Multiservizi verso il contratto. Con la tagliola della ‘spending review'

Intervista ad Elisa Camellini, segretaria nazionale Filcams

Elisa Camellini, segretaria nazionale Filcams-Cgil, segue per l’ organizzazione il settore ‘multiservizi’,
i cui lavoratori vivono sulla pelle, più di altri, gli effetti della ‘spending review’ varata dal governo Monti. La dirigente sindacale spiega, nell’intervista che segue, in che modo i tagli incidono sulla qualità e sull’entità dei servizi al cittadino oltre che sulla vita dei lavoratori.

Proviamo subito a descrivere il settore di cui ti occupi: in che ambiti opera? Con quali specificità?
Per ‘multiservizi’ si intende in primo luogo il settore delle pulizie. Va detto però che, sempre più, alla vigilia delle gare di appalto, non viene richiesto soltanto il ricorso al mero intervento di pulizia. Le imprese, in virtù della loro riorganizzazione, chiedono di includere nelle attività richieste anche il cosiddetto ‘facility management’, che si occupa della gestione degli immobili per quanto riguarda i servizi di portineria, di centralino, gestione della posta o conduzione del calore. Ma parliamo di ‘multiservizi’ anche perchè talune aziende sono in grado di offrire altre mansioni come ad esempio la ristorazione. Esemplificative a questo riguardo sono la Dussmann Service (che offre entrambe le divisioni: pulizia e ristorazione) o la Sodexo che, pur essendo conosciuta come impresa che fornisce pasti, gestisce in realtà entrambe le attività. Per riassumere il tutto in una definizione, stiamo parlando di tutte quelle attività ormai terziarizzate, sia dal privato sia dal pubblico, che tengono assieme tutto ciò che viene definito come ‘servizi’.

Come sta andando il settore multiservizi?
Il settore va molto male per effetto di tutte le conseguenze della ‘spending review’, le quali si vanno   a sommare alle criticità già pre-esistenti. In questa fase non si tratta soltanto di affrontare cambi di appalto in occasione delle nuove gare – gare che stanno tornando ad essere al ‘massimo ribasso’ – bensì subiamo anche una riduzione dei servizi all’interno di contratti di appalto in corso d’opera.

Concretamente la ‘spending review’ come incide nella ‘carne viva’ del settore?
Intanto ‘spending review’ non significa soltanto abbattimento dei prezzi, ma anche riduzione del servizio. Se un governo, ad esempio, impone per legge in ambito sanitario un taglio del 5% delle attività in appalto vuol dire che ha deciso di ridurre le pulizie, il barellaggio, la gestione delle lavanderie... ha deciso, insomma, di ridurre i servizi alla persona. E lo si può fare in due modi: o riducendo le frequenze o ampliando le aree.

Ovvero?
Mi spiego. Parlare di pulizie in sanità significa entrare nel merito della loro classificazione, che negli ospedali è organizzata in tre aree: verde, gialla e rossa. La prima è costituita da uffici o androni, i cui effetti hanno una ricaduta minore sull’utenza; la seconda è rappresentata dalla maggior parte dei reparti; l’area rossa è la ‘grandi rischi’, dal comparto operatorio fino a rianimazione o sale neonatali.  Togliere per legge ad un servizio il 5% delle risorse, indipendentemente da un’analisi della gara di appalto specifica o dalla qualità del servizio stesso, significa andare ad incidere concretamente sull’attività che veniva prima garantita. E lo stesso discorso vale per la distribuzione dell’alimentazione o dei farmaci (che hanno subìto a loro volta una riduzione): pensiamo che cosa possa significare una simile scelta se calata in un ambito ‘rischioso’ o difficile, come ad esempio un’area ‘rossa’ ospedaliera...

In conclusione?
La ‘spending review’ impone che l’ente appaltante, ovviamente pubblico, non possa più istituire una gara ‘in casa’, a meno che non sia in grado di dimostrare di saperla gestire al di sotto dei canoni previsti dalla Consip o dalle centrali acquisti regionali. In alternativa, la gara ipotetica dovrebbe prevedere in anticipo un’ottimizzazione dei costi rispetto al tariffario previsto dall’Osservatorio nazionale dei prezzi istituito presso l’autorità di vigilanza dei pubblici contratti. Ovviamente, a fronte della riduzione del 5% in settori ad alta densità lavorativa, le aziende rispondono offrendo minori servizi, con tempi più ridotti e riduzione dei gruppi di lavoro. Sappiamo tutti, lo accennavo prima, che cosa possa significare per l’utente una riduzione dei servizi in ambiti delicati come ad esempio quello ospedaliero: possibile incremento di infezioni e di altre malattie derivanti da una possibile maggiore insalubrità.  

Che cosa comporta tutto ciò sul terreno sindacale?
Se finora il sindacato ha dovuto raramente ridurre i contratti individuali di lavoro – perchè alle criticità ha risposto parzialmente la cassintegrazione in deroga anche in caso di tagli strutturali – dobbiamo interrogarci su cosa accadrà quando finiranno gli ammortizzatori sociali: le aziende si rivarranno sull’orario dei lavoratori con tagli insostenibili. Tenendo conto che la media del rapporto di lavoro degli operatori del settore è di 24 ore alla settimana.

 



La scheda

Il contratto delle imprese di pulizia industriali scade il 30 aprile 2013, mentre quello delle pulizie artigiane è stato dichiarato decaduto nel 2009. La platea dei lavoratori multiservizi (al netto delle aziende che forniscono esclusivamente ristorazione o ad esempio servizi di vigilanza, che rientrano in un altro contratto) si aggira attorno a 450mila addetti. Le grandi imprese multiservizi raggruppano mediamente il 60% dei lavoratori del settore.


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