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Il datore di lavoro è tenuto a versare i contributi, oltre che sull’importo della retribuzione corrisposta, sull’eventuale effettivo ammontare della indennità di disponibilità (sull’indennità di disponibilità, in deroga alla vigente normativa in materia di minimale contributivo, i contributi vengono versati per il loro effettivo ammontare). Quindi, l’indennità di anzianità concorre alla formazione dell’anzianità contributiva utile ai fini del diritto e della misura, nonché della retribuzione imponibile per il calcolo della prestazione pensionistica o, nel sistema contributivo, alla determinazione del montante contributivo individuale.
Il trattamento economico, normativo e previdenziale del lavoratore intermittente è riproporzionato in ragione della prestazione lavorativa effettivamente eseguita, per tutti gli istituti di cui ha diritto, dalla retribuzione globale alle ferie e ai trattamenti per malattia, infortunio sul lavoro, malattia professionale, maternità, congedi parentali.
E’ importante ricordare che: per tutto il periodo durante il quale il lavoratore resta disponibile a rispondere alla chiamata del datore di lavoro non è titolare di alcun diritto riconosciuto ai lavoratori subordinati né matura alcun trattamento economico e normativo, salvo l’indennità di disponibilità; i periodi coperti da contribuzione obbligatoria sono soggetti al vincolo di copertura contributiva minima (retribuzione minima settimanale di cui all’art. 7, comma 1 della legge n. 638/83, così come modificato dall’art. 1, comma 2 della legge n.389/89) e se risultano coperti parzialmente allora i lavoratori possono, a domanda, versare la contribuzione mancante per coprire tutto il periodo ai fini dell’assicurazione per la Invalidità, la Vecchiaia e i Superstiti (IVS)
Benché, per i periodi lavorati il lavoratore intermittente non dovrebbe ricevere un trattamento economico e normativo complessivamente meno favorevole rispetto al lavoratore di pari livello, a parità di mansioni svolte, l’esiguità delle retribuzioni nel lavoro ad intermittenza sono devastanti in materia pensionistica, ancor più dopo che l’art.24 del D.L. 201/2011, convertito in Legge 214/2011, meglio conosciuta come “riforma Monti-Fornero”, ha esteso a tutti i lavoratori, a partire dal 01.01.2012, il sistema contributivo definito dalla L.335/1995.
In nome di una equità attuariale fra versamenti e prestazioni, in nome di quel principio che bisogna ricevere in proporzione a quanto si è dato, si è introdotto un sistema che non prevede espliciti elementi redistributivi intergenerazionali ed intra-generazionali: in poche parole si è introdotto un sistema efficace nel garantire la sostenibilità finanziaria ma che manca di qualsiasi strumento che garantisca pensioni adeguate e consenta una redistribuzione solidaristica, trasformando, di fatto, il problema della sostenibilità finanziaria in sostenibilità sociale (anzi, possiamo dimostrare che le nuove norme favoriscono chi “ha di più” e svantaggiano chi “ha meno”).
Tali scelte e metodologie di lavoro hanno riprodotto un sistema che ha individualizzato la previdenza, legandolo esclusivamente alla valorizzazione della propria capacità di produrre reddito: è palese, dunque, che chi produce poco reddito, come i lavoratori ad intermittenza, nel futuro riceverà povertà.
Eppure dovremmo ricordare bene uno dei presupposti dell’economia keynesiana che il perseguimento dell’utile individuale non coincide con il perseguimento dell’utile collettivo.

(La prima parte del servizio di Fulvio Rubino a proposito del lavoro a chiamata è stata pubblicata sul numero 7 di ‘Reds’)

“La formula che usano è ‘forma parlamentare di governo del primo ministro’: significa che il parlamento diventerebbe l’organo esecutivo delle decisioni del primo ministro, pronto a tradurre in legge le sue direttive”

Intervistato dal periodico Left, il decano dei costituzionalisti italiani Gianni Ferrara ha esaminato il lavoro dei “saggi” sulle possibili revisioni costituzionali, criticando la relazione finale. A suo avviso, anche se viene mantenuta la forma parlamentare di governo, sono affidati al presidente del consiglio poteri eccessivi, tali da delineare un parlamento che diventerebbe uno “strumento della legislazione”, a disposizione del primo ministro.

Professor Ferrara, nell’intervista lei si è detto preoccupato e in dissenso con l’operato della commissione, criticando i ‘poteri abnormi’ di cui sarebbe investito il presidente del Consiglio. Ha anche osservato che quella relazione poteva essere tranquillamente redatta dagli uffici giuridici di Camera e Senato...
Avrebbero fatto lo stesso lavoro in meno tempo, con minori spese e con maggior precisione: Nel documento non c’è nulla di più di quanto già si sapesse sulle possibili revisioni costituzionali. In particolare, penso che sia sostanzialmente una ‘furbata’ l’ipotesi di lavoro sulla forma di governo. Si tende a fare un semipresidenzialismo senza dirlo, camuffandolo da forma parlamentare. La formula che usano è ‘forma parlamentare di governo del primo ministro’: tradotto significa che il parlamento diventerebbe l’organo esecutivo delle decisioni del primo ministro, pronto a tradurre in legge le sue direttive.

Per questo lei parla di un ‘potere abnorme’ che sarebbe affidato al premier?
La verità è che, per conciliare le tendenze dei ‘parlamentaristi’ con quelle dei ‘presidenzialisti’, si arriva a ipotizzare un premier che diventa organo di direzione del parlamento. Una formula che non sta né in cielo né in terra.

Nemmeno in altri sistemi politici?
In Inghilterra il premier ha un grande potere. Ma questo gli deriva dal fatto di essere il leader del partito che vince le elezioni, e che quindi ha la maggioranza dei parlamentari. A riprova, se nel partito di maggioranza si decide di sostituire il leader, cambia automaticamente anche il premier. Non è una ipotesi di scuola, un fatto del genere è già accaduto, più di una volta. Del resto fin dal ‘700, dopo la rivoluzione di Cromwell, i tories e i whigs, progenitori dei laburisti, decisero assieme che non sarebbe stata più tollerata la personalizzazione del potere. Né da parte del monarca, né tanto meno da parte di altri. Anche il sistema politico tedesco è di forma parlamentare. Angela Merkel è cancelliera perché è la leader del Cdu-Csu, in quanto tale viene eletta dal Bundestag dove il suo partito è maggioranza, dopo aver ricevuto dal presidente della Repubblica l’incarico di formare il governo.

Poi ci sono anche i sistemi presidenziali, come gli Stati Uniti e la Francia.
Come vediamo anche in questi giorni, negli Stati Uniti i poteri del presidente, che pure è eletto dal popolo, trovano comunque dei limiti invalicabili nel potere delle assemblee legislative. Non controllando i due rami del Congresso, Obama deve venire a patti. In Francia invece i poteri del presidente sono assai più ampi, e va onestamente detto che anche questo sistema funziona. Ma questo deriva dal fatto che la Francia ha fatto una rivoluzione che ha portato alla nascita degli Stati costituzionali, basati sulla divisione dei poteri. Nell’anima e nel costume dei francesi resta sempre fortissima la concezione del bilanciamento dei poteri, anche in un sistema presidenziale.

Una consapevolezza che purtroppo non sembra ancora caratterizzare gli italiani, giusto?
Deve essere sempre ricordata la lezione di Solone. Quando gli chiesero quale fosse la forma migliore di governo fra monarchia, aristocrazia e democrazia, lui rispose chiedendo: ‘In quale città?’. Tornando all’odierno caso italiano, i saggi hanno voluto conciliare la visione di una gran parte dei costituzionalisti fedeli alla forma parlamentare, con una parte più piccola che propugna, da destra, il semipresidenzialismo. Di qui ne deriva il pasticcio che abbiamo di fronte. Dove per giunta si conferma l’obbrobrio dell’attuale legge elettorale di indicare nella scheda il capo della coalizione di governo. Con il risultato di avere un presidente del consiglio che risulta eletto direttamente dal corpo elettorale, e che quindi appare più forte della sua maggioranza. Tanto da insidiare perfino i poteri del presidente della Repubblica. Un vero pastrocchio. Per fortuna appare molto improbabile che in parlamento si raggiunga la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare le modifiche costituzionali. Al momento credo non arriverebbero nemmeno a quella assoluta del 50% più uno....

Pericolo sventato dunque?
Aspettiamo e vediamo. Ma mi faccia fare un’ultima considerazione. Dal lavoro dei saggi emerge anche una proposta di riforma delle legge elettorale, basata su un vecchio lavoro di Roberto D’Alimonte. Si pensa a un sistema proporzionale, con un premio di maggioranza di circa il 10% per la lista più votata che supera il 40%. Se nessuno raggiunge quella quota, allora si va al ballottaggio fra le due prime liste. A questo punto mi chiedo: e gli altri? In Italia il bipartitismo non c’è, non c’è mai stato. Anche alle ultime elezioni le formazioni politiche prevalenti sono state tre. Con questa legge elettorale invece chi arriva terzo quasi scomparirebbe. Ci sarebbe l’esclusione di una forza anche di circa il 30%. La verità è che in tutti i politologi, tranne Giovanni Sartori, è dominante il problema del governo e non quello della rappresentatività. Fino a torcere a 360 gradi il principio della rappresentanza, arrecando un vulnus, una ferita, alla democrazia. Del resto fu Vittorio Emanuele Orlando, maestro dei costituzionalisti italiani, a coniare l’espressione ‘cupidigia di servilismo’. E si riferiva, appunto, ai costituzionalisti.

I governi Berlusconi e il governo Monti, nel tentativo di ridefinire i connotati sociali e politici di un nuovo modello sociale, hanno tentato da subito - con un’azione mediatica e legislativa ben orchestrata - di destrutturare il sistema d’istruzione e formazione statale del nostro Paese riducendo drasticamente i servizi indispensabili per garantire un’offerta formativa di qualità.
Con i tagli lineari del servizio (con la riduzione del tempo scuola e del tempo pieno) e degli organici (con il licenziamento di 140mila lavoratori precari e l’aumento delle classi ‘pollaio’) prima la Moratti e poi la Gelmini hanno tentato di colpire la qualità dei servizi della scuola dell’autonomia.
E dire che nelle nostre scuole di ogni ordine e grado le pulizie dei locali, la salvaguardia delle condizioni igieniche, l’assistenza agli alunni, il controllo e la sorveglianza degli edifici sono elementi fondamentali per garantire un servizio scolastico e formativo di qualità.
Il personale Ata (Amministrativo, tecnico e ausiliario) ha subìto negli ultimi anni pesanti tagli lineari. Il profilo professionale più colpito è stato quello dei collaboratori scolastici (ex bidelli) che negli ultimi contratti è stato particolarmente valorizzato con la possibilità di assumere incarichi di particolare delicatezza per garantire l’jgiene e e la sicurezza degli alunni fino agli interventi di primo soccorso e l’assistenza ai bambini diversamente abili. Potenzialità vanificate dai tagli reiterati e che ci consegnano una situazione di emergenza quotidiana in molte istituzioni scolastiche dove spesso i Dirigenti scolastici, senza collaboratori, sono costretti a chiudere i plessi più piccoli o sono obbligati a ridurre l’utilizzo giornaliero delle strutture scolastiche.
Con questi provvedimenti e con la riduzione delle attività delle ditte delle pulizie e il conseguente licenziamento dei lavoratori degli appalti si colpiscono servizi indispensabili per le scuole mettendo seriamente a rischio la sicurezza e l’assistenza degli alunni.
In questo scenario si inseriscono i reiterati e scellerati interventi dei vari governi sugli appalti di pulizia e sui lavoratori Lsu che hanno portato alla situazione odierna.
Credo sia utile ricordare che:
• l’annosa situazione dei servizi di pulizia nelle scuole ha avuto origine con l’art.8 delle L. 124/99 che prevedeva l’assunzione, da parte dello Stato, degli oneri di pulizia nelle scuole che erano precedentemente a carico degli enti locali (Comuni e Province). In sostanza gli appalti di pulizia sono stati “ereditati” dalle istituzioni scolastiche con l’estensione della personalità giuridica a tutte le scuole “autonome” e con il contestuale trasferimento “coatto” allo Stato di tutti i lavoratori degli enti locali;
• per dare continuità di presenza agli appalti di pulizia, a partire dall’anno scolastico 2001/02 si è operato un “accantonamento” del 25% (mai recuperato) dell’organico previsto per i collaboratori scolastici statali;
• nelle scuole dove convivono i collaboratori scolastici statali e i lavoratori delle ditte d’appalto e delle cooperative sociali non c’era e non c’è un surplus di personale, come sosteneva il ministro Gelmini, ma semplicemente una parte dell’organico dei collaboratori scolastici statali è fornito dalle ditte di pulizia.
Così, puntando sulla disinformazione, i ministri di turno hanno sostenuto che nelle scuole c’era troppo personale (altri ‘fannulloni’) per giustificare - con la la necessità di una razionalizzazione del servizio - il taglio delle prestazioni delle scuole statali.
Come abbiamo già ricordato, lo Stato, una volta subentrato, è intervenuto più volte sui contratti d’appalto, sulla stabilizzazione dei lavoratori Lsu come con la direttiva n.92 del 2005.
Con vari interventi si sono via via ridotte le attività delle ditte d’appalto procurando il licenziamento delle lavoratrici e lavoratori degli appalti.
Con la circolare sul programma annuale del 2010, per esempio, la Gelmini è intervenuta riducendo la spesa per gli appalti del 25% costringendo le scuole a ridurre ulteriormente il servizio e ad aumentare i carichi di lavoro del personale dipendente delle ditte e degli stessi collaboratori scolastici già falcidiati dai tagli.
Tutti interventi, come gli ultimi assunti dall’attuale amministrazione, che, smantellando il sistema dei servizi della scuola dell’autonomia, puntano alla dequalificazione del sistema d’istruzione pubblico: così si licenziano i più deboli, le lavoratrici e lavoratori degli appalti ed i collaboratori scolastici precari dello Stato, per colpire la qualità dei servizi delle scuole.
Noi siamo convinti invece che per uscire dalla crisi e per affrontare la competizione sui mercati internazionali si debbano indirizzare prioritariamente gli interventi (come stanno facendo tutti i Paesi industrializzati) sui settori dell’istruzione, formazione e ricerca.
Dobbiamo investire sul nostro sistema d’istruzione pubblico per potenziare e migliorare l’offerta formativa delle scuole, per garantire l’obbligo d’istruzione e formazione a 18 anni, per generalizzare le scuole d’infanzia, per ripristinare il tempo pieno e per potenziare i laboratori nel biennio delle superiori.
Per fare tutto questo abbiamo bisogno di investimenti e di riconoscere, valorizzare e stabilizzare tutte le professionalità presenti nel mondo della scuola.
Con questa consapevolezza tutti lavoratori della scuola, degli appalti e delle cooperative sociali devono continuare a lottare insieme per difendere l’occupazione e per garantire il miglioramento della qualità dei servizi nelle istituzioni pubbliche del nostro Paese.
 

Scuola, 24mila posti a rischio

Nonostante gli impegni assunti dal Ministro di Istruzione, Università e Ricerca l’8 luglio, nella scuola sono a rischio i 24mila posti di lavoro dei lavoratori degli appalti. Sono a rischio la vita e la dignità di uomini e donne a cui è negata la prosecuzione di un rapporto di lavoro sia pure precario, ma anche l’apertura e la funzionalità delle scuole in tutto il Paese. Per la cronaca, queste lavoratrici e lavoratori compaiono sotto la “sigla” ex LSU e appalti storici, parole che nascondono un dramma e una domanda di dignità.

Si avvicina a grandi passi il 12 ottobre, giorno della grande mobilitazione in difesa dei principi della nostra Costituzione. Ma a ben vedere, nell’appello che chiama a raccolta la meglio gioventù del paese – a prescindere dalla carta d’identità – c’è soprattutto la richiesta di veder finalmente attuata la Carta fondamentale della Repubblica. “Dobbiamo assumere la Costituzione come punto fermo da cui ripartire – osserva in proposito don Luigi Ciotti – e darne una lettura non imbalsamata ma innovativa, considerandola la nostra naturale ‘compagna di strada’”.

L’appello lanciato dai tre costituzionalisti Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky e Lorenza Carlassare, dal segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, e appunto dal fondatore di Libera, parte dalla premessa che la regressione sociale e culturale italiana è arrivata a un punto di non ritorno. Le puntuali analisi dell’Istat registrano che nel paese ci sono nove milioni di persone in stato di relativa povertà; sei milioni di analfabeti (siamo agli ultimi posti in Europa per dispersione scolastica), e un apparato produttivo sempre più arrancante, che sconta i tanti anni di non-politiche industriali dei governi succedutisi negli ultimi vent’anni. Effetto diretto di questo stato di cose è il terribile tasso di disoccupazione giovanile (dai 15 ai 24 anni), che in agosto è salito oltre il 40%. Mentre ai 3 milioni e 100mila disoccupati ufficiali si devono aggiungere altre 2 milioni di persone inserite dagli statistici nell’area della “difficoltà occupazionale”. Numeri da brivido.
Da questa situazione, ricorda Pierfranco Pellizzetti sulle pagine del “manifesto”, deriva il fine ultimo della manifestazione del 12 ottobre: “C’è la stringente necessità di testimoniare in chiave propulsiva valori alti: dal pluralismo deliberativo a una ritrovata socialità solidale, dall’idea di un modello di sviluppo come costruzione collettiva (politica industriale partecipata), a una rappresentanza emendata dalle perversioni della corporazione trasversale del potere”. A riprova, Maurizio Landini e Stefano Rodotà spiegano: “Più che una manifestazione ‘contro’, sarà una manifestazione ‘per’: per un piano di investimenti straordinari, pubblici e privati, per difendere il lavoro e riqualificare l’industria, per chiedere più servizi sociali. E per costruire un’Europa vera, fermando la dittatura dell’economia che mette tra parentesi i problemi del paese, e ha fatto inserire il pareggio di bilancio in Costituzione senza discussione, provvedimento di cui ora si pagano duramente le conseguenze”.
In un contesto del genere e vista la caratura dei firmatari dell’appello, appare davvero lunare il timore di quanti non hanno ancora aderito alla manifestazione – ad esempio l’Anpi – paventando un’azione mascherata di assemblaggio delle forze dell’ancora diffusa sinistra italiana. “Non vogliamo fare un altro partito politico – è stata comunque costretta a ribadire sul punto Sandra Bonsanti – piuttosto l’obiettivo è quello di una grande coalizione sociale, per la democrazia e i diritti”.

 

La via per Roma

Aumentano di giorno in giorno le adesioni alla manifestazione di sabato 12 ottobre a Roma. Almeno un centinaio di organizzazioni e realtà politiche, associative e sindacali, di ogni ordine e grandezza, si sono già messe in moto per assicurare la presenza di migliaia di persone al corteo. Oltre alla Fiom-Cgil, a Lavoro Società Cgil, a Libertà e Giustizia, al Gruppo Abele e alla Fondazione Basso dei promotori Maurizio Landini, Sandra Bonsanti, don Luigi Ciotti e Stefano Rodotà, troviamo di volta in volta i Comitati Dossetti per la Costituzione e la neonata Fondazione Teatro Valle Bene Comune, Sbilanciamoci e l’Arci, Alba e Emergency, Antigone e, sul fronte dei partiti, Rifondazione comunista e il Pdci. 

In molte città e centri minori della penisola sono nati comitati organizzatori locali, che lavorano alla preparazione della mobilitazione organizzando iniziative, assemblee e dibattiti. Sono stati pensati anche strumenti per permettere a tutti, compresi i singoli, di dare il proprio contributo. Il sito www.costituzionelaviamaestra.it raccoglie tutte le informazioni utili, materiali video, volantini e locandine da stampare, notizie sui trasporti per raggiungere Roma, rassegne stampa. Sempre on-line c’è anche una pagina facebook (Costituzione: la via maestra) e un account twitter (@xlacostituzione), per allargare ancor di più la platea dei potenziali interessati a partecipare alla giornata dedicata alla difesa e all’attuazione pratica della Costituzione repubblicana.
Nei piani degli organizzatori, il corteo partirà da piazza della Repubblica verso le 13, e dopo aver percorso un tratto del centro di Roma arriverà in piazza del Popolo, dove alle 15.30 inizieranno gli interventi dal palco. Le iniziative pubbliche di questi giorni sono dedicate alle presentazione e alla discussione dell’appello che ha promosso la manifestazione, oltre che alla messa a punto della macchina della logistica: dalla prenotazione dei posti sui pullman, all’organizzazione di possibili treni speciali.

Alessandro Pompei, quarantasei anni, è il segretario Filcams-Cgil di Ascoli Piceno. Ha iniziato la sua militanza nella Cgil dieci anni fa. La prima esperienza è stata presso il Patronato Inca dove ha organizzato la rete di servizi per gli immigrati. Nel 2009 è giunto il nuovo incarico. Gli abbiamo rivolto alcune domande sul suo impegno sindacale in un contesto di pesante crisi economica

 

Stiamo vivendo una fase recessiva gravissima. Come si ripercuote sul territorio di tua competenza in un comparto così esposto come quello del commercio?
La crisi è arrivata anche nella grande distribuzione. Abbiamo situazioni inserite in un contesto nazionale con ricadute sui territori, vedi la Sma, con la richiesta di esuberi, o l’accordo sul contratto integrativo alla Coop Adriatica sulla maggiorazione delle domeniche. Lo scenario cambia completamente se parliamo dei piccoli negozi. Qui le contraddizioni sono più stringenti. Un aspetto delicato riguarda l’associazione in partecipazione. Infatti ci sono piccoli negozi in franchising. Da qui l’obiettivo di contrattare con l’azienda, tramite il ricorso agli ammortizzatori sociali tipo il contratto di solidarietà espansivo, la possibilità di regolarizzare con il lavoro subordinato a tempo indeterminato questi lavoratori, perché non sono che dipendenti mascherati.
Altro settore delicato è quello dei servizi, dove l’esternalizzazione è molto presente. Proprio in questi giorni nella provincia di Ascoli siamo impegnati con una novantina di lavoratrici Lsu nella loro vertenza, per opporci al ridimensionamento dei livelli occupazionali a causa dei tagli imposti dal ‘decreto del fare’. Stiamo parlando di persone con alle spalle un percorso lunghissimo, travagliato.

In questo scenario quali difficoltà incontra il sindacato?
I problemi sono diversi. Da un lato ci sono realtà come Coop Adriatica dove l’agibilità sindacale è garantita, mentre agli antipodi abbiamo i Magazzini Gabrielli, per citare un caso del nostro territorio, dove da sempre ci sono problemi ad applicare le regole sindacali fondamentali. Per esempio è complicato fare un’assemblea per la presentazione della piattaforma del contratto collettivo nazionale del terziario: stiamo parlando dell’Abc delle relazioni sindacali.

Di fronte a questi problemi come pensi si dovrebbe agire?
Abbiamo la necessità di rappresentare un mondo del lavoro sempre più disgregato. Noi siamo consapevoli che, oggi, fare sindacato significa stare nei posti di lavoro, dentro le realtà, e infatti ci stiamo muovendo su questo piano. Ad Ascoli Piceno abbiamo fatto un’operazione di rilocalizzazione: siamo presenti con varie sedi in modo articolato. Abbiamo dato vita al comitato degli iscritti zonale, ci vogliamo aprire completamente al territorio perché capiamo che solo se siamo dentro i percorsi concreti possiamo intercettare quelle forme di lavoro che vanno “stanate”. Gli strumenti classici della partecipazione, come le assemblee, le iscrizioni, ecc. vanno mantenuti, ma ci vuole anche un altro tipo di impegno.

Quale pensi sia il punto di forza della Cgil?
Il nostro livello di democrazia. Noi ad oggi siamo l’organizzazione dove si vota tutto, cosa fondamentale. Dopodiché ci possono essere anche delle diversità politiche, idee differenti, ma il confronto rimane fondamentale. Oggi la democrazia viene espulsa dai luoghi di lavoro, vedi tutta la vicenda Fiat, credo quindi sia centrale rivendicare e praticare la massima agibilità democratica al nostro interno.

E l’impegno in ‘Lavoro Società’?
Siamo sempre stati un’area sensibile ad alcune tematiche, che ci hanno collocato a sinistra della Cgil. Abbiamo sempre dato comunque il nostro contributo, sia quando eravamo in minoranza, sia quando è stata fatta la scelta di aderire alla maggioranza. Si tratta della possibilità di esprimersi liberamente all’interno della Cgil con un’area programmatica e caratterizzarsi per quelli che sono da sempre i nostri punti di riferimento, dalla svendita della Telecom alla difesa della Costituzione con l’adesione alla manifestazione nazionale del 12 ottobre. Per quanto mi riguarda ho aderito a LS perché credo sia un valore aggiunto all’interno del nostro sindacato.