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Maria Anna nacque nel 1885 (forse a Firenze, il 5 gennaio) o, seguendo quanto afferma la prefettura, il 5 dicembre a Cracovia, città d’origine dei genitori, all’epoca parte dell’impero austroungarico. In quegli anni il padre, scultore polacco naturalizzato italiano, aveva fissato la sua residenza familiare a Roma.
La complessa personalità della Rygier ci interessa perché per quasi un lustro è una delle donne più attive e influenti nell’organizzazione sindacale dei Commessi di commercio. Nel 1904 si trasferisce da Roma a Milano dove trova occupazione come Commessa di studio, divenendo in breve tempo segretaria responsabile della sezione femminile dell’Unione degli impiegati e commessi di aziende private. Nello stesso anno è impegnata nella redazione del giornale sindacale della categoria ,“L’Unione”, al quale collabora assiduamente scrivendo su disparati argomenti. Nel numero di agosto (1904) del periodico troviamo il primo articolo pubblicato, che verte sul tema dei diritti della donna lavoratrice in relazione anche alla battaglia per il “riposo festivo”. In questo periodo, oltre che come redattrice de “l’Unione”, collabora a giornali nazionali (“l’Avanti!”, “la Lotta di classe”, “Rompete le file”) e a testate socialiste e del movimento operaio polacco con cui è in contatto. E’ il periodo della sua adesione al socialismo rivoluzionario e delle posizioni politiche radicali. E’ impegnata nelle lotte per il diritto di voto e l’emancipazione femminile e fa parte del Comitato permanente per il riposo festivo. Nel 1904 subisce un primo processo e una condanna (3 mesi e 22 giorni di reclusione) per un suo articolo sullo sciopero generale. E’ il primo di tanti processi che i suoi articoli e il suo impegno politico le procureranno. Nel corso del 1905, secondo il fascicolo del Cpc (casellario politico centrale), rappresenta, a gennaio, la Camera del lavoro di Milano al Congresso delle Camere del lavoro tenuto a Genova e, a giugno, rappresenta L’Unione degli impiegati di Commercio milanese al Congresso di Firenze. Viene dopo il Congresso nominata segretaria del Comitato esecutivo della riunificata Federazione delle società degli impiegati e commessi d’Italia. Nel 1905-1906 viene nominata nella Commissione di Controllo della Camera del lavoro di Milano. Nel 1906 la troviamo animatrice di un Comitato di agitazione “Pro Ferrer e Nachens” e, come riferisce la polizia, “è immancabile alle riunioni pubbliche promosse dai partiti sovversivi”; partecipa come relatrice al Congresso della Federazione di categoria del 1906 a Milano. Nel 1907 la Rygier si sposa con Virginio Corradi, socialista, e ciò attira, maggiormente, su di lei l’attenzione della polizia anche per la sua attività di antimilitarista e gerente (responsabile) del giornale “Rompete le file”. Per questa sua attività subisce un procedimento penale per incitamento all’odio di classe ed è condannata a 20 mesi di reclusione. Probabilmente questa condanna ed il suo crescente impegno politico sono i motivi per cui si interrompe tra il 1908 e il 1909 il suo rapporto con la Federazione di categoria e con la Camera del Lavoro.
Successivamente, la personalità della Rygier, anticonformista e contraddittoria, la conduce su posizioni politiche poco coerenti e talvolta antitetiche. Se inizia come socialista rivoluzionaria, la troviamo poi su posizioni anarchiche, per avvicinarsi, successivamente, alla massoneria; da posizioni antimilitariste diventa poi, nel 1914, interventista. Nel 1922 è su posizioni nazionaliste, per finire dopo la seconda guerra mondiale tra i liberali e sostenitrice della monarchia.

 Per ulteriori approfondimenti, segnaliamo la biografia di E. Santarelli in:
Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico di F. Andreucci e T. Detti, vol. 4, p. 428-430.
Vedi anche: Camerieri, commessi, impiegati... Sovversivi di
L. Martini, p. 111-116, e il periodico “L’Unione”, 1904-1908.

Le risposte di Cuperlo, Civati e Pittella alle domandi di “Reds”

Abbiamo messo a confronto le posizioni dei quattro candidati alla segreteria del Pd a proposito dei temi sindacali: ecco i risultati

Quattro candidati per una poltrona. La corsa al vertice del Partito Democratico è parecchio accidentata, e non soltanto per far fronte alla girandola di notizie sui presunti brogli in materia di tesseramento. Il punto è politico e una domanda vien da sé: come si confrontano i protagonisti dell’interclassismo, ormai congenito, del principale partito del centrosinistra con il tema del lavoro e con i suoi rappresentanti? E visto che si sta parlando dell’ex Pci, che rapporto ha eventualmente mantenuto (o intende mantenere) il Pd con la Cgil?

E’ sufficiente scorrere le agenzie di stampa degli ultimi sei mesi per rendersi agilmente conto che che l’agenda la sta dettando Matteo Renzi, il favorito. Il 29 ottobre ha definito la sua traccia: “Con me alla segreteria – ha spiegato – la Cgil farebbe fatica a mettere bocca sul partito”. Il Pd, ha aggiunto, “non sarà la cinghia di trasmissione della Cgil”. Messaggio chiarissimo, che va a rafforzare le numerosissime prese di posizione diffuse dal sindaco di Firenze nei mesi addietro, volte a dimostrare (con accenti polemici piuttosto forti) che la Cgil si sarebbe ridotta ad un luogo di rappresentanza di pensionati garantiti. Il 30 giugno, ad esempio, Renzi aveva affermato che “parte del sindacato in Italia difende le prerogative di pochi, piuttosto che l’interesse di tutti. Ci credo: quando c’hai il 75 per cento dei pensionati, hai difficoltà a caricarti i precari...”. E per evitare dubbi in merito al destinatario della polemica, il primo cittadino del Giglio aveva aggiunto una stilettata, nel tentativo di demolire un preoccupato studio sull’occupazione diffuso dall’Ires-Cgil in quei giorni: “Dire che l’Italia ripartirà nel 2076 è terrorismo psicologico!”.
Essendo gli altri candidati gli outsider Gianni Pittella (europarlamentare) e Pippo Civati (‘grillo parlante’ lombardo e deputato), non stupisce che le attenzioni dei media alla ricerca di gossip politico-sindacale si siano riversate sull’uomo ‘di partito’ Gianni Cuperlo (anche lui parlamentare alla Camera), considerato il più vicino alle posizioni di Corso Italia. In realtà, l’interessato non ha mai fatto parlare di sé in tal senso: si è limitato, in alcune circostanze, a fornire appoggio sostanziale a chi ha promosso rivendicazioni sul terreno sociale. “Io penso che nella riforma Fornero – ha affermato Cuperlo a fine ottobre – ci siano segni abbastanza evidenti di iniquità sociale, a partire dalla questione degli esodati, che sono diretto prodotto della riforma Fornero. E io credo che quella riforma vada cambiata perchè non contiene alcuna gradualità nell’innalzamento dell’età pensionabile. Non so se sorprendermi della dichiarazione di Matteo Renzi – ha aggiunto – visto che anche lui ritiene che la questione degli esodati vada risolta. Ma so che se lui considera la riforma Fornero una buona legge abbiamo una idea diversa di come vadano affrontati problemi urgenti che riguardano l’equità sociale”.
Più problematico (ma almeno esplicito) l’approccio di Pippo Civati che, interpellato da Reds, ha spiegato che “la Cgil ed il sindacato tutto, risentono, al pari delle altre istituzioni, di una forte crisi di rappresentatività. Parte del problema risiede nella frammentazione delle identità lavorative e delle tutele. Se da un lato il lavoro industriale tradizionalmente rappresentato è in costante erosione, dall’altro i lavoratori autonomi non trovano risposte adeguate nel sindacato tradizionale, anche se alcuni segnali positivi, a dirla tutta, arrivano dalle recenti aperture fatte dalla Cgil all’Acta, l’associazione di categoria del terziario avanzato”.
L’analisi di Civati non nasconde una preoccupazione: “In tutto il mondo, è statisticamente dimostrato, all’indebolimento dei sindacati corrisponde un aumento delle diseguaglianze. Tuttavia affinché la Cgil (unitamente agli altri sindacati italiani) possa tornare ad essere un importante fattore di ricostruzione sociale non può immaginare di restare uguale a se stessa: riteniamo – ha proseguito Civati – che occorra cambiare prospettiva, mettendo al centro la dignità del lavoro come questione unificante tra lavoro indeterminato (spesso a bassa qualità) e vero lavoro autonomo (spesso autonomo solo nominalmente) superando un dualismo che è spesso solo formale”.
Forse più ottimista, nei possibili rapporti tra Cgil e Pd, appare Gianni Pittella: “Anche per la mia formazione e militanza laburista – spiega a Reds – ho sempre ritenuto fondamentale il ruolo sociale e politico del sindacato ed ho apprezzato l’azione che la Cgil ha svolto per lo sviluppo non solo economico dell’Italia. Forse, a volte, non ne ho condiviso appieno alcune scelte che mi sono apparse un po’ troppo rigide, ma comprendo che un’organizzazione così grande e così complessa e con un’identità così definita non possa dall’oggi al domani cambiare pelle. Riconosco a Susanna Camusso – continua l’europarlamentare – che la guida con capacità il coraggio di avere aperto ai giovani e alle donne le porte di una grande organizzazione sino a poco tempo fa molto tayloristica e maschile; la Cgil ha presentato ormai qualche mese fa alle forze politiche e sociali il suo Piano per il lavoro: uno sforzo enocomiabile di dare sistematicità alle proprie strategie per l’uscita dalla crisi. Ritengo molto importante che anche sul piano sindacale le politiche, le strategie, le azioni trovino come riferimento e cornice lo scenario europeo. Certo è che tale sforzo, bene accolto, se ricordo, dalle forze politiche di centro sinistra, stenta a farsi realizzazione: ritengo – sottolinea – che le attività di concertazione sociale debbano riprendere slancio e soprattutto che, agli annunci del Governo debbano fare seguito interventi più determinati”. Da Pittella giunge, infine, un richiamo alle ‘prove’ di unità sindacale: “Convengo sullo sforzo che la Cgil ha fatto e fa di procedere unitariamente con Cisl e Uil nonostante alcuni trascorsi turbolenti. Ma senza le grandi organizzazioni sindacali, senza la Cgil, nessuno può pensare di trovare una soluzione ai problemi di oggi”.

La riforma del mercato del lavoro (L.92/2012) ha abrogato, a partire dal’1/01/2017, l’indennità di mobilità. Non si dirà più “collocare in mobilità” ma più semplicemente “”licenziare”; lavoratrici e lavoratori non più “posti in mobilità” bensì “licenziati”. Da tale data i lavoratori, a seguito di “licenziamento collettivo”, potranno beneficiare dell’ASpI e della miniAspI, ricorrendone i requisiti. Nel periodo transitorio 2013-2016 l’iscrizione nelle liste di mobilità dà diritto all’indennità di mobilità se concessa ai sensi della L.223/91; solo all’indennità di disoccupazione ordinaria se concessa ai sensi della L. 236/93.
A chi spetta? All’industria, con più di 15 dipendenti; alle aziende artigiane dell’indotto solo nel caso in cui anche l’azienda committente abbia fatto ricorso alla mobilità; alle cooperative non ex Dpr. 602/70, non soggette alla contribuzione per mobilità; le aziende con attività di logistica, con più di 200 dipendenti. Dal 1/01/2013, con l’estensione della cig, viene estesa anche l’indennità di mobilità alle aziende commerciali con più di 50 dipendenti e fino a 200; alle agenzie di viaggio e turismo, compresi gli operatori turistici, con più di 50 dipendenti; le imprese di vigilanza con più di 15 dipendenti. L’indennità di mobilità per i lavoratori di tali settori, quindi, non è più soggetta a proroghe annuali e dunque non è più sospesa in attesa del finanziamento.
Che cos’è? Quanto dura? E’ una prestazione di sostegno per particolari categorie di lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. La prestazione è erogata dall’Inps, a cui va presentata domanda, esclusivamente on line, entro 8 giorni dal licenziamento, non oltre il 68° a pena di decadenza. Nel periodo transitorio, la durata dell’indennità non varia per i collocati in mobilità fino al 31/12/2014. Per il periodo 2015-2016 subisce un riduzione rispetto alla durata attuale, salvo ricognizione prevista dalla legge di riforma, anche se nel 2014, in virtù di un emendamento approvato nel Decreto Sviluppo, la durata passa da 30 a 36 mesi per chi ha oltre 50 anni. In caso di sospensione per lavoro a tempo determinato, la prestazione slitta nei limiti della durata massima della stessa. Non si sposta in avanti nel caso di sospensione per maternità obbligatoria. Cessa per fine del periodo di fruizione della prestazione, per assunzione a tempo indeterminato, per rientro definitivo nel Paese d’origine, perché si accetta un lavoro all’estero o quando l’espatrio esclude la possibilità di disponibilità all’impiego. In caso di inizio di attività autonoma, il lavoratore può richiedere la liquidazione della prestazione anticipata, detratti gli importi già erogati.
E’ compatibile con altre forme di salario? Per il 2013 le prestazioni di lavoro accessorio sono compatibili nel limite massimo di € 3.000,00 (al netto dei contributi) di corrispettivo per anno solare. Non è compatibile con la pensione diretta, con l’indennità Tbc, mentre i titolari di pensione o di assegno di invalidità possono optare per l’indennità di mobilità. E’ compatibile con stages e tirocini in quanto non costituiscono rapporti di lavoro.
Quanto paga? Chiariamo subito che l’indennità di mobilità non è di misura uguale alla busta paga. E’ l’80% della retribuzione teorica lorda spettante, comprensiva di ratei di 13^ e 14^ e altre mensilità aggiuntive eventualmente spettanti. Quindi è corrisposta per 12 mensilità. Per gli anni successivi è l’80% dell’importo lordo dell’anno precedente. Gli importi massimi erogabili sono divisi in due fasce, a seconda che la retribuzione lorda superi o meno gli importi, che per il 2013 sono fissati in € 903,20 per retribuzioni che non superano € 2075, 21; € 1085,57 per una retribuzione > 2075,21 €. In ogni caso l’importo dell’indennità di mobilità non può superare la retribuzione da lavoro. Gli importi sono soggetti a tassazione (non sono esentasse, come pensano tanti). Sull’indennità si pagano gli assegni familiari, se richiesti e dovuti.
E per la pensione? Il lavoratore in mobilità ha diritto ai contributi figurativi, che sono utili sia per il diritto che per la misura; nessun contributo figurativo in caso di indennità anticipata in un’unica soluzione. L’accredito non è a domanda ma d’ufficio.
Dall’1/01/2017 entrerà in vigore l’AspI.

Intervista a Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista

Alla vigilia dei congressi di Pd, Sel e Prc, nei circoli dei tre partiti si sta già votando per i segretari locali e per le tesi o mozioni politiche sostenute dai vari candidati. A Paolo Ferrero, che di Rifondazione comunista è il segretario uscente, facciamo alcune domande su un tema cardine di tutti i congressi: quello del lavoro.

Ferrero, sostiene Matteo Renzi che un partito serio ha il dovere di fare proposte sul lavoro. Quali sono le vostre?
Secondo noi per poter affrontare il tema del lavoro è necessario uscire dalle politiche neoliberiste. Queste sono fatte apposta per mettere in concorrenza i lavoratori, abbattere i salari, e costruire un ‘esercito di riserva’. La politiche neoliberiste sono lo strumento con il quale si sta cercando di distruggere il welfare e i diritti del lavoro conquistati nel secondo dopoguerra.

In concreto quali proposte avanzate?
Sono sostanzialmente due. La prima, che potrebbe essere applicata già da domani, è il ‘Piano del lavoro’ su sui stiamo raccogliendo le firme per tradurla in una legge di iniziativa popolare. La logica è quella di prendere i soldi dove ci sono: dunque una patrimoniale sulle ricchezze superiori agli 800mila euro; un tetto a stipendi e pensioni sopra i 4mila euro nella pubblica amministrazione; una maggior tassazione sui redditi più alti, e la lotta, seria, all’evasione fiscale. In parallelo si tagliano le spese militari come l’acquisto degli F35, e si cancellano altri sprechi come le grandi opere inutili, a partire dalla Tav.

Quanto calcolate si possa ricavare con interventi del genere?
Una somma attorno ai 90 miliardi di euro. Da impiegare in politiche per l’istruzione, la sanità e l’assistenza. Poi il riassetto del territorio, il recupero del patrimonio archeologico, la ristrutturazione degli acquedotti e una generale riconversione ambientale dell’economia. Con queste politiche si possono creare da 1,5 a 2 milioni di posti di lavoro. Non tutti pubblici. Ma tutti per interventi di pubblica utilità.

Sono strategie d’azione praticabili, in questo momento e nel contesto generale?
Sono tutte proposte, al pari dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni e la riduzione dell’orario di lavoro, sulle quali non c’è da discutere con Angela Merkel. Nonostante le politiche sbagliate dell’Ue, l’Italia potrebbe metterle benissimo in campo.

Immagino che le politiche europee siano l’altro corno del problema.
La seconda proposta è infatti quella di non applicare i trattati europei. Dalla regola del 3% del rapporto deficit/pil al fiscal compact, e con l’intervento diretto di Bankitalia alle aste dei titoli di Stato, per abbattere i tassi di interesse. E’ necessario un recupero della sovranità del paese, in economia, per ridurre il potere della speculazione e contrastare le politiche di austerità.

Quali dovrebbero essere i passi politici da fare per mettere in pratica questa strategia d’azione?
Battere i pugni sul tavolo non serve. Si deve disobbedire e non applicare unilateralmente i trattati. Secondo noi è l’unica strada praticabile per uscire da questa situazione.

Dunque l’Italia contro tutti?
Nella sinistra europea siamo tutti d’accordo. In Grecia, Syriza si candida al governo ma non intende applicare il memorandum. E il pil greco è il 2,5% di quello dell’intera Ue, quello italiano il 19%. Inoltre abbiamo la bilancia dei pagamenti in attivo come la Germania, anche se in misura minore rispetto a loro. L’Italia può permetterselo.

Al congresso del Prc questi temi saranno centrali nella discussione?
Queste sono le proposte per il Paese, il passo successivo è come realizzarle. Noi pensiamo si possa farlo costruendo una sinistra alternativa sia al centrodestra che al centrosinistra, che non mettono in discussione le politiche europee. Ad esempio, nel programma di Matteo Renzi ci sono i ‘mini job’. Sono lavori a 500 euro al mese, e senza contributi. Peggio che in Cina. Quanto al 5 Stelle, nelle proposte politiche è vago. Grillo allude a certe cose ma poi non lo dice apertamente. Personalmente, non affiderei mai la mia pensione a chi non si sa cosa pensi.

Quando si parla di sinistra in Italia, viene in mente il proverbio: fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare...
Le manifestazioni del 12 e del 19 ottobre ci mostrano che la sinistra esiste, e che va costruita in forma partecipata. Una sinistra collegata alla sinistra europea, non un ‘allargamento’ del Prc ma qualcosa di nuovo. Al congresso, questa strategia si confronta con opzioni più ‘moderate’, che cercano di ripercorrere il cammino di Sel, e più ‘declamatorie’, che nella nettezza di proposte come la nazionalizzazione dei mezzi di produzione spingono verso un Prc solitario. Il congresso dovrà definire l’opzione maggioritaria, ma sempre lavorando per una gestione unitaria del partito. Il problema non è spaccare il capello in quattro, ma cercare di aggregare.

 


 

Se Ferrero censura il sindacato
Nell'intervista il segretario del Prc non nomina mai il sindacato, nonostante nelle tesi congressuali del Partito alla questione sindacale sia dedicato - nel bene e nel male - grande spazio. Parla di lavoro in modo politicista e autoreferenziale. Eppure il "piano del lavoro" è una proposta avanzata dalla Cgil... Questo è o non è un problema? (A.M.)

Il servizio pubblico sanitario piemontese sta vivendo un momento critico. A pochi mesi dal conferimento dell’incarico, la precedente assessora regionale era stata coinvolta in uno scandalo dai risvolti penali, non ancora chiuso... E’ stato allora imposto alla massima carica della sanità piemontese un manager industriale che arrivava dall’Iveco, con il compito di fare quadrare i conti, benché (per sua stessa ammissione) non capisse nulla di sanità. Ne sortì un pasticciato piano di accorpamenti di Asl e Aso che prevedeva la creazione di “federazioni”, il cui criterio-guida - la prossimità geografica - ha portato alla nomina di super-funzionari e, di fatto, aumentato la confusione.

Ne è conseguita la minaccia di chiusura di alcuni ospedali: Valdese, Maria Adelaide e Amedeo di Savoia. Sono diminuiti i posti letto per pazienti ‘acuti’ e lungodegenti, mentre si è assistito alla riduzione delle risorse destinate alle strutture assistenziali e ai tagli alla diagnostica. Con i conti in profondo rosso, la Regione Piemonte avrebbe voluto chiudere il cerchio svendendo gli immobili ospedalieri e amministrativi.
La sostituzione in piena corsa dell’assessore che aveva ideato queste prodezze ha, per il momento, rallentato il progetto distruttivo, ma ha lasciato una situazione di profonda incertezza.
Inoltre la costituzione delle “federazioni” prevedeva un accentramento delle funzioni amministrative, che sembrava porre le condizioni di una futura esternalizzazione di ancora maggiori servizi (fattore che potrebbe sembrare anche interessante in un’ottica di interesse di “bottega”, ma che in realtà nasconde il rischio di peggiorare sia le condizioni lavorative degli addetti sia la qualità del servizio).
E qui finalmente entriamo in campo anche noi che con la sanità, in qualità di fornitori di servizi, abbiamo un rapporto di lunga data con le pulizie, le mense, le attività di guardianìa, e, più di recente, di prenotazione.
Negli ultimi mesi, la situazione dei lavoratori degli appalti si è fatta ancor più difficile, al pari di quella di tantissimi altri lavoratori: l’ipotesi di formalizzare i criteri di massimo ribasso nei capitolati di appalto per i servizi esternalizzati (che destano forti timori per i futuri livelli salariali); affiancata alla “revisione di spesa” nelle pubbliche amministrazioni si stanno traducendo in tagli e limitazioni di ore lavorate o con la cassa integrazione... Come se non bastasse, gli enti centrali hanno ritardato i pagamenti, mettendo così in condizione le aziende di dover rimandare il pagamento degli stipendi.
Le aziende per fare fronte agli impegni immediati si indebitano verso le banche, attraverso prestiti onerosissimi da restituire, finendo col rimandare a loro volta i pagamenti. L’anello debole della catena sono e rimangono come sempre le lavoratrici e i lavoratori del settore, già spesso sottoposti a condizioni difficili, attraverso l’imposizione di part-time o orari ridotti.
Gli esempi di queste situazioni nell’area torinese sono tanti, ne cito solo due.
Il primo riguarda i servizi di portineria e di vigilanza dell’ospedale Giovanni Bosco. Nel cambio appalto del giugno scorso, i lavoratori e le lavoratrici si sono visti ridurre del 40% lo stipendio e hanno rischiato di non essere assunti dalla ditta vincitrice; infatti, con gesto di illuminata preveggenza, la Asl competente non aveva previsto l’obbligo dell’assunzione del personale presente in cantiere, esponendo così questi lavoratori al rischio della disoccupazione. Ma il lavoratori hanno reagito e hanno portato il loro caso davanti all’opinione pubblica attraverso scioperi, presidi e alla fine anche con un’assemblea spontanea che si è protratta per lungo tempo, esponendo i promotori al rischio della denuncia per interruzione di pubblico servizio. Eppure la loro disperazione è stata pari alla loro forza e sono riusciti almeno in parte nel loro intento. Attualmente, dopo essere stati ricevuti dal nuovo assessore alla Sanità ed avere ricevuto garanzie di interessamento, per quanto lacunose nella forma e nella sostanza, il loro appalto è sospeso sub judice in attesa che si faccia chiarezza sui troppi punti critici.
Il secondo caso emblematico è rappresentato dal servizio “Sovracup”, un call center in grado di prenotare un grande ventaglio di visite specialistiche e di esami. Nel 2010, i 60 e più addetti, che fino a quel momento lavoravano come interinali alla ASL, furono esternalizzati e si videro ridotti a 36 unità, con un taglio netto sullo stipendio di 250 euro al mese. Ma anche in questo caso le lavoratrici ed i lavoratori reagirono. Prima in forma spontanea, poi organizzandosi ed aggregandosi intorno alla Cgil, unica sigla sindacale che volle assumersi la responsabilità di rappresentarli. Grazie ad una lunga serie di lotte, di interminabili incontri e tavoli di trattativa anche notturni, e dopo avere proclamato anche uno sciopero, forse tra i primi lavoratori interinali in Italia, questi lavoratori sono riusciti a recuperare una fetta importante di esuberi e a stabilizzare un monte orario maggiore rispetto a quello proposto dalla ditta vincitrice del bando.
Questi esempi possono servire come contributo alla spinta per la lotta generale, la lotta di tutti noi: ad uguale lavoro uguale salario.