Il biennio rivoluzionario (1848-1849), società e classi in Italia - di Giuseppe Rizzo Schettino

Benché atavico, il desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita degli operai, degli artigiani, dei mezzadri, dei coloni, dei contadini senza terra e dei braccianti che parteciparono al ’48, lievitò esponenzialmente a causa di alcuni, ben precisi, fenomeni socio-economici che si verificarono nel nostro paese a partire dalla Restaurazione.

Nelle montagne e nelle vallate alpine lombardo-venete, gli austriaci imposero per legge la vendita dei beni comunali incolti, operazione che avvantaggiò esclusivamente i di già proprietari più ricchi, togliendo ai contadini i frutti che ricavavano dall’uso civico di questi boschi e di questi pascoli, che, a tutti gli effetti, costituivano parte integrante del loro di per sé magro reddito. Nelle colline e nella pianura asciutta lombarda, l’adozione progressiva del contratto misto di canone in grano e mezzadria in sostituzione di quello di masseria, costrinse i contadini a dedicare una parte sempre più considerevole della terra che avevano in affitto alla sola coltivazione del grano, assottigliando inversamente quella da cui scaturiva il loro sostentamento. Nella “bassa” padana, la fascia cioè che si estende dalle plaghe risicole del vercellese e del novarese fino al delta del Po, l’avvento della gestione capitalistica delle coltivazioni e degli allevamenti, che generò le aziende agricole così come le abbiamo conosciute per lungo tempo, gonfiò tumultuosamente il numero dei braccianti. In Emilia-Romagna, in Toscana, in Umbria e nelle Marche, la staticità sociale, a cui contribuiva in maniera non indifferente il contratto mezzadrile, non assorbendo il ragguardevole incremento demografico avuto in questo periodo, decuplicò i “pigionali”. Nel nostro Mezzogiorno, l’abolizione del regime feudale rafforzò non poco la proprietà borghese, che, dall’alto dei suoi denari, incamerò la maggioranza delle terre messe in vendita, non scalfendo neanche lontanamente il latifondo coltivato a cereali, l’architrave delle colture del Sud Italia. In più, in Calabria e in Puglia, la diffusione di nuovi contratti, chiamati di “miglioria” e di “godimento”, spietatamente non rinnovabili, della durata da un minimo di otto a un massimo di quindici anni, non a caso il lasso di tempo necessario a una pianta per dare finalmente i suoi frutti, lasciavano al proprietario fondiario degli oliveti, dei vigneti, degli agrumeti e dei mandorleti ben avviati, ben curati, nonché ben sviluppati, mentre donavano miseria e disoccupazione al contadino che ci si era dedicato con enormi sacrifici per così tanto tempo. Per quanto riguarda invece soprattutto le aree cittadine, non solo del Nord Italia, cambiarono repentinamente i rapporti di produzione nei settori manifatturiero e industriale. In questo, che è in tutto e per tutto un quadro di un paese fondamentalmente rurale, infierì infine l’ultima carestia che conobbe l’Italia, che imperversò in lungo e in largo nel biennio 1846-47, producendo disoccupazione, speculazione, rialzo dei prezzi, saccheggi, fame e morte.

Non ci si stupisca quindi, ad esempio, della seguente statistica degli uomini, divisi per gruppi di mestieri, arrestati per motivi politici dalla polizia granducale dopo le gloriose giornate del 10 e 11 maggio del 1849 a Livorno: una settantina di facchini; una trentina fra calzolai, sarti e barbieri, un’altra fra braccianti, zappaterra e manovali, un’altra ancora fra macellai, pollaioli, pesciaioli e salumai; una ventina di fornai, un’altra fra muratori, scalpellini e imbianchini; una quindicina fra falegnami ed ebanisti; una dozzina fra fabbri, stagnai e meccanici, un’altra fra lanaioli, conciatori e tintori; una decina fra pescatori e marinai, un’altra fra caffettieri, osti e vinai, un’altra fra droghieri e fruttaioli, un’altra fra legali, medici, calligrafi e maestri, un’altra fra canapai, funai e bottai, un’altra fra cocchieri, servitori e cuochi, un’altra fra carrai, barrocciai, vetturini e calessanti, un’altra fra pittori, scultori e ballerini, un’altra di sensali e un’altra di studenti.

Per non parlare dei morti.


Print   Email