Deregulation, contrattazione, diritti: le sfide della Filcams

Intervista a Franco Martini, segretario generale Filcams

La Filcams è una categoria in crescita come numero di iscritti. Puoi spiegarne le ragioni?
Quella più evidente è lo sviluppo avuto dal terziario in questi anni, andato oltre la funzione di alternativa alla crisi del manifatturiero. Se, da un lato, la crescita del settore distributivo, ed in particolare della grande distribuzione, è la testimonianza più visibile di questo fenomeno - poiché al posto di stabilimenti industriali chiusi, adesso si vedono tanti centri commerciali - dall’altro nuovi settori si sono sviluppati, soprattutto nell’ambito dei servizi alla persona e alla collettività. La Filcams ha cercato e sta cercando di giocare una partita importante e difficile sul terreno della rappresentanza di questi mondi del lavoro, con significativi successi in termini di iscritti.
Siete considerati una categoria di frontiera. Nel passato, anche a causa di alcuni accordi contrattuali e non soltanto per le leggi in vigore nei servizi, sono dilagati i contratti atipici. Come intervenite per contrastarne la diffusione e, poi, per limitarne gli effetti?
Esiste innanzitutto la necessità di mettere in discussione un sistema legislativo che ha fatto del nostro mercato del lavoro uno tra i più destrutturati d’Europa. E’ il tema di questi giorni, con la riforma Fornero. L’altra leva sulla quale agire è la contrattazione, soprattutto, di secondo livello. Non è facile, perché il modello organizzativo del lavoro terziario poggia su un uso strutturale del lavoro flessibile. Le esperienze di contrattazione dell’organizzazione del lavoro esistono soprattutto nella grande distribuzione, ma la stragrande parte del mondo terziario non è coperto dalla contrattazione, per il prevalere della polverizzazione, dove il precariato prolifera.
Nel commercio è stato firmato un accordo separato: con quali conseguenze? Come ritessere la tela del confronto unitario in una fase storica così difficile per i lavoratori, il movimento sindacale e la sua capacità di incidere adeguatamente sul terreno dei diritti e dei salari?
Le conseguenze sono l’indebolimento della capacità del sindacato di categoria di incidere realmente sulle dinamiche del settore. Quel contratto asseconda alcune “ricette” imposte soprattutto dalle grandi imprese distributivo e che scaricano sul lavoro le conseguenze della crisi dei consumi. L’unità deve essere ricostruita e per farlo occorre disporre di un progetto condiviso sul futuro del terziario. La Filcams lavora in questo senso, perché il contratto separato non è un incidente casuale, ma la mancanza di una proposta autonoma del sindacato.
Le liberalizzazioni stanno smantellando gli orari di lavoro contrattuali nel settore del commercio. A che punto è la vostra campagna su “la festa non si vende”? Incontrare consensi tra i lavoratori o percepite che anche a loro faccia comodo estendere orari e turnistica per migliorare eventualmente i salari? Come riuscite a rapportarvi inoltre ai cittadini-consumatori?
Il provvedimento sulle liberalizzazioni poggia sulla mistificazione che il “sempre aperto” produrrà un aumento dei consumi, mentre è noto che i consumi hanno andamenti dipendenti dal reddito delle persone, dal valore degli stipendi e delle pensioni. La nostra campagna nazionale proseguirà perché dentro una crisi come questa occorre ripensare seriamente ai modelli di consumo, per favorire una concezione di maggiore sostenibilità, contro gli sprechi ed il superfluo. Questo messaggio non è facilmente percepibile, perché siamo un Paese abbagliato dalle luci del consumismo materiale e virtuale. Eppure, non abbiamo alternative se non vogliamo condannare il Paese a sprecare la più grande risorsa di cui disponiamo per la crescita, cioè, l’immenso patrimonio storico e culturale.
Articolo 18 e mercato del lavoro. Qual è l’opinione di Franco Martini in merito alla contestata intesa?
Premesso che non esiste una intesa, questa non è la riforma del mercato del lavoro che serve al terziario. Le intenzioni di partenza sono condivisibilissime, lotta alla precarietà, contro l’uso speculativo della flessibilità, che deve essere pagata più del lavoro stabile. Ma la traduzione concreta nel ddl non è stata conseguente e sulla riduzione delle tipologie contrattuali e l’universalità delle tutele la battaglia della Cgil deve proseguire. Per questo l’art.18, che va difeso nella sua funzione di deterrenza ai licenziamenti, deve essere parte di una piattaforma che tenga insieme la difesa dei diritti esistenti con l’obiettivo di un loro allargamento a chi non li ha, a partire dai giovani privati di un futuro lavorativo e previdenziale. Il tutto, rivendicando una nuova prospettiva di crescita dell’economia, senza la quale non ci sono riforme possibili che tengano.

P.R.


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