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Nella campagna elettorale per le europee, i movimenti per la casa sono stati gli unici a contestare in piazza Matteo Renzi e il Pd. Questo l’effetto diretto del “Piano casa” approvato dal parlamento nell’imminenza del voto, e passato quindi sotto un relativo silenzio. Eppure perfino l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha denunciato il provvedimento, ricordando un dato di fatto: “Sono migliaia i rifugiati costretti a vivere in palazzi abbandonati e occupati nelle principali città italiane quali Roma, Milano, Torino, a causa dell’inadeguatezza dell’accoglienza e dell’insufficienza dei progetti di integrazione”. A loro vanno aggiunte altre migliaia di famiglie, piegate dalla crisi economica e da affitti sempre più alti in una realtà come quella italiana, dove l’edilizia residenziale pubblica sconta una ventennale mancanza di abitazioni. A tal punto che sono ben 700mila le famiglie, aventi diritto, che sono in attesa di un alloggio popolare che non esiste.
In questo contesto, sempre più drammatico, il “Piano casa” sparge sale sulle piaghe. In particolare l’articolo 5 del decreto sancisce: “Chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo, non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo, e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”. In altre parole si vieta a chi occupa un edificio l’accesso alla registrazione della residenza, e per giunta si impone il taglio di luce, acqua e gas a tutte le occupazioni abitative nel paese.
La mancata possibilità di accedere alla residenza anagrafica comporta, come immediata conseguenza, il rischio di non poter più accedere all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’istruzione per migliaia di bambini figli di coppie immigrate. In assenza di residenza non è infatti possibile per i genitori avere una carta identità, e senza di questa è difficile avere accesso al lavoro e ai servizi essenziali. Non per caso, questo è uno dei punti principali della campagna nazionale “Miseria Ladra” lanciata da Libera, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti, in quanto la residenza è uno degli strumenti per uscire dalla povertà, come chiave di accesso alla cittadinanza e a tutti i servizi sociali.
All’allarme lanciato dall’Alto commissariato Onu (“La legge, se così applicata, creerebbe un ulteriore ostacolo al processo di integrazione dei rifugiati in Italia, costringendoli in una spirale di isolamento e marginalità”), fa eco le dura presa di posizione dell’Unione inquilini: “Si tratta di una previsione incostituzionale, che impugneremo. Il diritto alla residenza è sancito anche da sentenze della corte di Strasburgo, ed è la condizione per godere di diritti costituzionalmente garantiti come l’assistenza sanitaria e l’obbligo scolastico”. Di qui le proteste, che stanno andando avanti nelle principali città della penisola anche dopo la chiusura delle urne, per contrastare l’applicazione del decreto.

 

“Disobbedire è un dovere”“

Disobbedire all’articolo 5 del ‘Piano Casa’ è un dovere di ogni sindaco e consiglio comunale, in quanto la norma è in palese contrasto con quanto scritto e previsto nella Costituzione”. Ha il pregio della chiarezza l’appello lanciato dalla “Rete delle Città in Comune”, che ha lanciato una campagna a tutti gli amministratori locali perché si rifiutino di applicare un provvedimento dalle devastanti conseguenze sociali.
Dall’approvazione del “Piano Casa” non è passato giorno che non ci siano state mobilitazioni, specialmente nelle città dove l’emergenza abitativa è più alta.
Ad esempio a Palermo gli attivisti del comitato di senza tetto “PrendoCasa” hanno occupato gli uffici dell’anagrafe. Mentre a Roma, dove nei giorni scorsi è stato addirittura arrestato uno dei leader dei movimenti per l’abitare, Paolo Di Vetta, il clima è incandescente.
Più che comprensibile dunque la campagna avviata a tambur battente dalle liste di cittadinanza anti-austerity di Bari, Messina, Pisa, Roma, Ancona, L’Aquila, Brescia, Brindisi, Imperia e Firenze, oltre che Feltre e Ciampino.
Pronte a evidenziare come l’esclusione dai servizi sociali di disoccupati, precari, studenti e immigrati che per avere una casa occupano uno stabile abbandonato, voglia dire negare la cittadinanza a causa delle condizioni economiche e di vita.
“Un comportamento illegittimo – segnala la Rete delle Città in Comune - adottato in violazione dei basilari principi della convivenza civile e della carta costituzionale”. Con l’ulteriore conseguenza di precludere la possibilità di accedere alla graduatoria per le case popolari.
Sul Piano Casa per giunta si addensano altre nubi, visto che l’articolo 3 viola tra l’altro la competenza esclusiva delle Regioni nell’edilizia sociale, cosa che le porterà a impugnare il provvedimento. Di più: il governo ancora non ha licenziato il decreto attuativo, senza il quale il (risibile) fondo per la morosità incolpevole resta solo sulla carta. Ma è l’articolo 5 la pietra dello scandalo. A tal punto che perfino a Firenze, città di Matteo Renzi, si è preferito riallacciare prontamente l’elettricità a una storica occupazione. Con un nuovo contratto firmato dagli occupanti.

Soltanto il 15 per cento delle forze di lavoro con meno di 35 anni è iscritto a una forma pensionistica complementare. Il tasso di partecipazione sale al 23 per cento per i lavoratori di età compresa tra 35 e 44 anni e al 30 per cento per quelli tra 45 e 64 anni. Nel complesso, l’età media degli aderenti è di 45,2 anni, rispetto ai 42,1 delle forze di lavoro.
Secondo il genere, il tasso di partecipazione è del 25,9 per cento per gli uomini e del 22,1 per le donne. Gli iscritti di sesso maschile rappresentano il 62 per cento del totale degli aderenti.
Questi dati rendono evidente come, nonostante le convenienze sopra descritte, le iscrizioni ai Fondi Pensione Negoziali non solo sono ancora una minoranza rispetto a tutti gli iscritti alle varie forme pensionistiche, ma continuano a registrare un decremento mentre i PIP, che sono di gran lunga meno convenienti, continuano a registrare un incremento. (Tabella 1)
Tutto ciò significa che i lavoratori sono sempre meno informati correttamente sulle loro migliori opportunità e, contemporaneamente, sono sempre più in balia dei piazzisti di prodotti di investimento privati capaci di convincere che le proposte previdenziali di aziende con scopo di lucro sono più convenienti (da alcune indagini di mercato effettuate da alcuni fondi si rileva che il 50% dei lavoratori riceve le informazioni sui fondi da promotori e agenti assicurativi).
In questo contesto, complesso e frammentato, da tempo ormai, si registra lo scontro tra coloro che sono a favore della previdenza complementare e quelli che, invece, sono ad essa contrari. Se aggiungiamo che i lavoratori si sentono, a torto o a ragione, “analfabeti finanziari” allora si può comprendere lo stato confusionale in cui essi devono districarsi. Tutto ciò crea diffidenza e paura dinnanzi agli strumenti previdenziali complementari, con il rischio di non decidere nulla sulla pensione integrativa, o quanto meno di far pericolosamente rinviare la decisione.
I rendimenti medi rilevati (fonte Covip) sono riportati nella Tabella 2.
Dovendo calcolare la percentuale di rendimento progressivo dei Fondi Pensioni Negoziali e del TFR, è necessario tener presente che:
• nella Previdenza Complementare gli investimenti sono immediati;
• nel TFR, il rendimento di un dato anno si applica al montante dell’anno precedente, ciò significa che i contributi non danno rendimenti nell’anno di produzione.
F.R.

di Antonio Famiglietti
Introduzione di: Ivano Corraini
Prefazione di: Giuseppe Casadio
Pubblicato nel giugno 2006
Pagine: 136 - ISBN: 88-230-1099-3

Questo volume segna l’avvio di un importante e complesso sforzo di ricerca volto a ricostruire la storia del sindacato dei servizi del nostro paese e a colmare, così, una grave lacuna della storiografia sindacale italiana. La Filcams Cgil, in quanto tale, ha una storia relativamente breve. Nasce con il congresso del 18-21 marzo 1960 dalla fusione della Filam (Federazione italiana lavoratori alberghi e mense) con la Filcea (Federazione italiana lavoratori commercio e affini). Acquisisce la sua fisionomia attuale con il congresso del 23-27 aprile 1974 con la confluenza della Filai (Federazione italiana lavoratori ausiliari industria) che raggruppava le guardie giurate, le imprese di pulizia, i portieri e le collaboratrici familiari: i servizi. Alle spalle dell’organizzazione attuale vi sono dunque strutture preesistenti e un mondo del lavoro composito che, nel corso di un secolo, si è venuto incessantemente trasformando, ridisegnado via via, in ragione di questo processo, le forme della sua rappresentanza sociale.
Il lavoro di ricerca, che si è deciso di raccogliere in due volumi, ha fatto emergere un materiale ricco, anche se frastagliato per periodi storici e diseguale tra le due federazioni originarie: la Filam e la Filcea, mentre maggiori difficoltà si sono palesate per la Filai. In questo primo volume si ricostruiscono le origini di Filcea e Filam dagli ultimi anni dell’Ottocento fino alla soppressione del sindacalismo libero operata nel consolidarsi del regime fascista.
Il volume successivo arriverà fino al 1974 ricostruendo anche la storia della Filai.

Per trattare della Previdenza Complementare non possiamo non cominciare dal richiamo di alcuni concetti fondamentali che sono alla base dell’argomento.
La Previdenza Complementare è uno degli strumenti che i lavoratori hanno per integrare la pensione pubblica obbligatoria futura che, per effetto delle riforme iniziate nei primi anni ‘90 e ancor di più per la riforma Monti-Fornero, sarà più bassa di quella attuale.
La sua istituzione si deve, ancor prima della riforma “Dini-Treu” con la L.335/95, al D.Lgs. 124/93 che trasformò il sistema previdenziale del welfare Italiano in un sistema basato su tre pilastri: il pilastro pubblico, il pilastro della previdenza complementare ed il pilastro della previdenza privata.
Gli strumenti disponibili per il lavoratore, per poter sopperire alla progressiva riduzioni delle pensioni, sono:
• il Fai da Te;
• i Piani Individuali Pensionistici (PIP);
• i Fondi Pensioni Aperti (FPA);
• i Fondi Pensioni Negoziali (FPN), detti anche Chiusi.
Il “Fai da Te” è la strada più difficile non solo perché richiede una forte capacità di risparmio personale, ma anche perché richiede fortissime competenza dei mercati finanziari, immobiliari, dei metalli preziosi in cui investire oggi per il proprio futuro. Inoltre, tale opportunità non gode di agevolazioni fiscali, né di specifiche garanzie per il risparmio individuale. Infine, il “fai da te” è caratterizzato dalla impossibilità ad attuare una effettiva diversificazione degli investimenti a causa del basso capitale a disposizione, tale caratteristica è, invece, fondamentale per il conseguimento di rendimenti certi nel medio-lungo periodo.
I PIP sono forme pensionistiche individuali attuate mediante contratti di assicurazione sulla vita. L’adesione avviene solo su base rigorosamente individuale. Con i PIP i lavoratori consegnano le proprie somme di denaro a istituti finanziari e assicurativi senza avere contezza di come, quest’ultimi, utilizzano i propri risparmi.
I FPA sono forme pensionistiche accessibili a qualsiasi categoria di lavoratori autonomi, privati e pubblici. Sono caratterizzati da differenze di trattamento di garanzie tra banche e assicurazioni in caso di fallimenti. Essi prevedono un esborso immediato di una parte consistente dello stipendio (di fatto riduce fortemente la situazione finanziaria dei singoli lavoratori) e sono caratterizzati da alti costi di gestione che riducono i dividendi da distribuire. Il rapporto lavoratore/fondo e un rapporto di “cliente” tra gestore e lavoratore.
I FPN sono forme pensionistiche costituite d’intesa tra lavoratori, tramite le OO.SS., e i datori di lavoro. Tra le loro principali caratteristiche vi sono le garanzie di trasparenza e correttezza di gestione e il fatto che i lavoratori, attraverso la forme di democrazia rappresentativa, partecipano, a tutti i livelli, alla gestione dei fondi. Nei FPN, i lavoratori hanno un rapporto di “soci” e, alcuni di essi, sono investiti di responsabilità gestionale. Sono caratterizzati da bassi costi di gestione e la contribuzione diretta è molto bassa perché si utilizza il TFR maturando.
Indubbiamente, tra tutti gli strumenti elencati, il più vantaggioso per i lavoratori è quello dei Fondi Pensioni Negoziali. La differenza non sta nel modo di investire il denaro bensì:
• nel sostegno del datore di lavoro che non si avrebbe se non si sceglie di aderire ad un fondo negoziale;
• nel trattamento fiscale favorevole così come definito dal D.Lgs. 252/2006;
• dai costi di gestione notevolmente inferiori a quelli delle altre forme pensionistiche;
• alla mancanza dello scopo di lucro per il fondo negoziale il quale reinveste tutto il suo patrimonio a favore degli aderenti.
Inoltre, la partecipazione dei lavoratori alla vita gestionale del fondo fa sì che ogni atto, ogni decisione ed ogni investimento sia completamente trasparente.
Questi fondi sono anche definiti “chiusi” perché, essendo frutto di accordi tra datori di lavoro e lavoratori, ad essi possono aderire sono i lavoratori dello stesso settore lavoristico.
L’instabile e precaria realtà lavorativa che investe ormai giovani e non solo, le storie lavorative sempre più complesse e tardive, ci consegnano elementi importanti di riflessione in campo previdenziale. La non certezza del lavoro, dello stipendio e di mezzi finanziari, l’impossibilità a costruire il proprio progetto di vita, la non consapevolezza sulle conseguenze future, sono motivi che non permettono di effettuare quelle scelte che, invece, oggi, le situazioni richiederebbero.
I dati Covip, al 2013, sulle iscrizioni ai Fondi Pensione sono riportati nella tabella a fianco.

[Questo articolo, con il titolo “La nascita della FILCAMS- CGIL”, è stato pubblicato anonimo sul numero unico “Filcams Lavoro società” del febbraio 2011]

Le prime esperienze sindacali italiane nel corso dell’Ottocento sono per lo più lotte auto-organizzate di difesa portate avanti da piccoli gruppi di lavoratori. Nascono in quest’ottica le Leghe, le Società operaie e le Società di Mutuo Soccorso (SMS).
Anche nel terziario le prime forme organizzative risalgono ai primi tempi dell’unità d’Italia. SMS dei commessi e dei viaggiatori di commercio vengono fondate a Venezia e Bologna e più tardi a Bergamo. Associazioni di camerieri, cuochi, ecc. vengono fondate in varie città d’Italia. Svolgono attività previdenziali, di sostegno alla vecchiaia e alla disoccupazione, organizzano scuole e uffici di collocamento.
I lavoratori del commercio alla fine del secolo (l’Ottocento) cercano di darsi una dimensione nazionale attraverso la fondazione prima di una Lega nazionale poi di una Federazione (1899). L’attività sindacale ancora debole si dà come obbiettivi gli aumenti salariali, la conquista del riposo settimanale, nome di tutela in caso di licenziamento.
Ma in questi anni la gran parte dei dirigenti dei settori del terziario rifiuta le pratiche della lotta di classe messe in campo dagli operai, preferendo agli scioperi “la persuasione”. Anzi, gli stessi datori di lavoro possono essere soci delle organizzazioni dei lavoratori. E’ un brodo culturale, quello in cui emergono queste organizzazioni, che risente dell’arretratezza dell’Italia, e che è assai lontano dalle influenze marxiane e più vicino a Mazzini e a teorie liberiste che vedono gli accordi collettivi come una limitazione della libertà personale. Ma vi sono anche problemi strutturali (rimasti inalterati fino ad oggi) ben presenti nelle riflessioni sindacali: la facile sostituzione dei commessi sgraditi al padrone, le relazioni personali che si instaurano sul posto di lavoro con i piccoli proprietari, la debolezza di lavoratori sparsi nelle città ma non aggregati in grandi luoghi di lavoro, la stagionalità dei lavoratori degli alberghi, la difficoltà a sindacalizzare i settori del terziario.
(fine prima parte)