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“Non vi chiediamo di venire qui, anche se tutti sono come sempre benvenuti, vi chiediamo di lottare nelle vostre città e paesi. Vi chiediamo di diffondere la resistenza”. Dall’ultimo appello dalla Val di Susa, emerge con chiarezza la necessità che un movimento popolare come quello No Tav sia radicato sempre più sul territorio. Nel segno naturalmente dell’inclusione con le variegate realtà sociali e politiche che, da un capo all’altro della penisola, si battono quotidianamente contro i ben noti “principi” ispiratori della logica delle grandi opere inutili. Ma non tutti pensano che l’inclusione e la condivisione delle lotte sia un fattore positivo, almeno a giudicare dallo sconsolato commento di un intellettuale-artista come Marco Rovelli dopo una manifestazione milanese a sostegno del movimento No Tav: “Ieri, al corteo, la maggior parte dei partecipanti era con la divisa da ‘centro sociale’. Nessuna voglia di comunicare con la città, di cui invece si dovrebbe cercare il consenso: nessuno, per esempio, che dava volantini ai passanti. Avrebbe dovuto essere piena di compagni che informano i passanti. Invece, niente. Solo scritte a tutto spiano sui muri, e cori adolescenziali contro la polizia. E petardi, giusto per creare quell’atmosfera di tensione che fa tanto ‘guerrigliero’. A che serve? A se stessi, in chiave identitaria. A nient’altro. Anzi, questo atteggiamento fa solo danni. Per contrasto, ripenso alla manifestazione dublinese contro i tagli, e contro la tassa sulla casa. Era grande, allegra, determinata, e fatta di tanta gente, di tutte le età, di tutti i colori. Come per il movimento No Tav in valle peraltro: e dunque, non è tradito il movimento No Tav, in questo modo? Non si fanno danni alla causa che si vorrebbe difendere? Ne ho abbastanza, di chi si diverte a giocare alla guerra”.
Sono parole, quelle di Rovelli, che segnalano chiaramente quello che l’intellettuale-artista considera un rischio per un movimento come quello No Tav, che aspira ad essere popolare e radicato nel paese: essere usato, come un autobus in cui si entra e si scende, per altri scopi. Ben diversi da quelli originari, anche se c’è da scommettere che soprattutto i più giovani lo facciano in buona fede.

Riccardo Chiari

Dalla Val di Susa a Palermo, passando da Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Cosenza, perfino a Trento, a Pesaro e ad Urbino: la protesta No Tav ha percorso l’Italia da nord a sud l’11 aprile scorso, giorno in cui al cantiere di Chiomonte i proprietari dei terreni dell’ultimo allargamento dell’area sono stati convocati dalla Lyon-Turin Ferroviaire (Ltf) per determinare gli indennizzi legati all’esproprio delle loro proprietà. Questo semplice dato di cronaca segnala una volta di più la natura popolare di un movimento che ha ben chiari gli assi cartesiani della sua azione.
“In un momento di crisi come quella che stiamo attraversando – esemplificano al riguardo i No Tav marchigiani - sperperare così tanti soldi pubblici sembra convenire solo a pochi, mentre la maggior parte della popolazione soffre e soffrirà per i tagli che le ‘manovre’ e le ‘riforme’ stanno già mettendo in atto. Crediamo che sia più giusto utilizzare questi fondi per investire nel lavoro, nella sanità, nel sociale e in un modello di sviluppo che tuteli l’ambiente e le comunità. Fin quando ci sarà una politica asservita agli interessi dei grandi capitali e che non tutela i bisogni delle popolazioni, saremo sempre pronti a scendere in piazza a fianco di chi lotta. Questa secondo noi è la Resistenza di oggi”.
Di fronte all’ultimo appello del movimento No Tav (“In ogni ospedale che chiude, in ogni scuola che va a pezzi, in ogni piccola stazione abbandonata, in ogni famiglia che perde la casa, in ogni fabbrica dove il governo Monti regala ai padroni la libertà di licenziare chi lotta, ci sono le nostre ragioni”) e alla risposta collettiva che ne è seguita, continua a destare profondo stupore la risposta delle istituzioni: in Valle Clarea l’inizio dei lavori per il tunnel preliminare vede gli operai protetti da recinzioni, filo spinato, muraglioni e reparti delle forze dell’ordine. Una militarizzazione del territorio paragonabile a quella che avvenne durante la costruzione del “muro della vergogna” fra Israele e Palestina, solo per restare agli eventi di questo primo scorcio di secolo. Va da sé che, in aggiunta agli ingentissimi costi dell’opera, andranno messi in conto quelli altrettanto pubblici per l’apparato di sicurezza nei sette ettari del cantiere di Chiomonte, dove l’inizio degli scavi è previsto entro l’estate, per lavori che dureranno almeno quattro lunghi anni.
Guardando al gesto della valsusina Marisa Mayer, che alla bella età di 67 anni si è incatenata per protesta dentro il cantiere, l’unico paragone possibile per il movimento No Tav è quello dei movimenti per l’acqua pubblica, che hanno catalizzato sulle loro (sacrosante, ndr) richieste milioni di donne e uomini di ogni età e condizione sociale, in ogni angolo della penisola. Fino a convincere la maggioranza degli italiani, e superare nel giugno scorso quel traguardo che sembrava inaccessibile del 50,01% di partecipazione al referendum.

Riccardo Chiari

Pressati dalle emergenze, molti compagni tendono a porre il tema della salute e della sicurezza tra gli quelli da trattare “se c’è tempo” piuttosto che definirlo tra gli assi strategici su cui la Cgil e tutte le sue categorie dovrebbero impegnarsi.
Il sindacato non può lasciare soli i Rls e deve favorirne la diffusione in ogni luogo di lavoro, il loro coordinamento e la loro formazione.
L’accordo Stato-Regioni sulla formazione del 21 dicembre scorso determinerà un rinnovato impegno delle aziende sull’argomento, non foss’altro perché coinvolgerà tutti i lavoratori.
L’accordo prevede: 1) per tutti i lavoratori un numero minimo di ore di formazione generale su salute e sicurezza (4 ore), cui vanno aggiunte 4/8/12 ore di formazione specifica a secondo della classe di rischio. Per il nostro settore si tratta in genere di 4+4 ore, minimo, per ogni dipendente; 2) per i preposti, la formazione prevista è quella dei lavoratori più 8 ore; 3) per i dirigenti la formazione minima è di 16 ore; 4) a partire dal 26 gennaio la formazione va garantita a tutti i nuovi assunti con effetto retroattivo, o, se non risulti possibile, contestualmente all’assunzione. In ogni caso il percorso formativo deve essere completato non oltre 60 giorni dall’assunzione; 5) per i lavoratori/preposti/dirigenti in forza il percorso formativo va concluso rispettivamente entro 12 mesi (lavoratori), 18 mesi (preposti e dirigenti).
I programmi di formazione devono prevedere la consultazione preventiva del Rls o del Rlst (art 50 comma 1 lettera d, Dlgvo 81/08) e trasmessi all’Opp territorialmente competente (art 37 co 12). Nell’art 35 del Dlgs 81/08 si indica la formazione come uno degli argomenti da trattare nella riunione periodica.
Il mancato adempimento degli obblighi formativi comporta le sanzioni di cui all’art. 55 comma 5 lett c. (arresto da due a quattro mesi e ammenda da 1200 a 5200 euro) sempre che il mancato assolvimento non abbia causato un eventuale danno a lavoratori.
Occorre da subito sollecitare le aziende a rispettare gli obblighi richiamati, ma non solo. Dobbiamo essere in grado di intervenire sui contenuti dei programmi e sui modi attraverso i quali la formazione verrà erogata.  
Per le aziende multilocalizzate nulla vieta che, ai sensi dell’art 9 legge 300, siano i segretari delle organizzazioni sindacali o i funzionari che seguono le azienda ad intervenire e sollecitare le aziende al rispetto degli obblighi formativi previsti dall’accordo stato regioni, supportando così i Rls.
Sul nostro sito, www.rlsfilcams-lombardia.org, potrete trovare tutta la documentazione  sull’accordo Stato-Regioni e su salute e sicurezza in generale.

Giorgio Ortolani
Segretario Filcams-Cgil Milano/Lombardia
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Si è svolta recentemente a Sesto Fiorentino, in provincia di Firenze, una fiaccolata per protestare contro la liberalizzazione degli orari e delle aperture domenicali. Circa mille persone hanno attraversato “la Piana” dove si concentrano molti centri commerciali: Gigli, Carrefour e Ipercoop. Al corteo erano presenti anche lavoratori e lavoratrici dei negozi del centro di Firenze in lotta per il diritto al riposo e alla festa. Il corteo ha visto la presenza ufficiale di tanti comuni dell’hinterland, ma non del comune di Firenze ormai da tempo favorevole alla totale liberalizzazione degli orari commerciali.
La Filcams-Cgil e la Camera del Lavoro di Sesto hanno chiamato i lavoratori in piazza per dire “no” alla deregolamentazione voluta da Monti che dà alle aziende la gestione unilaterale delle aperture domenicali, festive e gli orari di apertura. “Una grande sciocchezza”, come l’ha definita anche il sindaco di Sesto Gianassi, che toglie ai sindacati e agli enti locali la possibilità di svolgere un ruolo essenziale nella definizione dei tempi delle città e della vita dei suoi cittadini. “Siamo venute ad esprimere tutta la nostra solidarietà alle lavoratrici e i lavoratori della Piana – racconta Francesca Messina, delegata Filcams-Cgil di Zara – noi questo disagio lo conosciamo bene perché lavoriamo nel centro storico di Firenze dove i negozi sono aperti 363 giorni all’anno e tutte le domeniche. Ma non è lavorando tutte le domeniche e tutti i festivi, non è destrutturando il mercato del lavoro che si supera la crisi”.
Occorre invece ripensare a un nuovo modo di intendere i consumi, una sfida prima di tutto culturale che la Filcams ha ormai da tempo lanciato ma che la politica fatica a raccogliere.

Gianluca Lacoppola

Intervista a Franco Martini, segretario generale Filcams

La Filcams è una categoria in crescita come numero di iscritti. Puoi spiegarne le ragioni?
Quella più evidente è lo sviluppo avuto dal terziario in questi anni, andato oltre la funzione di alternativa alla crisi del manifatturiero. Se, da un lato, la crescita del settore distributivo, ed in particolare della grande distribuzione, è la testimonianza più visibile di questo fenomeno - poiché al posto di stabilimenti industriali chiusi, adesso si vedono tanti centri commerciali - dall’altro nuovi settori si sono sviluppati, soprattutto nell’ambito dei servizi alla persona e alla collettività. La Filcams ha cercato e sta cercando di giocare una partita importante e difficile sul terreno della rappresentanza di questi mondi del lavoro, con significativi successi in termini di iscritti.
Siete considerati una categoria di frontiera. Nel passato, anche a causa di alcuni accordi contrattuali e non soltanto per le leggi in vigore nei servizi, sono dilagati i contratti atipici. Come intervenite per contrastarne la diffusione e, poi, per limitarne gli effetti?
Esiste innanzitutto la necessità di mettere in discussione un sistema legislativo che ha fatto del nostro mercato del lavoro uno tra i più destrutturati d’Europa. E’ il tema di questi giorni, con la riforma Fornero. L’altra leva sulla quale agire è la contrattazione, soprattutto, di secondo livello. Non è facile, perché il modello organizzativo del lavoro terziario poggia su un uso strutturale del lavoro flessibile. Le esperienze di contrattazione dell’organizzazione del lavoro esistono soprattutto nella grande distribuzione, ma la stragrande parte del mondo terziario non è coperto dalla contrattazione, per il prevalere della polverizzazione, dove il precariato prolifera.
Nel commercio è stato firmato un accordo separato: con quali conseguenze? Come ritessere la tela del confronto unitario in una fase storica così difficile per i lavoratori, il movimento sindacale e la sua capacità di incidere adeguatamente sul terreno dei diritti e dei salari?
Le conseguenze sono l’indebolimento della capacità del sindacato di categoria di incidere realmente sulle dinamiche del settore. Quel contratto asseconda alcune “ricette” imposte soprattutto dalle grandi imprese distributivo e che scaricano sul lavoro le conseguenze della crisi dei consumi. L’unità deve essere ricostruita e per farlo occorre disporre di un progetto condiviso sul futuro del terziario. La Filcams lavora in questo senso, perché il contratto separato non è un incidente casuale, ma la mancanza di una proposta autonoma del sindacato.
Le liberalizzazioni stanno smantellando gli orari di lavoro contrattuali nel settore del commercio. A che punto è la vostra campagna su “la festa non si vende”? Incontrare consensi tra i lavoratori o percepite che anche a loro faccia comodo estendere orari e turnistica per migliorare eventualmente i salari? Come riuscite a rapportarvi inoltre ai cittadini-consumatori?
Il provvedimento sulle liberalizzazioni poggia sulla mistificazione che il “sempre aperto” produrrà un aumento dei consumi, mentre è noto che i consumi hanno andamenti dipendenti dal reddito delle persone, dal valore degli stipendi e delle pensioni. La nostra campagna nazionale proseguirà perché dentro una crisi come questa occorre ripensare seriamente ai modelli di consumo, per favorire una concezione di maggiore sostenibilità, contro gli sprechi ed il superfluo. Questo messaggio non è facilmente percepibile, perché siamo un Paese abbagliato dalle luci del consumismo materiale e virtuale. Eppure, non abbiamo alternative se non vogliamo condannare il Paese a sprecare la più grande risorsa di cui disponiamo per la crescita, cioè, l’immenso patrimonio storico e culturale.
Articolo 18 e mercato del lavoro. Qual è l’opinione di Franco Martini in merito alla contestata intesa?
Premesso che non esiste una intesa, questa non è la riforma del mercato del lavoro che serve al terziario. Le intenzioni di partenza sono condivisibilissime, lotta alla precarietà, contro l’uso speculativo della flessibilità, che deve essere pagata più del lavoro stabile. Ma la traduzione concreta nel ddl non è stata conseguente e sulla riduzione delle tipologie contrattuali e l’universalità delle tutele la battaglia della Cgil deve proseguire. Per questo l’art.18, che va difeso nella sua funzione di deterrenza ai licenziamenti, deve essere parte di una piattaforma che tenga insieme la difesa dei diritti esistenti con l’obiettivo di un loro allargamento a chi non li ha, a partire dai giovani privati di un futuro lavorativo e previdenziale. Il tutto, rivendicando una nuova prospettiva di crescita dell’economia, senza la quale non ci sono riforme possibili che tengano.

P.R.