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Sia il lavoratore autonomo che il lavoratore dipendente hanno l’obbligo di essere assicurati. Tale obbligo comporta il pagamento di contribuzione non ai fini del sistema pensionistico, ma anche per i vari istituti di tutela che si possono usufruire. Su tale argomento c’è la prima differenza grossa tra lavoro autonomo e lavoro dipendente perché per il lavoro autonomo fino all’anno 2011 era prevista una aliquota del 20% che subirà degli aumenti fino ad arrivare al 24% nel 2018, per il lavoro dipendente, invece, l’aliquota di contribuzione è del 33% di cui circa il 9,2 a carico del lavoratore e il resto a carico del datore di lavoro. Ad onor del vero non si può non dire che per il lavoro dipendente si aggiungono una serie di contribuzioni corrispondenti ai vari istituti di tutela di cui si può godere, tanto che in alcuni settori si può arrivare a pagare una aliquota complessiva superiore al 45%.
Nel sistema di calcolo retributivo gli autonomi erano notevolmente avvantaggiati perché a fronte di un’aliquota di finanziamento più bassa, rispetto a quella dei dipendenti, avevano le stesse prestazioni a parità di reddito/retribuzione. Nel sistema di calcolo contributivo la differenza consiste nella diversa aliquota di computo per la formazione del montante contributivo (24%, a regime nel 2018, contro il 33%), per cui, nel futuro (ricordando che già dal 1.1.2012 il contributivo si applica a tutti), gli autonomi, a parità di reddito/retribuzioni, avranno una pensione più bassa di oltre il 27% rispetto a quella dei lavoratori dipendenti.
Dal punto di vista previdenziale il lavoratore autonomo:
1. non è tutelato per gli eventi di malattia;
2. non è tutelato per l’evento disoccupazione (non ha diritto alla CIG, nè alla mobilità, nè all’Aspi, nè alla MiniAspi);
3. non ha diritto all’assegno per il nucleo familiare (ANF);
4. ha diritto agli assegni familiari (AF) solo se pensionato o se è un Coltivatore Diretto/Mezzadro (CD/CM) le cui regole e importi sono diversi, ed in genere meno favorevoli, degli ANF;
5. è tutelato per gli infortuni sul lavoro;
6. è tutelato per l’evento maternità;
7. è tutelato ai fini pensionistici di vecchiaia, anticipata, invalidità/inabilità, reversibilità/indiretta.
In materia pensionistica, con la riforma Monti-Fornero, i requisiti per il diritto a pensione sono gli stessi, ad eccezione fatta per l’innalzamento progressivo dei requisiti di vecchiaia per le donne che farà si che 2018 non ci sia più differenza di genere.
Mentre ci sono differenze per ciò che riguarda la determinazione della misura della prestazione pensionistica. Oltre alla differenza del calcolo contributivo, di cui si è già parlato in precedenza, anche nel calcolo retributivo vi sono delle differenze, non nel rendimento, che come già detto non vi è differenza, bensì nel periodo di riferimento alla base del calcolo della Retribuzione Media Pensionabile su cui si applica il rendimento pensionistico. In generale possiamo asserire che la differenza consta un un maggiore periodo temporale con cui costruire la retribuzione media pensionabile.
Per la prima quota di pensione, relativa all’anzianità maturata al 1992 (cosiddetta ‘quota A’), la retribuzione media è calcolata con il reddito/retribuzione, rivalutato, delle ultime 520 settimane (10 anni). Per i lavoratori dipendenti, invece, la retribuzione media è calcolata con le retribuzioni, rivalutate, delle ultime 260 settimane (5 anni). In verità questa regola vale esclusivamente per i lavoratori dipendenti iscritti alla cassa FPLD (Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti), più comunemente identificati come dipendenti privati. Per i lavoratori dipendenti iscritti ad altri fondi esclusivi ci limitiamo a dire, per questioni di brevità, che le regole sono diverse (basti pensare che nel pubblico impiego, generalmente, è solo la retribuzione al momento del pensionamento).
Per la seconda quota di pensione, relativa all’anzianità successiva al 1992 (cosiddetta ‘quota B’), bisogna distinguere i lavoratori in base alla loro anzianità al 1992 e/o al 1995, ed esattamente:
a) lavoratori con una anzianità di almeno 15 anni al 1992;
b) lavoratori con una anzianità inferiore al 1992 e inferiore a 18 anni al 1995.
Per i lavoratori autonomi di tipo a) la Retribuzione Media Pensionabile è calcolata con il reddito/retribuzione, rivalutato, delle ultime 780 settimane (15 anni), mentre per i lavoratori dipendenti è calcolata con le retribuzioni, rivalutate, delle ultime 520 settimane (10 anni).
Per i lavoratori autonomi di tipo b) la Retribuzione Media Pensionabile è calcolata con tutti i redditi/retribuzioni rivalutate a partire da 520 settimane prima del 1993 (se tutti i periodi fossero coperti, dal 1983 alla cessazione), mentre per i lavoratori dipendenti, sempre privati, è calcolata con tutte le retribuzioni rivalutate a partire da 260 settimane prima del 1993 (se tutti i periodi fossero coperti, dal 1988 alla cessazione).

(La prima parte del servizio di Fulvio Rubino a proposito di tutele previdenziali per i lavoratori autonomi e dipendenti è stata pubblicata sul numero 12/2013 di ‘Reds’)

Intervista ad Andrea Montagni, presidente del comitato direttivo Filcams e coordinatore di LS in categoria

Impossibile non parlare di Filcams con Montagni. Come si presenta la categoria al congresso di maggio?
Rispetto all’anno precedente, quando il tesseramento si è chiuso con oltre 430mila iscritti, siamo aumentati ancora, anche se ad oggi mancano i dati definitivi. Nel corso degli anni, la Filcams è diventata la più numerosa delle categorie dei lavoratori attivi della Cgil, superando Fiom e Funzione pubblica. La crescita organizzativa della Filcams dimostra che la Cgil lavora. Ma è anche il risultato della stessa crisi. Tantissimi lavoratori entrano in contatto con il sindacato perché vedono messo a repentaglio, o peggio ancora perdono, il posto di lavoro. La Filcams non è soltanto un sindacato di lavori attivi, ma anche di disoccupati. Come tutte le altre categorie deve contrastare un attacco frontale sul terreno dei diritti. La stampa lo rimuove, ma anche nel settore del commercio c’è stato un contratto separato. La sentenza della Corte costituzionale, che ha riconosciuto fra l’altro i diritti della Fiom nel gruppo Fiat, nasceva anche dai ricorsi della Filcams-Cgil contro la sua esclusione da alcune aziende del commercio. La Filcams è un sindacato in prima linea. Il congresso unitario per la categoria è una grande occasione.

In questi ultimi anni la Filcams è diventata una delle categorie più rappresentative della Cgil, non solo per numero di iscritti.
La Filcams può essere considerata cartina di tornasole per capire quello che serve alla Cgil. Ricordo una canzone di quando ero ragazzo, che racconta la storia di due sorelle, ‘utopia’ e ‘verità assoluta’. Utopia vede il futuro nel presente e vive in grande libertà, cambia fidanzato tutte le sere. Verità assoluta vede le cose come stanno realmente, e alla fine si fa incastrare in un matrimonio di comodo, senza amore e senza rispetto. La Filcams è impegnata da anni in una campagna sulle domeniche e sulle festività, che dal punto di vista pratico è una battaglia persa. Dopo la lenzuolata di liberalizzazioni di Bersani e la sconfitta dei ricorsi delle Regioni contro la legiferazione nazionale, a rimanere aperti sono tantissimi negozi della grande distribuzione, con conseguenze devastanti per i piccoli punti vendita e per gli addetti del settore. Ma questa battaglia che la Filcams rinnova tutti gli anni e che vede scioperi ora in quel territorio ora in quell’altro, è il segnale che la partita non è chiusa. E che bisogna – questo è lo sforzo che deve fare il sindacato – non teorizzare il presente, ma sapere quale è, affrontarlo, avendo una prospettiva, una meta da raggiungere. Cioè, per tornare alla metafora, verità e utopia non sono due sorelle ma due facce della stessa medaglia. E’ l’utopia che permette di cogliere la verità nelle cose e di trovare le soluzioni. Quindi la Filcams – che è un sindacato realista, con i piedi per terra che pratica il compromesso, che reagisce in modo non declamatorio alla sua espulsione dai tavoli contrattuali – è un esempio di buona pratica sindacale.

Se Atene piange, Sparta non ride. Per chi lavora nel settore del commercio e dei servizi la crisi ha avuto effetti pesantissimi. Licenziamenti, cassa integrazione, riduzione di salario, aumento della flessibilità. Non deve essere facile fare sindacato in una realtà del genere.
Sì, è difficile. Perché l’attività principale è diventata la riduzione del danno, cercando di arginare l’arretramento delle condizioni di lavoro e salariali, mettendo al primo posto l’occupazione senza rinunciare ai diritti. E questo è vero nel turismo, nel commercio, nei multi servizi, ovunque opera la Filcams. La vita di un’organizzazione è fatta di idee e di uomini e donne che quelle idee portano avanti trasformandole in pratica sociale. La Cgil sul piano formale è un’organizzazione assolutamente democratica. Il potere è nelle mani degli iscritti, che lo esercitano con il voto congressuale. La rappresentanza è basata sul proporzionale puro e sul voto di preferenza. Ma ovviamente anche in Cgil contano i meccanismi tipici di tutte le organizzazioni complesse. Si formano gruppi di potere, coalizioni di interessi, ecc.. La Cgil adotta come correttivo il pluralismo interno, che è figlio della tradizione democratica della sinistra italiana. Le nuove leve del sindacato non conoscono questa tradizione e talvolta la vivono con sofferenza, perché sono abituate alla semplificazione della politica. Questo è un virus pericoloso. Per dirla in una battuta, i ‘Renzi’ non sono un fenomeno isolato ma un prodotto della crisi della rappresentanza democratica. Nella Filcams, che è un sindacato di giovani, alle volte si avverte la mancanza di una cultura della complessità.

E’ partito il movimento delle Rsu per cambiare la legge Fornero in materia di pensioni. Ad un mese e mezzo dalla diffusione di un appello, le circa 170 Rappresentanze sindacali unitarie che lo hanno sottoscritto si sono riunite a Milano, riempiendo la Sala della Provincia. Con oltre 500 persone presenti e dopo più di 20 interventi di Rsu, è stato approvato all’unanimità un documento conclusivo che contiene la convocazione, venerdì 10 gennaio a Bologna, di un Coordinamento volontario, aperto alla libera partecipazione delle Rsu. 

Si tratta infatti di disporre di uno strumento di organizzazione e di coordinamento di una lotta che si preannuncia impegnativa e, si auspica, di massa. L’obiettivo è aprire una mobilitazione collettiva e unitaria per arrivare al superamento della legge ‘Fornero’; obiettivo che si può ottenere allargando ulteriormente la partecipazione ad altre Rsu, organizzando nel contempo incontri nel maggior numero possibile di luoghi di lavoro e costruendo unità attorno alla battaglia per riscrivere la riforma del sistema previdenziale.
Tra i primi strumenti di mobilitazione è stato deciso quello della petizione di massa sugli obiettivi che hanno dato vita all’assemblea autoconvocata: ovvero, ripristinare il requisito dei 40 anni di contributi per ottenere il diritto al pensionamento senza penalizzazioni; salvaguardare il potere d’acquisto delle pensioni; garantire una pensione dignitosa per giovani, precari e migranti.
Per questa petizione sono già stati diffusi i moduli in tutti i territori, e la riunione di Bologna serve proprio per fare il punto della situazione.
Noi non ci nascondiamo che la campagna inaugurata dal neonato movimento delle Rsu porta con sé un valore strategico per tutto il movimento sindacale: riportare in primo piano il tema della previdenza significa infatti ricostruire il patto solidale tra generazioni, con particolare attenzione ai milioni di giovani precari oggi privati del diritto al futuro.

Intervista ad Andrea Montagni, presidente del comitato direttivo Filcams e coordinatore di LS in categoria 

La Cgil ai tempi della crisi: chiediamo al direttore di Reds, presidente del direttivo Filcams e coordinatore nazionale di Lavoro Società in categoria, Andrea Montagni, di fare un bilancio alla vigilia di un congresso che dovrà anche delineare le prospettive del sindacato nelle prossime stagioni.
Dico subito che sarà un congresso unitario. Ma questo non vuol automaticamente dire che sarà facile. La crisi ha di fatto imposto l’agenda a tutti, anche se nel sindacato continuano a convivere differenti sensibilità. Differenze che, a ben guardare, sono una ricchezza. D’altronde la crisi aumenta le distanze: fra chi ha diritti e chi non li ha, chi ha lavoro e chi no, chi ha visto cancellata la propria professionalità e chi invece è riuscito a salvarla. Contraddizioni oggettive cui si aggiungono quelle soggettive: c’è chi ha un atteggiamento remissivo rispetto allo stato delle cose e chi invece è combattivo. Poi ci sono anche le divergenze politiche, quelle di sempre. Fondamentale quella fra sindacalismo classista e riformista. C’è chi pensa che il compito del sindacato sia quello di adattarsi alla realtà che si trova davanti, chi ha in testa un’idea di trasformazione sociale, chi pensa che la contraddizione capitale-lavoro sia irriducibile e chi ritiene che invece si possano conciliare. Chi, come me, vede nel lavoro il fondamento della società secondo un’idea socialista, e chi invece mette davanti i diritti di cittadinanza secondo un’idea borghese. La radicalità e la moderazione sono altra cosa ancora: si può essere classisti e moderati, radicali e per i diritti di cittadinanza.

Congresso unitario, ma restano alcune differenze di sensibilità, che quasi si toccano con mano.
Nella storia degli ultimi vent’anni della Cgil - in particolare a partire dal dodicesimo congresso – c’è sempre stato un serrato confronto fra ala moderata e ala radicale. Eppure la sinistra sindacale non è mai riuscita ad esprimere un’alternativa di direzione della Cgil. Anzi, alla fine si è sempre divisa. Anche se i compagni che hanno dato vita ad Alternativa sindacale prima e Lavoro società poi, hanno interpretato la spinta dell’area radicale a porsi come elemento dinamico di governo dell’organizzazione. In minoranza sì ma minoritari mai. In occasione del congresso la sinistra dell’organizzazione ha trovato l’unità presentando quattro emendamenti al documento congressuale di maggioranza “Il lavoro decide il futuro”, che caratterizzano la discussione interna: pensioni, beni comuni, contrattazione, reddito minimo. Lo schieramento che sostiene questi emendamenti va da Lavoro Società al segretario generale della Fiom, al segretario generale dell’Flc. La separazione tra voto sugli emendamenti ed elezione dei delegati nei congressi indica la volontà di fare una discussione di merito cercando di evitare un posizionamento di bandiera. Se si guarda al congresso della Cgil soltanto dal punto di vista delle dinamiche interne, il congresso si presenta decisamente bene.

Intanto fuori da Corso Italia va avanti il paradosso di un annunciato superamento della fase più acuta della crisi, cui fanno però da contraltare i terribili dati della disoccupazione, della inoccupazione giovanile e di un settore produttivo che resta molto in sofferenza.
Il governo Letta-Alfano sulla crisi racconta balle! Non si possono mai fare i conti senza l’oste. Il congresso si sviluppa in una fase complessa, di crisi acuta, di continuazione delle politiche liberiste, di disarticolazione completa del quadro politico, di sostanziale blocco della democrazia. La Cgil ha una modalità di discussione interna e di organizzazione basata sulla partecipazione e sulla delega, figlia della Costituzione repubblicana che riconosce la funzione dei sindacati. Il sindacato non ha meccanismi plebiscitari, è strutturato in modo “pesante”, si basa sugli iscritti e sulle rappresentanze. Si è indebolito perché nella crisi questa capacità di organizzazione è venuta meno. Perché i lavoratori sono più divisi, dispersi in una miriade di piccole aziende, difficilmente organizzabili. Tuttavia il sindacato esiste se c’è organizzazione, mentre la politica segue un’altra strada: quella dei gruppi di pressione, dei club, dei leader carismatici, delle dichiarazioni a effetto che prevalgono sulla sostanza dei contenuti. La strada aperta da Berlusconi oggi prosegue con Renzi.

Il sindacato resterà immune, come è successo fino ad ora, da queste derive plebiscitarie che attraversano il mondo della politica?
Anche in Cgil questa tendenza è presente. E paradossalmente trova più spazio all’interno dell’ala di sinistra che di quella moderata. Ci sono le aperture di credito di Landini su Renzi come rinnovatore, anche se vanno lette con attenzione perché nel merito sindacale Landini continua a ripetere le posizioni di tutta la Cgil (poche tipologie contrattuali, riconducibili ad effettive esigenze di organizzazione del lavoro, tempo indeterminato come rapporto di lavoro fondamentale). Sono aperture di credito figlie dell’idea che il contenuto sia secondario alla forma. Dal mio punto di vista è il tentativo di mascherare una debolezza: sono debole sul piano della contrattazione e allora cerco di nascondere questo mio limite sul piano dell’immagine. La Cgil, se vuole, ha gli antidoti democratici per contrastare questa deriva.

“Renzi nemico di tutti i lavoratori”. La fotografia dei (non) rapporti fra il sindaco di Firenze e il mondo del lavoro organizzato è riassunta dal grande striscione che, nei giorni del riuscito sciopero dell’Ataf, fu affisso sui muri della sede dell’azienda di trasporto pubblico, privatizzata dal Comune. Dalla Camera del Lavoro a categorie come la Funzione pubblica e la Filcams-Cgil, oltre alle rappresentanze unitarie dei lavoratori, i cinque anni da sindaco del neo segretario Pd sono stati vissuti in una permanente rotta di collisione.
Uno scontro provocato da decisioni politiche, e prese di posizione di Renzi, apertamente in contrasto con alcune delle regole più elementari, su diritti e contrattazione. Del resto la dichiarazione del sindaco all’epoca dello scontro tra la Fiat e la Fiom sull’agibilità sindacale, quello “Io sto con Marchionne” che provocò la reazione dell’intera confederazione, è un’eloquente cartina di tornasole per capire quanto Renzi, nei fatti, sia allergico ai diritti.
Dopo il suo arrivo a Palazzo Vecchio nel 2009, la Rsu del Comune ha organizzato più scioperi e manifestazioni– con migliaia di lavoratori coinvolti - di quanto fosse successo nei vent’anni precedenti. Complici alcuni rilievi della Corte dei Conti, la ‘rivisitazione’ della contrattazione integrativa, nonostante accordi sottoscritti da tutte le parti, ha dato al sindaco il destro per tagliare una parte dello stipendio dei dipendenti, provocandone la naturale reazione. Mentre il caso Ataf, con decine di scioperi sia prima che dopo il blitz privatistico di Renzi, è ancora lontano da una soluzione positiva. Con la Rsu e i lavoratori, compatti, che a dicembre non hanno avuto timore, nonostante le immediate denunce per il mancato rispetto delle cosiddette “fasce di garanzia”, a bloccare per tre giorni il trasporto cittadino.
Alle altre vertenze nel settore pubblico (ad esempio il Maggio Musicale), si è accompagnata una fatalistica rassegnazione del sindaco di fronte alle crisi dell’industria privata. Ben riassunta dal caso Seves, storica fabbrica di mattoni in vetrocemento, i cui operai vedono lo stabilimento chiuso da più di un anno, senza prospettive di ripresa della produzione. Infine, sul fronte delle politiche per la mobilità e del commercio, il quinquennale stop renziano all’innovativo sistema tramviario è stato sempre, motivatamente, denunciato dalla Camera del Lavoro e dal suo segretario generale Mauro Fuso. Mentre il dichiarato placet di Renzi alle aperture non-stop dei negozi, ennesimo frutto avvelenato del governo “tecnico” di Mario Monti, lo ha portato in contrasto non solo con i lavoratori e la Filcams, ma con la stessa Regione Toscana.