Bruno Rastelli nel primo Movimento dei Consigli - di Zaverio Giupponi

“Mantengo un ricordo sempre vivo e positivo di Bruno”

Tra i ricordi che salgono alla mente ripensando agli inizi del mio impegno sindacale, torna alla memoria vagamente una riunione dei due consigli di azienda, quello della Cgt sede, che allora era in via San Vittore, in centro a Milano, e quello della Cgt di Carugate (Mi), che era la filiale più grossa dell’azienda.

Eravamo nel pieno della lotta dei Lavoratori della Fiat, si decise di organizzare una raccolta di fondi e alcuni delegati si presero l’impegno di andare poi a Torino a sostenere la lotta per qualche giorno e a consegnare di persona i fondi raccolti. Conoscevo già Bruno per aver partecipato a qualche incontro sul Contratto Aziendale del 1977 e a qualche riunione del Coordinamento Cgt, ma lo avevo visto poche volte, credo che allora fosse ancora distaccato ed era funzionario nella categoria del commercio. Quella fu probabilmente la prima volta che lui mi spiegò alcuni aspetti e io mi resi veramente conto della necessità di collegare sempre l’impegno di rappresentante sindacale aziendale a quanto accadeva al di fuori del nostro luogo di lavoro, sia in politica che nel sindacato.

Tale collegamento veniva in primo piano, è stato uno dei cardini del modo che aveva Bruno di affrontare il suo impegno in politica e nella Cgil e sempre nei suoi discorsi, nelle relazioni, nelle assemblee con i Lavoratori.

Partecipai alla stagione del primo “Movimento dei consigli”, nel 1984, con ancora non troppa coscienza di quanto stava accadendo nel mondo sindacale e politico.

Era in corso una trattativa tra Governo e Sindacati per decidere se e come modificare nuovamente la “scala mobile” e tra gennaio e febbraio 1984 prese vita questo movimento, che nelle sue intenzioni doveva essere composto solo da Consigli Unitari come promotori, ma comunque aperto alle adesioni di altri Consigli non unitari e anche a singoli delegati, che si poneva l’obbiettivo di spingere Cgil, Cisl e Uil a interrompere la trattativa e ad organizzare iniziative per il mantenimento di quel meccanismo di recupero dell’inflazione da parte dei salari e che imprenditori, governo e molti partiti sostenevano di essere l’origine dell’inflazione così elevata. Vi era anche un altro grande obbiettivo e cioè quello di affermare in modo forte che le decisioni dovevano essere prese dopo la discussione con la base dei Lavoratori e comunque poi approvate nelle assemblee di fabbrica. Bruno Rastelli fu tra i protagonisti di quella stagione.

Sua è la relazione ad una assemblea dei delegati alla Sala della Provincia a Milano del 23 febbraio 1984, dopo varie riunioni preparatorie tra le quali quella di Bologna ad inizio febbraio e molti scioperi spontanei di grandi e piccole fabbriche e aziende soprattutto del nord Italia.

In un articolo apparso sul quotidiano “Il Giorno” del 29 febbraio 1984 si legge: “Cosa faranno ora i Consigli autoconvocati che si danno appuntamento il 6 marzo al Palalido di Milano? La relazione di Bruno Rastelli approvata all’unanimità nell’ultima riunione del 23 febbraio alla Sala della Provincia era chiarissima: noi - diceva Rastelli, uno dei leader del comitato, 40 anni, in rappresentanza di circa mille consigli di fabbrica di tutta Italia - vogliamo lo sciopero generale; se Cgil, Cisl e Uil ci daranno una risposta negativa, lo faremo lo stesso con le nostre forze”.

Non sono in grado di ricostruire tutte le fasi di quel periodo ma ricordo abbastanza bene l’assemblea del Palalido, con la relazione di Evaristo Agnelli, con Bruno sul palco della presidenza, le richieste di sciopero generale di molti delegati, le grandi discussioni per decidere il seguito di quella iniziativa, la mia convinzione di partecipare a qualcosa di grande.

Nelle convinzioni di Bruno il Movimento dei Consigli e le azioni intraprese in quei frenetici giorni avrebbero dovuto costringere le organizzazioni sindacali a prendere atto delle istanze della base e agire di conseguenza e per il futuro; quando la concertazione con il governo e con gli imprenditori prendevano troppa distanza dalle esigenze dei Lavoratori, occorreva ritornare a compiere azioni per spingere dal basso le organizzazioni sindacali a cambiare strada. Secondo il suo modo di pensare, doveva essere un fenomeno carsico, da fare affiorare quando nasceva la necessità di affrontare argomenti difficili o la necessità di spingere ad azioni di lotta più incisive e che i vertici sindacali non si sentivano di prendere. Per questo motivo riteneva necessario che i Consigli promotori fossero unitari. Questo avrebbe dimostrato che tutti i Lavoratori, con qualsiasi tessera in tasca o anche non iscritti, avevano gli stessi problemi ed erano portatori delle medesime istanze.

Pur partecipando sempre da protagonista anche alle iniziative degli anni successivi del Movimento dei Consigli, ricordo bene la sua amarezza quando si accettarono come promotori delle iniziative Consigli non unitari o delegati singoli. Questo permise la partecipazione di delegati a titolo personale senza che ci fosse stata prima una discussione politica all’interno del Consiglio di fabbrica e una decisione presa, magari anche non all’unanimità, ma uscita dalla discussione di merito.

Mai ha inteso nella sua attività o nei suoi discorsi allontanarsi dalla Cgil che considerava la sua casa. Per un certo periodo non sono sicuro che questa fosse anche la convinzione di tutti i protagonisti di quella importante vicenda.

Da militante cresciuto alla scuola del PCI, dove era iscritto e fu quadro importante fino al suo scioglimento, aveva la ferma convinzione che per poter incidere fosse necessaria un’organizzazione forte che desse gambe e anche sostegno economico quando necessario alle iniziative sia che partissero dal vertice sia che partissero dalla base. Questo serviva per guardare al futuro e dare continuità alle azioni, alle lotte e alla necessità di raccogliere le esperienze e metterle a disposizione di chi veniva dopo.

Dopo la grande assemblea dei Consigli autoconvocati del Palalido del 6 marzo 1984, la sola Cgil decise di appoggiare la lotta dei Consigli. Non ci fu lo sciopero generale come chiesto a gran voce dai Consigli di fabbrica ma fu organizzata una grande manifestazione a Roma che si tenne il 24 marzo 1984 con la partecipazione convinta di Lavoratori di tutte le sigle sindacali anche se la maggioranza proveniva dalla Cgil.

Vi furono poi altre assemblee del Movimento dei Consigli a Torino, a Napoli e in altre città, sempre partecipate e con la volontà e la speranza di poter incidere sulla decisione del governo di azzerare il recupero automatico dell’inflazione, termine tecnico “Contingenza” che ancora si trova in qualche contratto nazionale come voce fissa, e che tutti chiamavano “Scala mobile”.

Nonostante questa grande manifestazione e la volontà espressa dai Consigli di Fabbrica e dai Lavoratori, nel giro di pochi anni la scala mobile venne ridimensionata e poi sterilizzata completamente lasciando il compito del recupero dell’inflazione ai contratti nazionali e quello dell’incremento salariale alla contrattazione di secondo livello. Nessuna di queste due istanze contrattuali è più riuscita ad attuare veramente gli obbiettivi tanto è vero che oggi il problema del salario è sensibilmente peggiorato per tantissimi Lavoratori. I contratti nazionali vengono rinnovati con anni di ritardo e la contrattazione di secondo livello viene sempre evocata nei congressi ma troppo pochi lavoratori rispetto al totale riescono a contrattare. Non si riesce più a recuperare per intero l’inflazione anche se con ritardo, parlare di incrementi salariali non legati alla produttività o ai risultati aziendali è diventata una bestemmia. In qualche caso si sono create differenze normative e forse anche salariali tali da far nascere problemi di competitività per l’azienda.

Io penso che anche da quelle esperienze nacque poi la necessità di una sinistra sindacale organizzata che avesse l’ambizione di mantenere a sinistra la barra della Cgil, riuscendoci in parte e magari con alterne fortune, e Bruno ha sempre partecipato da protagonista anche a questa stagione della vita della Cgil.

Bruno era anche uomo di organizzazione, come già precisato in precedenza, e lo era in modo convinto tanto da ricoprire nella sua attività sindacale varie cariche istituzionali in Filcams e in Cgil e sempre ottenendo il massimo rispetto per la sua capacità di tenere conto delle sensibilità, di essere equo, rispettoso delle regole e quando necessario applicandole senza essere succube dell’importanza del personaggio al quale dovevano essere applicate.

Non ho voluto ricostruire in queste poche righe la prima stagione del Movimento dei Consigli, non ne sono all’altezza e sarebbe necessario consultare testi, libri e documenti nascosti in qualche archivio. Qualcun altro penso lo abbia già fatto o potrà riuscirci meglio di me; ho voluto solo contribuire con qualche ricordo e soprattutto con le idee e le esperienze che Bruno raccontava e cercava in tutti i modi di fare entrare nella testa di chi come me fino ad allora non si era mai interessato di politica e poco di sindacato generale, come la Cgil voleva e vuole continuare ad essere.

Mi convinse e convinse altri come me a iscrivermi ad un partito politico, ovviamente della sinistra, per mantenere quella sponda politica in Parlamento necessaria a far approvare delle leggi favorevoli alle classi più deboli; aveva molto chiaro, e cercava di spiegarlo a tutti, che prima era necessario scegliere da che parte stare e poi lavorare affinché la parte che avevi scelto mettesse in pratica le idee per le quali aveva chiesto e ottenuto i voti. Ed era proprio convinto, lo esprimeva in tutte le occasioni, che i Lavoratori non potevano stare con gli altri Lavoratori in fabbrica e poi votare partiti che professavano politiche contrarie quando si andava al voto, cosa che purtroppo oggi avviene senza più alcun problema.

Tutta la mia attività sindacale si è svolta a fianco di Bruno Rastelli. Ho avuto la pazienza e la fortuna di raccogliere poi tutta la sua documentazione sindacale e nel fare questo lavoro ho visionato e riletto carte e documenti che mi hanno fatto ripercorrere praticamente tutto questo lungo periodo della mia vita, circa 40 anni. Quando ci penso non so dire se siamo diventati veramente amici nonostante moltissimo tempo passato insieme, lui era molto più amico di altri delegati con i quali ha trascorso vacanze, viaggi e altre occasioni, ma di sicuro è stato un grande maestro per tanti come me che hanno intrapreso e continuato l’attività sindacale. Forse è solo perché stavamo insieme tanto tempo, che almeno nelle feste preferivamo stare ognuno con la propria famiglia.

Sono contento oggi, a distanza di sei anni dalla sua scomparsa, di mantenere un ricordo sempre vivo e positivo di Bruno e ancora oggi, di fronte a qualche difficoltà, mi chiedo spesso come avrebbe agito lui al mio posto: mi serve moltissimo e mi dà forza.


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