità italiana ed è oratore nei comizi contro la guerra. Sempre dal suo fascicolo di polizia sappiamo che in questi anni viene assunto come impiegato alla Società Umanitaria di Milano e nel 1917 è segretario della “Confederazione generale dell’impiego privato” (questa Confederazione però, secondo A. Famiglietti, è attiva dal 1920 in poi: vedi “Le origini dell’attività sindacale nel settore dei servizi (1880-1925)”, p. 50-54). Il Lazzari nel 1918 è per l’espulsione di Turati e dei suoi seguaci dal Psi. Mancano sue notizie anche dal fascicolo personale fino al 1924 quando quasi settantenne si occupa di: brevetti, marchi, modelli, in una piccola ditta che è forse gestita insieme al figlio. E’ sottoposto a una speciale sorveglianza dalla polizia, che lo ritiene un pericoloso sovversivo, fino alla sua morte avvenuta nel 1934.

(Per approfondimenti vedi: Camerieri, commessi, impiegati… sovversivi di L. Martini, p. 63-68 e il periodico “L’Unione”, 1904-1908)

Erano presenti Susanna Camusso, Franco Martini e i segretari delle categorie coinvolte 

Il 2 ottobre si è svolto a Roma un importante seminario sul recepimento delle direttive europee in tema di appalti pubblici: presenti importanti personalità quali il Presidente di ANAC Raffaele Cantone, Ermete Realacci in qualità di Presidente della VIII Commissione della Camera dei Deputati, Paolo Buzzetti, Presidente ANCE, e Lorenzo Mattioli, Presidente FISE ANIP, oltre al Segretario nazionale CGIL Franco Martini, che ha introdotto i lavori, e alla Segretaria Generale Susanna Camusso.
Il nostro Paese dovrà, in tempi brevi, recepire le norme europee e ciò lo dobbiamo salutare con grande soddisfazione perché consentirà di mettere ordine in un comparto in forte espansione che è stato oggetto, nel tempo, di accavallamenti normativi, ingorghi giuridici, situazione di dumping, assenza di regole certe e via di seguito. La speranza è che il nostro Paese recepisca le norme in maniera molto laica senza che queste vengano manipolate dagli interessi in campo.
Andando per ordine. Le circa attuali 35 mila stazioni appaltanti devono essere ridotte a trenta/quaranta e ciò consentirà una maggiore uniformità negli affidamenti ed uno snellimento delle formalità burocratiche e già registriamo i primi scogli da parte delle amministrazioni locali le quali, vedendosi tolto un po’ di potere, accampano difficoltà in merito alla gestione dei contratti.
La parte più interessante delle norme europee riguarda l’aspetto sociale degli appalti, ossia la valutazione dell’offerta dal punto di vista qualitativo, le certezze occupazionali e salariali attraverso l’inserimento nei capitolati delle clausole sociali e dei CCNL da applicare.
Il 21 luglio FISE ha presentato un disegno di legge che recepisce a pieno queste indicazioni ed è in fase di stesura un testo per una legge popolare sugli appalti a cura della CGIL. Questo consentirà di far cadere la cattiva interpretazione del Consiglio di Stato in merito alla libera concorrenza, che tanti compagni impegnati nelle trattative per la contrattazione d’anticipo ha tratto in inganno producendo effetti devastanti sulle condizioni dei lavoratori.
Io penso però che non sia sufficiente l’indicazione del CCNL da applicare, anche se questo rappresenterebbe un bel passo avanti, ma occorre indicare che questo sia almeno uguale a quello applicato dall’azienda uscente.
Importanti sono anche le disposizioni che prevedono il pagamento diretto dei subappaltatori da parte della stazione appaltante anche se, personalmente, ritengo un abominio il subappalto di servizi per la medesima mansione dell’appaltatore e questa pratica dovrebbe essere limitata a mansioni differenti.
La qualificante presenza del Presidente Cantone ha naturalmente portato la discussione sul tema della legalità quindi delle infiltrazioni malavitose e della corruzione che ruotano attorno al sistema degli appalti e mi sono rimaste impresse le sue parole: “Io non credo che negli appalti esista un sistema per eliminare la corruzione”.
A proposito di illegalità ritengo che la discussione non sia stata sviscerata nella sua interezza perché legalità è rispetto delle norme e l’assenza nel dibattito di una riflessione sulle troppe somministrazioni fraudolente camuffate da appalti, e su come risolvere questa violazione, è un vuoto che la CGIL ha l’obbligo di riempire: tale violazione di norme serve infatti a tutte le parti tranne che ai lavoratori.
Un tema del quale non si è discusso, ma che è presente nelle direttive europee, è lo smantellamento dei lotti per favorire l’accesso alle PMI e personalmente, vista la loro dimensione, la riattivazione del CCNL del pulimento artigiano mi interroga e mi preoccupa per il dumping che potrebbe produrre.
Altra riflessione che come CGIL dobbiamo fare è relativa agli effetti della spending review. La revisione della spesa rischia di non far recepire la norma europea sulla valutazione qualitativa dell’offerta, e quindi sull’aggiudicazione in merito all’offerta economicamente più vantaggiosa, lasciando i lavoratori nel dramma del massimo ribasso.
Io credo che noi sulla spending review abbiamo la possibilità di lanciare una sfida alla politica iniziando a valutare l’attualità di questa forma di esternalizzazione in termini economici, anche alla luce di diversi interpelli posti da alcune amministrazioni locali alla Corte dei Conti sulla possibilità di reinternalizzare i servizi con gli addetti operanti poiché gli amministratori si sono resi conto che questo consentirebbe loro di risparmiare un bel po’ di risorse pubbliche.
La vera sfida sta qui perché solo attraverso la reinternalizzazione dei servizi con gli addetti operanti si possono salvare i posti di lavoro ed i livelli salariali per evitare che questi vengano erosi con la progressione della spending review programmata per gli anni a venire e le risorse liberate dalla reinternalizzazione sarebbero sicuramente più alte di quelle ottenute dai tagli lineari.
A questo proposito riflettiamo sulla rivalutazione ISTAT prevista annualmente per gli appaltatori che nel caso di appalto di servizi rappresenta solo un aumento degli utili.
La reinternalizzazione dei servizi con gli addetti operanti terrebbe insieme molti interessi quali il risparmio di pubbliche risorse, il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, la riaggregazione dei cicli produttivi e, non ultima, la fine della violazione delle norme in merito alla genuinità degli appalti.
Nella conclusioni la Segretaria Generale ha richiamato tutti ad una pratica più confederale perché è la natura stessa degli appalti ad essere confederale.
E’ evidente che la confederalità tra strutture è auspicabile e utile a livello nazionale ma a livello di sito produttivo questa non può che essere agita dai rappresentanti dei lavoratori che operano nel sito stesso è ciò può produrre la contrattazione d’anticipo, la riaggregazione “politica” della filiera e la possibilità per i lavoratori in appalto di essere rappresentati al tavolo laddove si determinano davvero le loro condizioni. Se si pensa che questa pratica debba essere prodotta dalle strutture sindacali si corre il rischio di cadere in un tragico errore e non produrre i risultati necessari. Le strutture invece hanno il compito di formare adeguatamente i delegati e di metterli in connessione tra loro dando gambe ad una pratica che, aumentando il protagonismo dei rappresentanti sindacali, rafforzerà il ruolo della CGIL.
Per concludere, siamo nella fase di una nuova legislazione per gli appalti, di una loro riforma anche se io penso che la miglior riforma degli appalti sarebbe la loro cancellazione ed il reinserimento nei cicli produttivi di tutte quelle lavoratrici e di tutti quei lavoratori espulsi in nome del profitto.
Solo allora potremmo dire, a ragione, che non esistono più lavoratori di serie A e di serie B.

Andrebbero individuati alcuni obiettivi qualificanti della lotta di resistenza di fase. Sono obiettivi intermedi per uscire da questa congiuntura della crisi con un sostanziale mantenimento dei rapporti di forza fra lavoro e capitale nel nostro paese, al fine di preparare i presupposti di un’offensiva generalizzata per la fase successiva.
Rilanciando per prima cosa l’idea del piano del lavoro, con la mobilitazione per investimenti e piani di settore nazionali e territoriali. Ovviamente il piano del lavoro nelle sue premesse e conseguenze è incompatibile con il quadro politico-istituzionale europeo incentrato sul Patto di Stabilità e sul Fiscal Compact.
Riprendendo la difesa del salario diretto, e dunque dei contratti e dei diritti, sapendo che oggi è proprio nel rinnovo di questi che si subisce il più pesante attacco da parte padronale. Pensiamo solo al rinnovo di alcuni contratti, ad alcune azioni di destrutturazione dei diritti che vanno nel senso opposto di quel carattere inclusivo declamato in sede congressuale dei CCNL e dei CIA rispetto all’estesa area di lavoro grigio e precario. Pensiamo alla tentazione tutta politica di aprire a dei contratti dumping pur di sottostare alla volontà di firmare e chiudere contratti in rinnovo da troppo tempo. Contrastando la scelta di Confindustria di svuotare il contratto nazionale, al fine di frantumare il panorama salariale e avviare una nuova stagione di super moderatismo salariale.
Passando per la difesa del salario differito e indiretto, dunque del welfare, del sistema previdenziale (ormai sempre più iniquo, sostenuto dai soliti a privilegio dei pochi), in difesa del SSN e della scuola pubblica.
Arrivando ad una grande battaglia contro la precarietà, che passa dal contrasto delle tipologie contrattuali atipiche applicate, attraverso l’organizzazione dei precari (sistema di Leghe?), tramite l’unificazione di questo settore attraverso una rivendicazione unificante quale il reddito universale di cittadinanza.
E rispetto al lavoro che c’è ancora, sottoposto a continui attacchi, vanno potenziati i mezzi di difesa, quali gli ammortizzatori sociali, l’attivazione comunque di criteri di redistribuzione del lavoro (con i contratti di solidarietà), lavorando in prospettiva per un rilancio di una lotta generale per la riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali.
Così pure non si può rimanere indifferenti sulla battaglia sugli appalti, evitando che la lotta alla corruzione venga strumentalizzata per favorire meno controlli, meno regole, maggior libertà di corrompere chi si vuole, ma soprattutto restringendo le tutele sul lavoro che andrebbero piuttosto estese. Altra immediata mobilitazione, è quella in difesa del lavoro pubblico contro i tentativi subdoli di ridurre e generalizzare l’agibilità sindacale. In tal senso va rivendicata, anche in cambio di una moderazione dei distacchi, una maggiore agibilità sui posti di lavoro dei delegati, per favorirne una maggiore presenza, autorganizzazione, autodeterminazione.
La difesa del lavoro pubblico non può prescindere oggi da una difesa dei beni comuni e pubblici, contro le nuove ondate di privatizzazioni che si stanno preparando nel mettere a segno, sia rispetto alle partecipate che ai grandi colossi nazionali (Eni, Enel, Ferrovie, Poste, Finmeccanica...), rischiando di liquidare per far urgentemente cassa un patrimonio strategico e di garanzia per il paese.

(seconda e ultima parte. La prima parte di quest'articolo è stato pubblicato su "Reds" di settembre)

I Dik Dik sognavano la California perché in Italia la sinistra c’era già. Ma gli anni sessanta sono lontani, gli eredi di quello che fu il più forte partito comunista dell’Occidente vogliono votare a stragrande maggioranza (85 a 15) per un ulteriore abbassamento dei diritti e delle tutele dei lavoratori. Per farli tornare, più o meno, all’epoca in cui un’intera generazione si ribellò al modello sociale, culturale e politico del paese. Quando, appunto, nei juke-box e nei mangiadischi si sognava la California. Più di recente – sono passati (solo) vent’anni – l’attore e regista Nanni Moretti dava voce all’intera sinistra italiana, immaginando di essere davanti al televisore durante un talk-show con il segretario del partito erede diretto del Pci. “D’Alema, ti prego, dì qualcosa di sinistra”. Moretti è stato accontentato solo ora, quando di acqua sotto i ponti ne è passata così tanta che il segretario dell’erede dell’erede del Pci ha detto papale papale che “il lavoro deve essere liberato da diritti e tutele”. Considerati alla stregua di lacci e lacciuoli che imprigionano gli animal spirits del capitalismo, e non permettono all’Italia di essere una nazione moderna e molto molto smart. A ben vedere Matteo Renzi un miracolo l’ha fatto: far dire a Massimo D’Alema qualcosa di sinistra. Noi stiamo qui, nel mezzo di una crisi del capitalismo come mai è stata vista nel passato, e alle prese con presunte ricette che pensano di superarla riportando il mondo del lavoro agli anni cinquanta. La definitiva cancellazione dell’articolo 18, il cosiddetto jobs act chiudono il cerchio di un’operazione avviata dal governo “tecnico” di Mario Monti e in particolare dall’allora ministro del lavoro, Elsa Fornero. Perfino nel Pd, che pure ha votato senza battere ciglio cose come il pareggio di bilancio in Costituzione e il fiscal compact si è alzata una piccola fronda critica. Sui media la chiamano “sinistra Pd”, la maggioranza del partito la definisce sprezzantemente “vecchia guardia”, ne fanno parte giovani e (soprattutto) meno giovani dirigenti che si stanno rendendo conto che il tiro andrebbe corretto. Di un paio di gradi. Non di più, sia chiaro.